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Scardinare gli stereotipi sull’arte moderna italiana

26 aprile 2021

Scardinare gli stereotipi sull’arte moderna italiana

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Negli Stati Uniti il Futurismo, unica avanguardia italiana, è considerata una stagione epigone del Cubismo francese. La Metafisica? Non una corrente dalla levatura a sé stante, ma semplice anticipatrice del Surrealismo. Mentre, nonostante gli anni Cinquanta abbiamo parzialmente reso giustizia ad importanti artisti come Costantino Nivola, Alberto Burri e Lucio Fontana rispetto all’avanzata dell’arte contemporanea americana, l’attuale differenza di quotazione tra un’opera di Burri e una di Warhol è emblematica della situazione generale.
Se l’autorevolezza dell’arte italiana è unanimemente associata all’antichità, alla stagione rinascimentale o ad alcuni filoni contemporanei tangenti come la moda e il design d’autore, il ruolo di capofila dell’Italia all’interno del panorama artistico novecentesco e attuale è decisamente poco riconosciuto.

È nato nel 2013 con l’obiettivo di correggere questa visione distorta, il CIMA - Center for Italian Modern Art, fondato a New York da Laura Mattioli per approfondire e diffondere negli Stati Uniti e nel mondo la conoscenza dell’arte italiana del XX secolo, scardinando gli stereotipi che aleggiano attorno ai suoi autori e proponendo riletture originali in grado di gettare un faro sul valore culturale dell’arte moderna e contemporanea Made in Italy.

Storica dell’arte, esperta di arte novecentesca, curatrice e collezionista (dal 1983 è responsabile della collezione del padre Gianni, tra le più importanti raccolte di avanguardia italiana) Mattioli ha tenuto una open lecture dal titolo “L’arte moderna italiana è provinciale? Una risposta dal CIMA di New York” agli studenti del Master Almed Progettare Cultura, in cui ha raccontato sulla scorta di quali esigenze è nato il CIMA e le attività portare aventi con esso.

«Dal 1994 ho trascorso in America un paio di mesi all’anno, sino al trasferimento definitivo nel 2018. Da subito ho constatato gli errori e quanto poco fosse valorizzata l’arte italiana nei musei americani – ha esordito la Presidente Mattioli. – Ricordo ad esempio una mostra al Moma in cui i Futuristi erano esposti dopo gli astrattisti russi e considerati alla stregua di seguaci dell’avanguardia francese cubista».

Tanto è bastato per dare vita alla public charity che oggi, a metà strada tra un piccolo museo e una galleria d’arte, accoglie studiosi, critici, studenti e visitatori come a casa di un collezionista, un po’ come accadeva a Milano negli anni Cinquanta e Sessanta, quando Gianni Mattioli ogni domenica apriva a chiunque fosse interessato un appartamento in via Senato per condividere la sua collezione d’arte contemporanea.

«Sapevo perfettamente che qualche mostra in più non sarebbe bastata a cambiare la percezione radicata sugli artisti italiani: proprio per questo il centro nevralgico della nostra attività sono gli studi che portiamo avanti, elargendo borse di studio per giovani ricercatori interessati ad approfondire temi dell’arte moderna e contemporanea italiana (in tempi normali ne ospitiamo quattro all’anno, due ogni semestre) oltre ad varie attività di divulgazione come la pubblicazione della nostra rivista o gli study-days per permettere a diversi tipi di pubblico di entrare in contatto con le opere della nostra collezione» ha specificato Mattioli.

Il Centro ha infatti carattere storico-scientifico e fa parte dell’Association of Research Institutes in Art History americano, mentre il tema della mostra annuale allestita da ottobre a giugno diventa anche l’oggetto d’indagine sul quale convergono le ricerche dei borsisti, invitati ad approfondire alcuni aspetti specifici attraverso un lungo periodo di confronto sul campo con opere di altissima qualità. «I modi in cui studi e ricerche sono condotti in Italia e all’estero sono metodologicamente diversi: in Italia si approfondiscono molto temi di nicchia mentre all’estero si guarda più al contesto generale. Per la diffusione della ricerca cerchiamo di pubblicare e distribuire traduzioni degli studi».

Fra le mostre recenti “Marino Marini. Arcadian nudes”, “Methapisichal Masterpieces 1916-1920: Morandi, Sironi and Carrà”, “Alberto Savinio” e “Giorgio De Chirico-Giulio Paolini”, mentre fino al prossimo 13 novembre è allestita “Facing America: Mario Schifano 1960-65”, prima mostra dedicata all’artista romano in America, che pone l’accento sullo scambio che Mario Schifano ebbe con artisti americani come Jasper Johns o Andy Warhol, per evidenziare il dialogo alla pari tra l’arte italiana e quella statunitense.

Per quanto la strada da percorrere sia ancora lunga, incidere a livello d’immaginario collettivo è infatti possibile.
Lo conferma Mattioli quando, a proposito di mostre, racconta: «Negli anni Cinquanta Medardo Rosso fu un artista molto collezionato negli Stati Uniti, prima di cadere nel dimenticatoio. Dopo la mostra al CIMA in cui lo abbiamo posto in dialogo con Cy Twombly, il Moma ha rispolverato le opere presenti nei depositi per collocarle nel percorso permanente ed ha inoltre acquistato un’ulteriore scultura».

Storia analoga per Giorgio De Chirico: «Dopo l’esposizione al fianco di Giulio Paolini in cui abbiamo posto l’accento sugli aspetti legati all’antichità e al mistero nelle opere dei sue autori, per qualche tempo il Moma – che in passato ha pure (s)venduto tele di De Chirico a prezzi ridicoli - ha dedicato un’intera sala alle opere dell’alfiere della Metafisica, prima relegate ad anticamera delle sezione Surrealista (secondo una lettura errata fatta da Aldred Barr che tutt’oggi in USA è inamovibile)».

Un articolo di

Bianca Martinelli

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