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Le norme contro gli ecoattivisti non si fanno sui social

18 aprile 2023

Le norme contro gli ecoattivisti non si fanno sui social

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Nelle ultime settimane si assiste – almeno a giudicare dai titoli dei giornali – a un dilagante panico morale per le azioni – indubbiamente deprecabili – di quei gruppi di (soidisant) ecoattivisti che pensano di poter mobilitare l’opinione pubblica sui temi del cambiamento climatico e della distruzione degli ecosistemi attraverso eclatanti atti di vandalismo contro opere d’arte e monumenti famosi, di cui il nostro Paese è particolarmente ricco. Episodi come quello del luglio 2022, in cui tre ‘ambientalisti’ si incollarono alla teca protettiva della ‘Primavera’ di Botticelli, o i più recenti imbrattamenti di Palazzo Madama a Roma e Palazzo Vecchio a Firenze, come pure delle acque della Barcaccia, sempre a Roma, sembrano aver scatenato l’ennesima corsa alla pena.

Beninteso, si tratta di fatti che meritano di essere stigmatizzati, anche attraverso l’impiego di sanzioni formali. Pure negli episodi comparativamente meno gravi – come l’imbrattamento, con colle, zuppe o altri liquidi, di teche o cristalli protettivi – sussiste un profilo di offesa al patrimonio culturale, al minimo nella forma della compromissione, seppur temporanea e di breve durata, della fruibilità delle opere, fruibilità che è poi al cuore dell’interesse collettivo alla protezione dei beni culturali. Nel caso, poi, che coloranti o vernici vengano scagliati, ad esempio, contro superfici monumentali porose, il danno potrebbe essere ben più grave, fino a richiedere un autentico restauro, e non una semplice pulizia. Da ultimo, proprio l’episodio di Palazzo Vecchio ben testimonia l’intrinseca irrazionalità e pretestuosità di queste forme di protesta, solo che si considerino gli ettolitri d’acqua, e i detergenti, necessari alla pulizia dei monumenti deturpati. Nulla di ecologico, dunque, ma indubbiamente molto narcisismo all’opera.

A preoccupare, però, è anche la reazione scomposta e quasi pavloviana che induce a concepire quale unica risposta possibile a questi episodi (ricorrenti sì, ma certo non epidemici) nuovi reati e nuove pene. Addirittura, dimenticandosi che fattispecie speciali di danneggiamento e imbrattamento di beni culturali (e paesaggistici) già esistono nel Codice penale (dal marzo 2022) o che quest’ultimo reato già prevede l’invocata reclusione fino a tre anni. Condividendo i testi delle proposte di legge con le agenzie di stampa prima che con i colleghi parlamentari e i cittadini elettori. Proponendo forme di ‘Daspo culturale’ impraticabili, a tacer d’altro perché nel nostro Paese pressoché ogni itinerario – salvo che in alcune aree rurali o industriali – porta inevitabilmente a meno di 10 metri da un bene sottoposto a tutela. O l’introduzione di forme di doppio binario sanzionatorio, amministrativo e penale, per le stesse condotte, a fronte della recente messa in crisi di questo modello repressivo, a opera della Corte Costituzionale, nel ben più collaudato settore del diritto d’autore (e prevedibilmente, a cascata, negli altri settori dell’ordinamento che già lo prevedono).

Se alcune proposte (come l’estensione dell’arresto facoltativo in flagranza alle fattispecie di danneggiamento e imbrattamento di beni culturali) possono anche risultare ragionevoli e meritevoli di considerazione, a essere irragionevole è la viscerale ‘twitterizzazione’ della politica criminale emblematicamente segnalata da questo rincorrersi affannoso di proclami e proposte. Ogni intervento normativo, e specialmente ogni intervento punitivo, deve essere attentamente meditato, in sé e nel rapporto con le disposizioni già presenti nell’ordinamento. Il modello di reattività irriflessa e semplificatoria cui ci hanno abituato i social, se già risulta deleterio nelle normali relazioni umane e sociali, è semplicemente esiziale quando in ballo ci siano, da un lato, interessi di enorme rilievo collettivo e intergenerazionale, come il patrimonio culturale, e dall’altro fondamentali libertà e diritti individuali, come quelli aggrediti dallo strumento penale, a loro volta protetti, come il primo, dalla nostra Costituzione. Un invito ad abbassare i toni è d’obbligo. Anche per non gratificare i vandali di un’attenzione da questi tanto ricercata, quanto sproporzionata alla reale portata delle loro azioni.

Un articolo di

Arianna Visconti

Arianna Visconti

Docente di Diritto Penale e Law & the Arts | Facoltà di Giurisprudenza

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