NEWS | Religione

Preti e sufi, quelle connessioni inaspettate

11 giugno 2026

Preti e sufi, quelle connessioni inaspettate

Condividi su:

È un fatto: tra i più grandi studiosi della mistica islamica figurano diversi sacerdoti e religiosi cattolici, da Louis Massignon, Georges Anawati e Louis Gardet nel secolo scorso, fino a Giuseppe Scattolin, missionario comboniano originario della provincia di Trento, spentosi il 27 aprile di quest’anno dopo un’intera vita dedicata allo studio del poeta mistico egiziano Ibn al-Fārid (1181-1235).

Quasi istintivamente, senza fare affidamento su grandi strategie o mezzi imponenti, questi religiosi hanno individuato nel sufismo una porta d’accesso privilegiata alla comprensione della civiltà islamica e all’incontro con i musulmani. Basti pensare all’esperienza di Christian de Chergé, il priore di Tibhirine, e al suo intenso dialogo con una locale confraternita sufi, richiamato anche da Papa Leone durante la sua recente visita in Algeria.

D’altra parte, questo interesse, che si è espresso in un’enorme mole di edizioni critiche, traduzioni e studi, suscita diversi interrogativi: è possibile accedere alla spiritualità di un’altra fede restando radicati nella propria? Non si piuttosto rischia di deformarla involontariamente? Dove si situa la frontiera tra ricerca accademica, pratica pastorale e ricerca spirituale? E come hanno reagito i musulmani e i sufi in particolare – sono milioni in tutto il mondo – a questo interesse nei confronti delle loro dottrine e pratiche?

Il merito di aver individuato l’inedita problematica e il suo potenziale per una riflessione islamo-cristiana che voglia andare oltre i luoghi comuni del dialogo interreligioso va tutto al dottor Riccardo Paredi, Marie Skłodowska-Curie Global Fellow presso il nostro Ateneo, che nell’ambito del progetto SEMENSUF ha organizzato il convegno Of Priests and Sufis. Revisiting Catholic Scholarship on Islamic Mysticism, tenutosi al Cairo il 6 e 7 giugno scorsi. Partner dell’iniziativa è stato il prestigioso Istituto Domenicano di Studi Orientali (IDEO), un luogo centrale per lo studio cattolico dell’Islam fin dai tempi del suo primo direttore, Georges Anawati, più volte inviato in Cattolica per conferenze e corsi, uno dei quali poi confluito in un volume edito da Vita e Pensiero. «In che modo questo dialogo mistico – si è domandato p. Emmanuel Pisani, attuale direttore dell’IDEO e responsabile della cattedra Anawati – ha colorato la realtà del dialogo islamo-cristiano? Come incide nella vita di un sacerdote, nella sua predicazione presso la sua comunità, nella facoltà in cui insegna?»

Un articolo di

Martino Diez

Martino Diez

Docente di Lingua e letteratura araba - Università Cattolica

Condividi su:


Il “cattolico musulmano” e la sua rete

Com’è naturale, una delle esperienze più indagate è stata quella di Louis Massignon, l’orientalista francese riconvertitosi al Cristianesimo durante un soggiorno in Iraq, nel 1908. La sconvolgente “visita dello Straniero”, come Massignon volle sempre definire la sua esperienza mistica, lo spinse a compiere un’autentica rivoluzione copernicana: indagare l’Islam non più nella sua fenomenologia esteriore, secondo un approccio positivista, ma dall’interno della sua spiritualità, facendo leva sulla categoria di ospitalità sacra, perché – sono parole sue – «per conoscere l’altro non bisogna annetterlo a sé, ma diventarne ospite». In questa avventura esistenziale Massignon attribuì un ruolo chiave – forse sproporzionato rispetto alla sua importanza nel sufismo islamico – al mistico al-Hallāj, condannato a morte a Baghdad nel 932. Ordinato sacerdote cattolico nel rito melchita verso la fine della sua vita, Massignon radunò intorno a sé un gran numero di discepoli, cristiani e musulmani, che hanno contribuito a plasmare la storia intellettuale del Novecento, mediorientale ma non solo. Tra di essi, ad esempio, si conta l’iraniano ‘Ali Shariati, uno degli ideologi della rivoluzione islamica del 1979, che proprio da Massignon trasse il concetto di sofferenza redentiva e di martirio, trasponendoli però dal piano teologico a quello dell’azione politica.

