Nel XII secolo san Bernardo di Chiaravalle scrisse a un amico dedito agli studi: "Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà". È, in fondo, la scommessa di ogni pellegrinaggio: che esista una conoscenza che non passa dai testi accademici, ma dai passi, dalla fatica e dall’incontro con gli altri.
Spinti da queste ragioni, quarantadue membri della comunità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore - studenti, docenti, dottorandi, personale dell'Ateneo e del Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” - hanno percorso a piedi, dal 25 luglio al 1° agosto, il Cammino Inglese: cinque tappe da Ferrol a Santiago de Compostela per un totale di quasi 110 chilometri.
Per il Centro Pastorale è la terza edizione del pellegrinaggio universitario, dopo il Cammino Portoghese e quello Francese. A guidare il gruppo, l'assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo S.E. Mons. Claudio Giuliodori e gli assistenti pastorali don Daniel Balditarra, Fra Carmine Ferrara, don Lorenzo Mancini e Padre Enzo Viscardi.
Ciascuno è partito con le proprie ragioni. C’era chi cercava il silenzio e, nel silenzio, l’esercizio dell’ascolto di sé e di chi avrebbe camminato accanto. C’era chi voleva tornare a stupirsi delle piccole cose e della bellezza che ci circonda. Chi desiderava esercitare gratitudine e fiducia verso il prossimo. Chi, semplicemente, voleva mettersi in gioco per scoprire i propri limiti.
Ferrol, il giorno prima della partenza
Siamo giunti all’aeroporto di A Coruña nel pomeriggio del 25 luglio, giorno di san Giacomo Apostolo. Molti si vedevano lì per la prima volta. La sera, a Ferrol, dopo cena, ci siamo seduti in cerchio. Fuori era ancora chiaro: in Galizia, a fine luglio, la luce resiste fino alle dieci. Nessuno di noi aveva ancora camminato un metro. La riflessione è partita da tre domande, rimaste poi aperte per tutto il viaggio. Chi portiamo nella preghiera del Cammino? Qual è la nostra attesa? Che cosa può dire questo pellegrinaggio al tempo in cui viviamo? Abbiamo risposto uno alla volta, quarantadue volte, e a ripensarci adesso le risposte si somigliavano molto più di quanto ciascuno credesse.
Da Ferrol a Pontedeume
Prima di partire per la prima tappa abbiamo ricevuto la benedizione del pellegrino e assistito alla consegna delle credenciales. Siamo usciti che albeggiava appena, con in testa il versetto di Isaia ascoltato poco prima: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore». La luce, quella mattina, stava salendo sulla ria.
Il Cammino Inglese comincia dall’acqua e per ore non la lascia: costeggia la ria di Ferrol verso l’interno, tra moli e cantieri e con la marea bassa il fondo si scopre e luccica. Non è un dettaglio di paesaggio, ma l’origine stessa di questa via: dal Medioevo i pellegrini del Nord Europa - inglesi, irlandesi, fiamminghi, scandinavi - sbarcavano qui dopo settimane di navigazione, con Santiago ancora a cinque giorni di distanza.
Prima di cena abbiamo celebrato la Santa Messa nella chiesa di Santiago: la prima delle celebrazioni che ogni giorno ci avrebbero atteso al termine della tappa. Dalla liturgia del giorno sono emerse tre immagini che ci avrebbero poi accompagnato fino alla fine: la richiesta di un cuore capace di ascoltare, la fatica che diventa occasione di crescita, il tesoro nascosto in un campo.
Da Pontedeume a Betanzos
Abbiamo dato avvio alla seconda giornata di Cammino accompagnati dal Salmo 122, la preghiera di chi sale al tempio: «Quale gioia, quando mi dissero: andremo alla casa del Signore!». Quando il sole caldo si è alzato eravamo già immersi tra le foreste di eucalipti: tronchi alti e chiari, la luce che scende a strisce, un odore di resina e di foglia secca che resta addosso per ore. Il gruppo si è sparso lungo il tragitto e le prime chiacchiere hanno ceduto il passo soltanto al rumore dei passi. Betanzos si annuncia dal basso, dopo la discesa ai fiumi, e si guadagna in salita - l’ultima del giorno.
Da Betanzos a Bruma
Martedì 28 luglio la meditazione del mattino si chiudeva con il Salmo 121, la preghiera di chi si mette in strada: "Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre". Questa è stata la tappa più lunga e ardua del Cammino Inglese: le salite ci hanno accompagnato per gran parte della tappa, senza pendenze dure ma senza tregua, verso l’altopiano interno. Campi coltivati, muretti a secco, borghi poco abitati, hórreos di pietra sollevati su pilastrini, croci agli incroci. Poche persone, pochi bar, poca ombra. Alla meditazione del mattino era stata associata una frase di David Le Breton: "Bisogna saper tacere per non rompere il vaso infinitamente fragile dell’istante". Per molti quelle ore di silenzio non concordato sono state la parte più preziosa del viaggio, e anche la meno prevista. Bruma non è un paese. È un nome, poche costruzioni in cima al monte e la memoria di un ospedale per pellegrini attestato da otto secoli, che qui offriva riparo a chi passava.