NEWS | Cammino di Santiago

Un cuore capace di ascoltare

31 luglio 2026

Un cuore capace di ascoltare

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Nel XII secolo san Bernardo di Chiaravalle scrisse a un amico dedito agli studi: "Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà". È, in fondo, la scommessa di ogni pellegrinaggio: che esista una conoscenza che non passa dai testi accademici, ma dai passi, dalla fatica e dall’incontro con gli altri.

Spinti da queste ragioni, quarantadue membri della comunità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore - studenti, docenti, dottorandi, personale dell'Ateneo e del Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” - hanno percorso a piedi, dal 25 luglio al 1° agosto, il Cammino Inglese: cinque tappe da Ferrol a Santiago de Compostela per un totale di quasi 110 chilometri.

Per il Centro Pastorale è la terza edizione del pellegrinaggio universitario, dopo il Cammino Portoghese e quello Francese. A guidare il gruppo, l'assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo S.E. Mons. Claudio Giuliodori e gli assistenti pastorali don Daniel Balditarra, Fra Carmine Ferrara, don Lorenzo Mancini e Padre Enzo Viscardi.

Ciascuno è partito con le proprie ragioni. C’era chi cercava il silenzio e, nel silenzio, l’esercizio dell’ascolto di sé e di chi avrebbe camminato accanto. C’era chi voleva tornare a stupirsi delle piccole cose e della bellezza che ci circonda. Chi desiderava esercitare gratitudine e fiducia verso il prossimo. Chi, semplicemente, voleva mettersi in gioco per scoprire i propri limiti.

Ferrol, il giorno prima della partenza

Siamo giunti all’aeroporto di A Coruña nel pomeriggio del 25 luglio, giorno di san Giacomo Apostolo. Molti si vedevano lì per la prima volta. La sera, a Ferrol, dopo cena, ci siamo seduti in cerchio. Fuori era ancora chiaro: in Galizia, a fine luglio, la luce resiste fino alle dieci. Nessuno di noi aveva ancora camminato un metro. La riflessione è partita da tre domande, rimaste poi aperte per tutto il viaggio. Chi portiamo nella preghiera del Cammino? Qual è la nostra attesa? Che cosa può dire questo pellegrinaggio al tempo in cui viviamo? Abbiamo risposto uno alla volta, quarantadue volte, e a ripensarci adesso le risposte si somigliavano molto più di quanto ciascuno credesse.

Da Ferrol a Pontedeume

Prima di partire per la prima tappa abbiamo ricevuto la benedizione del pellegrino e assistito alla consegna delle credenciales. Siamo usciti che albeggiava appena, con in testa il versetto di Isaia ascoltato poco prima: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore». La luce, quella mattina, stava salendo sulla ria.

Il Cammino Inglese comincia dall’acqua e per ore non la lascia: costeggia la ria di Ferrol verso l’interno, tra moli e cantieri e con la marea bassa il fondo si scopre e luccica. Non è un dettaglio di paesaggio, ma l’origine stessa di questa via: dal Medioevo i pellegrini del Nord Europa - inglesi, irlandesi, fiamminghi, scandinavi - sbarcavano qui dopo settimane di navigazione, con Santiago ancora a cinque giorni di distanza.

Prima di cena abbiamo celebrato la Santa Messa nella chiesa di Santiago: la prima delle celebrazioni che ogni giorno ci avrebbero atteso al termine della tappa. Dalla liturgia del giorno sono emerse tre immagini che ci avrebbero poi accompagnato fino alla fine: la richiesta di un cuore capace di ascoltare, la fatica che diventa occasione di crescita, il tesoro nascosto in un campo.

Da Pontedeume a Betanzos

Abbiamo dato avvio alla seconda giornata di Cammino accompagnati dal Salmo 122, la preghiera di chi sale al tempio: «Quale gioia, quando mi dissero: andremo alla casa del Signore!». Quando il sole caldo si è alzato eravamo già immersi tra le foreste di eucalipti: tronchi alti e chiari, la luce che scende a strisce, un odore di resina e di foglia secca che resta addosso per ore. Il gruppo si è sparso lungo il tragitto e le prime chiacchiere hanno ceduto il passo soltanto al rumore dei passi. Betanzos si annuncia dal basso, dopo la discesa ai fiumi, e si guadagna in salita - l’ultima del giorno.

Da Betanzos a Bruma

Martedì 28 luglio la meditazione del mattino si chiudeva con il Salmo 121, la preghiera di chi si mette in strada: "Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre". Questa è stata la tappa più lunga e ardua del Cammino Inglese: le salite ci hanno accompagnato per gran parte della tappa, senza pendenze dure ma senza tregua, verso l’altopiano interno. Campi coltivati, muretti a secco, borghi poco abitati, hórreos di pietra sollevati su pilastrini, croci agli incroci. Poche persone, pochi bar, poca ombra. Alla meditazione del mattino era stata associata una frase di David Le Breton: "Bisogna saper tacere per non rompere il vaso infinitamente fragile dell’istante". Per molti quelle ore di silenzio non concordato sono state la parte più preziosa del viaggio, e anche la meno prevista. Bruma non è un paese. È un nome, poche costruzioni in cima al monte e la memoria di un ospedale per pellegrini attestato da otto secoli, che qui offriva riparo a chi passava.

