Non a caso, ha fatto eco Terranova, «la mia formazione di lettrice continua ancora oggi: incontro libri che mi cambiano, mi irrigidiscono o mi spostano, e spero che fino alla fine ci sarà sempre un libro capace di portarmi un po’ più in là». Tuttavia, ha richiamato l’attenzione su un fenomeno ormai diffuso: la sparizione delle librerie e il minor utilizzo delle biblioteche. «Leggiamo ciò che ci capita, spesso guidati dagli algoritmi. Il motivo per cui siamo affezionati agli oggetti di carta è che leggere e sfogliare un libro appartengono a un modo di vivere la lettura che riesce a entrare in noi con una profondità diversa. Frequentare librerie e biblioteche significa ricordarsi dell’attitudine a scegliere».
È stata propria una scelta istintiva a far imbattere Terranova nel libro di Schulz. A venticinque anni si trasferisce a Roma per frequentare un corso di editoria. «Era il 2000, e ricordo ancora l’elenco dei testi consigliati. Un giorno entrai in una libreria a Campo de’ Fiori. Mentre sfogliavo i volumi della lista, il mio sguardo cadde su un libro che non c’entrava nulla con ciò che dovevo acquistare: “Le botteghe color cannella”. Costava quasi quaranta euro, decisamente troppo per le mie possibilità. Eppure, compii quel gesto antico di prenderlo tra le mani e cominciare a sfogliarlo. Lessi l’inizio e rimasi colpita dalla lingua immaginifica ed esondante, da un uso delle parole, che non avevo mai incontrato se non, forse, in qualche testo di filosofia. Emergeva con chiarezza che davanti a me c’era un narratore che raccontava una storia e lo faceva in mille modi diversi, con una libertà assoluta».
“Le botteghe di color cannella” si presenta come una raccolta di racconti, ma in realtà è un libro molto più complesso. In editoria, il confine tra raccolta di racconti e romanzo è sottilissimo. Pensiamo, per esempio, a “Gomorra” o a molti libri italiani degli ultimi anni, in cui tra la corda della scrittura e i fatti della trama ricorrono episodi, personaggi, atmosfere, dando l’impressione di leggere un romanzo in episodi. Nel caso di Schulz, però, l’unità non è solo linguistica è anche tematica. «Le due raccolte si sviluppano attorno allo stesso tema, una sorta di dimensione mitica dell’infanzia che matura all’ombra di due elementi: la vita nel ghetto ebraico e la progressiva sparizione del padre di Schulz, un commerciante di stoffe, uno di quelli che popolano le botteghe di via Cannella», ha spiegato Terranova. Fondamentale è anche l’area geografica dove si snoda la storia: un nugolo di case e strade situate a Drohobycz, territorio legato Leopoli, oggi in Ucraina.
Bruno Schulz, scrittore e disegnatore ebreo di lingua polacca, proviene proprio da quel luogo. Di madre tedesca, studia al Politecnico di Leopoli, per poi far ritorno a Drohobycz. Traduce “Il processo” di Kafka, diventa kafkiano, anche se a modo suo. Durante l’invasione nazista è il protetto di un ufficiale tedesco che lo costringe a dipingere affreschi tratti dalle fiabe dei fratelli Grimm. Muore un “giovedì nero” nel corso di una sparatoria nazista. Il suo corpo, probabilmente finito in una fossa comune, non è mai stato ritrovato, ispirando numerose storie letterarie sulla sua tragica sorte.
Ciò che colpisce di Schulz è soprattutto quello che scrive e come lo scrive. Il racconto Le botteghe color cannella, che dà il titolo all’intera raccolta, rappresenta un emblema della sua poetica e del senso profondo della letteratura. «Egli descrive con minuzia il tipo di merci, il loro fascino, il modo in cui s’imprimono nell’immaginario di un bambino. Le sue pagine restituiscono una sensazione moderna ed europea: sembra che tutto ciò che accade nel mondo passi attraverso quelle strade e quelle botteghe», ha aggiunto Terranova. «Drohobycz esiste perché Schulz la reinventa: sembra di entrare in un quadro di Escher». Ma allo stesso tempo «costringe a fermarci, a prendere fiato davanti alle parole che usa. Ci insegna un modo di maneggiare la lingua che non è scontato: attraverso lo sguardo e le parole possiamo andare ovunque».
Un libro denso, a tratti complesso ma meritevole di essere letto. «Una Scuola come questa deve incoraggiare alle letture difficili. Io sono cresciuta ogni volta che un adulto mi ha affidato un compito che non mi sentivo all’altezza di svolgere. Se tutto è impoverito, se un libro non turba, non sfida, si perde la capacità di mettersi in gioco con ciò che è più difficile. Questo libro suscita, scava ed è il motivo per cui l’ho scelto».