Non meno provocante della parabola del “cattolico musulmano” – così Pio XI soprannominò Massignon – sono state altre vicende intellettuali e umane, come quella del francescano marocchino Mohammed ‘Abd al-Jalīl, giunto a Parigi per confutare il Cristianesimo e battezzato pochi anni più tardi con il nome di Jean-Mohammed, quasi a sottolineare la duplice lealtà di una conversione che egli volle sempre leggere in continuità con i valori religiosi ricevuti in patria. Questo senza dimenticare altre esperienze più recenti come quella di Henri Teissier, Arcivescovo di Algeri durante gli anni neri del terrorismo islamista, Thomas Michel, gesuita che per molti anni ha insegnato in Turchia confrontandosi con il pensiero di Said Nursi, o Liberius Pieterse, missionario olandese in Pakistan, a cui si deve una versione urdu della Bibbia ricca di assonanze sufi. Del resto, lo stesso Papa Francesco ha inserito una citazione di un mistico musulmano, ‘Alī al-Khawwās – tra l’altro sepolto a poche centinaia di metri dall’IDEO – nella sua enciclica Laudato Si’, probabilmente una prima assoluta per un testo del magistero.

Contrariamente alla percezione che il tema dell’Islam si sia affacciato alla riflessione europea solo negli ultimi decenni, il convegno ha così mostrato come esso abbia occupato un ruolo di primo piano nel Cattolicesimo francese già tra le due guerre, al punto che anche figure come Jacques Maritain, Marie-Dominique Chenu, Paul Claudel e Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, furono coinvolti nel tentativo di elaborare una comprensione rinnovata dell’Islam che superasse le tradizionali polemiche.

Ricezione creativa

E i musulmani dal canto loro come reagirono a questo interessamento? Diversi interventi hanno esplorato questa seconda dimensione, fornendo numerosi esempi di ricezione creativa, come il caso di Henri Corbin. Primo traduttore francese di Heidegger, discepolo di Massignon e convertito all’Islam, Corbin prese a modello del suo progetto intellettuale il disegno di Étienne Gilson di ridare vita a una filosofia cristiana medievale. Molto importante fu anche la recezione di Massignon lungo le rive del Nilo: ‘Uthmān Amīn, Abū l-‘Alā’ ‘Afīfī, Mustāfā Hilmī, e altri intellettuali diedero vita a una scuola egiziana, tuttora vivente, che si prefigge di recuperare la filosofia neoplatonica alessandrina rileggendola attraverso il prisma dell’Islam e della filosofia illuminazionistica di tipo mistico sviluppatasi a partire da Avicenna.

Ma nel convegno cairota non si è parlato solo di passato, seppur recente. Nel suo intervento Ahmad Hasan Anwar, il principale discepolo di Padre Scattolin in Egitto, ha raccontato come la sua ricerca accademica e spirituale sia stata segnata dall’incontro con il missionario italiano, dal rigore della sua ricerca filologica, ma anche dalla profondità della sua filosofia religiosa. Ed è stato probabilmente il connubio di rigore accademico e implicazione esistenziale che queste figure trasmettono a toccare in profondità il centinaio di presenti, tra i quali numerosi professori e studenti della vicina università islamica di al-Azhar, che hanno animato intense sessioni di scambio e confronto. Anche per me personalmente, come supervisore del progetto SEMENSUF, quello del Cairo è stato qualcosa di più di un convegno riuscito. Quando alla fine dei lavori Amr Saleh, professore alla facoltà di lingue dell’Università di al-Azhar, mi ha portato a visitare alcuni dei santuari sufi custoditi nella città dei morti del Cairo, tra cui quello di Ibn al-Fārid, il “sultano degli amanti” studiato da padre Scattolin, ho percepito che l’incontro intellettuale si era trasformato in prossimità spirituale.

Newsletter

Scegli che cosa ti interessa
e resta aggiornato

Iscriviti