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Un “master che viene da lontano” per i futuri tutori di resilienza

03 novembre 2026

Un “master che viene da lontano” per i futuri tutori di resilienza

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Sessant’anni fa il 4 novembre un’alluvione devastava la città di Firenze e una giovane 23enne, studentessa di Magistero dell’Università Cattolica, partiva volontaria con il beneplacito dell’allora rettore Ezio Franceschini per aiutare la popolazione. Questa esperienza, che ha accomunato tanti giovani volontari, ha rappresentato una sorta di embrione per quello che sarà in seguito la Protezione civile moderna. 

Proprio a Firenze ha preso una direzione precisa la vita di Cristina Castelli, che lì ha conosciuto il suo futuro marito (Agostino Fusconi, diventato poi professore di Economia e membro del Consiglio di amministrazione della Cattolica) ed è diventata una psicologa dello sviluppo nello stesso Ateneo. Da allora molti progetti d’aiuto umanitario, grazie a lei, sono stati realizzati in diverse parti del mondo a sostegno di persone che vivono in contesti estremamente poveri o vittime di guerre o calamità naturali costrette a migrazioni forzate. 

Ma le idee si radicano e danno vita ai progetti quando sono supportate dalla professionalità. Per questo vent’anni fa la professoressa ha avviato un master che oggi si chiama “Relazione d’aiuto in contesti di sviluppo e cooperazione (nazionale e internazionale)”, attivato presso la Facoltà di Scienze della Formazione e che ha fatto della resilienza assistita la metodologia chiave nell’aiuto a ricostruire una normalità interrotta da gravi eventi stressanti. 

Professoressa com’è nata l’idea del master?
«Direi dalla consapevolezza che per aiutare in modo efficace in contesti di vulnerabilità e di fragilità (terremoti, guerre, povertà, migrazione forzata) dove le persone vengono disumanizzate, occorre una relazione d’aiuto che restituisca dignità violata nel fisico e nello spirito. Il soccorso è spesso inteso come un aiuto concreto per fronteggiare l’emergenza, mentre le ferite psicologiche restano spesso sullo sfondo. Eppure, la condivisione emotiva, il dare senso agli eventi, il mobilitare le risorse esterne ed interne sono azioni altrettanto importanti affinché la persona possa sentirsi nuovamente protagonista della propria vita. Il nostro master risponde a tali esigenze che abbiamo colto operando sul campo».

Lei e l’équipe di psicologi che negli anni ha costruito siete stati in molti Paesi nel mondo per portare un aiuto professionale. Ci spiega come si sviluppa questo lavoro?
«Una volta fronteggiati i primi momenti dell’emergenza è importante una relazione supportiva che aiuti la “ricostruzione” del contesto (ad esempio uno spazio sicuro, un ambiente accogliente, luoghi d’aggregazione e socialità, ecc.) e la “promozione” di risorse esterne ed energie interne alla persona affinché non si lasci annientare dagli eventi. Ascoltare i racconti, ripercorrere la vita passata per fissare i ricordi e provare ad agire insieme per cercare di ricostruire riattivando abilità, competenze e valori come l’amicizia e la speranza sono alcune operazioni fondamentali. Nello Sri Lanka, per esempio, lo tsunami del 2004 ha distrutto tutti i campi di riso e le persone aspettavano, sole, lungo la strada passivamente di ricevere dagli aiuti umanitari un sacco di riso. L’inattività rendeva queste persone depresse e senza speranza, noi abbiamo cercato di riattivare risorse personali quali competenze pratiche, abilità sociali, amicizie e solidarietà contribuendo attivamente alla ripresa dei lavori nei campi dimostrando che si poteva far fronte agli eventi avversi senza soccombere ad essi. 
 

Un articolo di

Emanuela Gazzotti

Emanuela Gazzotti

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Quali sono le caratteristiche del master?
«Il master è aperto a laureati e laureate delle più svariate discipline perché la relazione d’aiuto può esplicitarsi partendo da diverse professionalità. Psicologi, pedagogisti, sociologi, ma anche giuristi, economisti, agronomi e architetti possano mettere a disposizione le loro competenze di base, utili a ricostruire una normalità interrotta da eventi avversi. Naturalmente per tutti i futuri “tutori di resilienza” necessita una formazione teorica riguardante la promozione della resilienza, l’individuazione dei fattori di rischio e dei fattori di protezione nelle vulnerabilità e nei diversi contesti, la definizione di istituzioni nazionali e internazionali con cui rapportarsi, la psicologia sociale e quella di comunità».