Un articolo di

Silvia Faraci, Benedetta Lui e Riccardo Ricchetti

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Da Bruma a Sigüeiro

Il quarto giorno si avvertiva che qualcosa stesse cambiando e che la meta non fosse più così lontana. Si sentiva nel modo in cui ci si aspettava agli incroci, si rallentava per chi era rimasto indietro, si passava una borraccia senza che venisse chiesta. Erano bastati tre giorni perché persone conosciute in aeroporto diventassero compagni, e la domanda ascoltata quella mattina - se davanti alla fatica si custodisca un cuore disarmato o ci si lasci inquinare dal rancore - trovava risposta più nei gesti che nei pensieri.

Il percorso scende quasi tutto il giorno verso la valle del Tambre, tra boschi, campi e strade di campagna poco trafficate. Sono le ore in cui si smette di contare i chilometri che mancano e si inizia a vivere nel solo passo reale, quello di adesso. Sigüeiro è poi arrivata nel pomeriggio inoltrato, distesa sulla riva del fiume.

L’arrivo a Santiago de Compostela

Anche giovedì siamo partiti prima dell’alba con il racconto dei discepoli di Emmaus: due uomini in cammino, un terzo che si affianca senza farsi riconoscere, un cuore che arde senza sapere perché. Si attraversa il Tambre e si entra a Santiago da nord, dalla parte da cui sono sempre arrivati i pellegrini venuti dal mare: prima la periferia industriale, il traffico cittadino e poi, all’improvviso, le pietre della città vecchia. Gli ultimi metri li abbiamo percorsi di corsa, stretti in un unico abbraccio. Nella piazza dell’Obradoiro nessuno è riuscito a trattenere le lacrime.

Le voci dei pellegrini

«Prima di iniziare il Cammino avevo un po’ di paura per quello a cui sarei andata incontro: i sentieri che avrei dovuto affrontare, le persone che avrei incontrato, la fatica di vivere al di fuori del comfort del quotidiano. Al momento dell’ingresso a Santiago, però, ho realizzato che dopo ogni salita arriva una discesa, che quelli che pensavo sarebbero stati semplici compagni di viaggio sono in realtà amici, e che la fatica, dopo una bella doccia, scompare e diventa voglia di ridere insieme. Sono molto grata di aver colto l’occasione offerta dall’Università e di aver intrapreso questo cammino», ha raccontato Cristina, studentessa della sede di Roma e collegiale presso il Collegio San Luca Armida Barelli di Roma.

«Ero partito con delle aspettative, come tutti. Ma sul Cammino durano poco, perché quello che serve davvero è lasciarsi stupire. Chilometro dopo chilometro si torna a parlare con l’altro, ad apprezzare il silenzio, ad aprire il cuore a chi ti sta accanto. Le ore di strada hanno trasformato sconosciuti in amici e mi hanno mostrato quanto di bello ci sia nell’essere umano: in cinque giorni ho imparato cose che nessun libro mi aveva insegnato. È per esperienze così che sono profondamente grato di appartenere all’Università Cattolica», ha commentato Riccardo, dottorando di ricerca nella sede di Milano.

«Non contano i passi che compiamo, ma le orme che lasciamo. Tra un cambio di scarpe e una preghiera, la nostra comunità universitaria si è riscoperta unita, il suo cuore pulsante. Ogni passo è stato un nuovo respiro, ogni parola un dono, ogni goccia di sudore la testimonianza della vita che scorre dentro di noi. Da dipendente universitario, esprimo gratitudine al Centro Pastorale per la proposta del Cammino di Santiago. Grazie, Signore, per averci condotto con Amore qui a Santiago: "El Camino no termina, me lo llevo a casa",» ha commentato Francesco, membro PTA sede di Milano.

«Come ex studente, ho intrapreso il Cammino di Santiago con l’intento di riscoprire e rivivere i valori che caratterizzano il nostro Ateneo. Durante il percorso, attraverso sguardi sinceri, sorrisi autentici e momenti di profondo scambio con i compagni di cammino, ho potuto meravigliarmi una seconda volta di ciò che rende unico e straordinario la nostra comunità, consapevole della propria essenza cattolica e fedele ai principi che la guidano" ha dichiarato Jacopo, ex studente e collegiale presso il Collegio Ludovicianum».

«Partecipare al Camino Inglés insieme ad un gruppo di studenti, religiosi e docenti dell’Università Cattolica mi ha portata a vivere un’esperienza che ha unito il cammino dei piedi a quello del cuore. Giorno dopo giorno abbiamo condiviso fatica, silenzi, dialoghi, sorrisi e momenti di preghiera, scoprendo che il pellegrinaggio non è solo una meta da raggiungere, ma uno spazio in cui aprirsi all’incontro degli altri e di sé. Il Camino ci ha ricordato che crescere significa anche imparare a camminare insieme, sostenendosi reciprocamente e accogliendo ciò che porta il momento presente. Tornare significa riportare nella vita quotidiana questa consapevolezza: il valore della semplicità, della condivisione e del tempo dedicato all’ascolto. Esperienze che, come semi, continueranno ad accompagnarci e a germogliare ben oltre Santiago», ha concluso Maria Serena, docente della sede di Milano.

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