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Vulnerabilità nel lavoro socio-educativo: una sfida collettiva

23 febbraio 2026

Vulnerabilità nel lavoro socio-educativo: una sfida collettiva

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Analizzare le principali fonti di vulnerabilità che attraversano il lavoro educativo. È questo l’obiettivo del progetto SAVE – Stand by me: Addressing Social Workers’ Vulnerability to Support Youth From Social Exclusion – che nasce dalla consapevolezza che la qualità del lavoro educativo e la capacità di contrastare l’esclusione sociale dei giovani passano anche dalla tutela e dalla sostenibilità della vita lavorativa di chi impegna quotidianamente in contesti ad alta complessità.

Per la professoressa Mara Gorli, Principal investigator e supervisore scientifico dell’intero progetto di ricerca per l’Università Cattolica, «la ricerca per il progetto SAVE nasce anni fa da un gruppo di colleghe dell’Ateneo intente a studiare le vulnerabilità di alcune professioni. Il settore socio-educativo – ha spiegato nel discorso che ha aperto l’evento di presentazione del progetto - rappresenta un pilastro fondamentale della vita delle comunità. Chi vi lavora sostiene ogni giorno persone, legami e contesti sociali complessi, affrontando sfide che incidono direttamente sulle condizioni di lavoro. Occuparsi di queste e del benessere nel lavoro socio-educativo, significa riconoscerne il valore sociale e investire nel benessere collettivo». Il discorso di Mara Gorli si è chiuso poi con uno speciale ringraziamento: «Ci tengo molto a ringraziare la Fondazione Cariplo. Grazie al loro sostegno è stato possibile realizzare tutto questo».

La realizzazione del progetto SAVE è stata possibile anche grazie alla sinergia tra l’Università Cattolica e la Fondazione Don Gino Rigoldi, che sin dall’inizio della ricerca ne ha curato la comunicazione, come ha ricordato il Direttore generale Pierfilippo Pozzi: «Conosciamo sul campo le fatiche (e le gioie) del lavoro educativo; chi partecipa al percorso di crescita degli adolescenti con una storia di sofferenza o di disagio vive un coinvolgimento emotivo e mentale molto intenso. Solo chi lavora all’interno del Terzo settore conosce realmente le condizioni in cui operano gli educatori. Accanto a grandi soddisfazioni c’è anche una grande sofferenza per le condizioni contrattuali inadeguate e le scarse risorse per la cura di chi si prende cura».

«Nella ricerca il coinvolgimento di colleghi economisti dell’Università Cattolica è stato fondamentale» ha aggiunto Mara Gorli. Sono stati infatti Luca Salmasi e Gabriele Letta a presentare un quadro macroeconomico generale e elementi per inquadrare meglio lo scenario, da dove si evince come, relativamente alla soddisfazione del lavoro degli educatori, questa è pari alla media. La soddisfazione scende però sulla possibilità di carriera, sulla stabilità del lavoro e in particolare sul guadagno, dove si vede un gap salariale con categorie di lavoratori comparabili, come docenti di scuola primaria e specialisti della formazione di soggetti disabili. Gli educatori sono invece sopra la media per interesse del lavoro svolto, a testimonianza che si tratta di un lavoro vocazionale.

Dal carico emotivo al rischio di burnout, dalla precarietà organizzativa alla difficoltà di riconoscimento professionale. Sono tutti elementi emersi e poi affrontati nei due tavoli di discussione, dove sono intervenuti Francesca Alby per l’Università “La Sapienza” di Roma, e Pierpaolo Triani e Paolo Gomarasca per l’Università Cattolica come “voci dalle ricerche” e moderata dalla professoressa Ivana Pais.

Nel tavolo “voci dalle pratiche”, moderato dalla ricercatrice Chiara Corvino, sono intervenuti invece Paolo Cattaneo, presidente CNCA Lombardia, Gianni Fulvi, presidente del Coordinamento Nazionale delle Comunità di Tipo Familiare per i minorenni, e Antonello Bolis, come referente formazione educatori per l’Associazione Kayros Onlus.

La giornata si è conclusa con il bilancio di chiusura dei lavori e l’annuncio dei prossimi passi del progetto esposti dalla professoressa Gorli con la ricercatrice Benedetta Colaiacovo.

Il lancio del progetto è stata anche l’occasione per avviare la costruzione di un network di persone, enti e istituzioni interessate a sostenere e contribuire allo sviluppo della ricerca, favorendo uno scambio continuo tra mondo accademico e pratiche sul campo.

Un articolo di

Marco Giorgini e Cecilia Carabelli

Scuola di Giornalismo

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