C’è anche una parte laboratoriale?
«Sì, il nostro master prevede rigorosamente la presenza. Sono proposte visite al carcere di Bollate, ad un campo Rom, all’Istituto dei ciechi di Milano, in centri che accolgono rifugiati e poi diversi laboratori di analisi e di applicazione di strumenti. Tra questi i silent books, libri senza parole che raccontano storie di resilienza da utilizzare con i bambini di tutto il mondo. E ancora il teatro sociale e di strada, lo sport, la musica e la “valigia dei talenti” con mattoncini di lego per costruire, matite e colori per disegnare, rappresentare e condividere emozioni difficili da accettare. Lo scopo è fornire metaforicamente strumenti per dare un senso, ricostruire e riordinare dove tutto è distruzione, ma anche insegnare che si possono creare cose belle che offrono speranza». 

Voi siete sempre andati sul campo e avete contribuito a costruire anche spazi di accoglienza e di svago.
«Sì. In diversi Paesi, con progetti che hanno coinvolto studenti del master, abbiamo costruito scuole, spazi gioco, allestito piccole case per ospitare gli abitanti, campi da gioco per i bambini, spazi di ricreazione all’interno dei campi profughi. Tutte azioni concrete avviate con l’aiuto indispensabile delle istituzioni in loco, di reti territoriali, famiglie, insegnanti, volontari. Ma anche il piano simbolico non è meno importante. A Firenze mi ero messa a pulire bottoni dal fango insieme a una signora che aveva perso il suo negozio e una vita di lavoro: recuperare quei bottoni significava per lei ritrovare la sua identità. A Haiti dopo l’uragano abbiamo lavorato molto con un corno che all’epoca della ribellione degli schiavi serviva a radunare le persone, usando quindi un simbolo di riscatto e libertà a loro caro». 

Nelle emergenze che lei ha vissuto ha avuto modo di confrontarsi con i bisogni spirituali delle persone?
«Sì, il tema della fede è ricorrente e importante. Nei barconi che arrivano a Lampedusa ad esempio abbiamo trovato Bibbie, Corani, rosari, segno di una speranza a cui i migranti si sono affidati prima di intraprendere il viaggio. E poi porto sempre con me la storia della Madonna di Matara in Sri Lanka a cui la popolazione anche buddista e induista era molto devota e che si è salvata più volte da disastri, l’ultima proprio durante lo tsunami del 26 dicembre 2004, trovata integra da alcuni pescatori di un villaggio sulla costa sud del Paese». 

Oltre agli interventi in Sri Lanka e Haiti, all’estero dove avete operato?
«I progetti sono stati e sono tanti, in stretta collaborazione con RiRes l’Unità di ricerca sulla resilienza del Dipartimento di psicologia abbiamo operato in Nepal, in India, in Sri Lanka, in Cile, in Ucraina, nel Kurdistan Iracheno e ad Haiti. Nel 2012 è scoppiata la guerra in Siria e siamo stati in Libano e in Giordania a supporto delle centinaia di migliaia di profughi che si sono riversati nei Paesi limitrofi. Ora in Siria abbiamo avviato un bel progetto per le ragazze all’interno dell’Istituto dei Fratelli Maristi: una ciclofficina per insegnare loro ad andare in bicicletta, segno di emancipazione».

E in Italia?
«In Molise dopo il terremoto abbiamo realizzato insieme ai bambini di Ripabottoni una guida turistica creata dai bambini per mostrare la bellezza della loro terra. In Abruzzo a L’Aquila abbiamo allestito un campo sportivo e una tenda per attività creativo-espressive con i bambini. E da questa esperienza è nata anche una breve guida per i genitori su come affrontare il trauma del terremoto con i propri bambini».

Intorno al master in Università Cattolica a Milano operano diverse realtà che lei ha contribuito a realizzare…
«Sì, oltre all’Unità di ricerca sulla resilienza, il CROSS - Centro di ricerca sull’orientamento scolastico e socio-professionale e la Fabbrica dei Talenti che promuove laboratori creativi per minori soprattutto stranieri con valenza orientativa, l’Associazione Realmonte ETS che insieme all’Ateneo opera a favore di rifugiati politici e ha avviato un’attività sartoriale e una ciclofficina che offre un mestiere e un lavoro a giovani migranti. E poi tante collaborazioni con enti e associazioni con cui condividere progetti resilienti, come quella con il BICE – Bureau International Catholique de l’Enfance». 

Il master ha diplomato in vent’anni circa 400 corsisti, quasi tutti giovani. Quale messaggio può lasciare ai giovani di oggi facendo tesoro della sua esperienza?
«I giovani che si sono messi in gioco nei nostri progetti hanno accettato una sfida e preso un impegno con responsabilità. I ragazzi che hanno assaltato le vetrine a Milano di recente hanno aperto una sfida ma si può testimoniare loro che ci sono sfide che possono migliorare il mondo, che fanno sentire vivi nel promuovere il bene».

Il suo sogno per il futuro?
«Portare il patrimonio acquisito in questi anni a Gaza».
 

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