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La centralità democristiana tra storia e attualità
Presentato il volume di Enrico De Mita: una riflessione sul metodo politico della Prima Repubblica e le sue eredità
| Agostino Picicco
29 maggio 2026
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Ripensare oggi alla storia della Democrazia Cristiana significa squarciare una cortina fumogena e superare una ingiusta damnatio memoriae. È questo l’obiettivo profondo di “DC storia di un Paese”, la mostra fotografica che ripercorre cinquant’anni di vita del partito (1942-1994), inaugurata martedì 26 maggio nell’atrio della sede di via Nirone dell’Università Cattolica. L’evento è stato curato dal Dipartimento di Storia dell’Economia, della società e di scienze del territorio “Mario Romani”, in stretta collaborazione con il Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’Ottantesimo anniversario della nascita della Democrazia Cristiana.
Le ragioni profonde che hanno portato questa esposizione proprio all’interno della sede milanese dell'Ateneo sono state illustrate da Maria Bocci, docente di Storia contemporanea, la quale ha evidenziato come la parabola della DC coincida inevitabilmente con la storia dell’Italia repubblicana, della Prima Repubblica e della tenuta dell’ordine democratico persino negli anni bui del terrorismo. «La DC è stata un baricentro della storia nazionale», ha spiegato la docente, evidenziando come le immagini in mostra – che ritraggono le varie sezioni locali – testimonino un profondo radicamento sul territorio. Il partito, insomma, è stato uno specchio fedele della società italiana: «Ha saputo ben rappresentare con realismo le speranze e le attese degli italiani, con la capacità di rispecchiarle come erano e non come dovevano essere». Proprio per questo il lavoro del Comitato Nazionale – che vede in uscita un’opera in sei volumi – risulta fondamentale per elaborare una memoria collettiva differente. Non è un caso, infine, che la mostra sia stata allestita a Milano e in via Nirone: fu proprio in città, in casa Falck, che nacque la DC milanese, e i locali dell’Università Cattolica che oggi ospitano la mostra erano la storica sede del partito. Un legame, quello tra l’Ateneo e la DC, che affonda le radici nella storia, sia in termini di persone che di idee. Basti pensare che nel settembre del 1943 Alcide De Gasperi si rivolse direttamente a padre Agostino Gemelli, fondatore della Cattolica, per perorare la causa del neonato partito presso Papa Pio XII, ottenendo il suo sostegno, senza dimenticare il contributo che i “professorini” dell’Ateneo offrirono in seguito all’Assemblea Costituente.
Il filo rosso della memoria ha guidato anche l’introduzione di Andrea Covotta, giornalista e responsabile Rai del Quirinale, che nel moderare gli interventi ha voluto ricordare come l’inaugurazione coincidesse con l’anniversario della scomparsa di un illustre statista ed esponente democristiano come Ciriaco De Mita, alumnus della Cattolica e studente dello storico Collegio Augustinianum.
Nel merito dell’analisi storiografica è entrato Agostino Giovagnoli, storico dell’Università Cattolica, che ha illustrato cosa abbia rappresentato la DC per il Paese, evidenziando una singolare anomalia: se sulla DC sono stati scritti tanti libri, mancano ancora vere interpretazioni e la storiografia mostra una certa riluttanza a fare una sintesi di un’esperienza così originale. Eppure, parlare di DC significa parlare dell’Italia stessa, attraverso un partito capace di «rappresentare il tutto, pure dentro una dialettica democratica che affermava l’importanza del pluralismo». Una scelta di campo precisa, poiché «la democrazia è importante per la pace, dato che sono i poteri totalitari a scatenare la guerra». In questo contesto, l’unità politica dei cattolici ha garantito un valore aggiunto, un «di più» fondamentale per compiere scelte storiche altrimenti impraticabili, come il tentativo di abolire le distanze tra Nord e Sud. Secondo lo storico, la politica dell’epoca aveva un progetto a lungo termine e poteva permetterselo perché «poteva contare sulle risorse morali e ideali, facendo così riforme non legate ai singoli interessi, ma che riguardavano l’interesse del Paese». Il sogno profondo era quello di completare il Risorgimento dal punto di vista economico e sociale, trovando il proprio programma naturale nell’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione e nell’abolizione delle disuguaglianze. Una storia alta, in cui non sono comunque mancate pagine oscure e problematiche, come le pesanti difficoltà vissute negli anni Settanta.
A focalizzare l’attenzione sulla capacità di tenuta delle istituzioni è stato Lorenzo Ornaghi, politologo, già rettore dell’Università Cattolica e ministro dei Beni culturali. Il suo intervento si è soffermato su quanto lo scudo crociato abbia contribuito a ricucire un Paese disarticolato e profondamente diviso. In un’epoca caratterizzata da feroci fratture – il dualismo tra fascismo e antifascismo, o la scelta tra monarchia e repubblica – la governabilità autentica, affidabile e credibile era data dal sistema dei partiti, all’interno del quale la DC si poneva come perno egemone. Il partito era riuscito a contenere una gamma di posizioni forte e divaricata, dimostrando una straordinaria inclusività. Ornaghi ne ha evidenziato la forte specificità: rispetto agli altri partiti europei, la DC mostrava una peculiarità non omologabile, priva di ideologie totalitarie ma nutrita da un solido sistema di valori. La forza del partito stava nel considerare che la politica, «se vuole e deve migliorare il mondo, non deve semplicemente rispecchiare la società ma orientarla, impedendo che gli interessi di alcuni settori diventino prevaricanti rispetto ad altri». In questo modo, «la DC non ha solo fotografato l’Italia, ma ha compiuto un’operazione di democrazia straordinaria».
Le conclusioni dell’evento sono state affidate a Ortensio Zecchino, già ministro della Ricerca scientifica e presidente del Comitato per le celebrazioni dell’Ottantesimo anniversario della nascita della Democrazia Cristiana. Zecchino ha rimarcato come la mostra sia solo una delle tappe per fare finalmente storia, intendendo la DC come un lungo processo evolutivo. Il Comitato non intende scadere nella mera celebrazione, ma vuole sfruttare questa ricorrenza per spezzare due condizioni negative che ancora gravano sul partito. Da un lato, occorre «evitare la vulgata di una DC di assassini, che dipinge il partito come un antistato fatto di complotti e manovre oscure che avrebbero offuscato il senso della democrazia». Al contrario, la DC si è fatta carico della conservazione della democrazia stessa, avendo come antagoniste realtà ideologiche del tutto antitetiche al mondo occidentale. Dall’altro lato, l’obiettivo è eliminare l’oblio. Le fotografie delle sezioni in mostra sono la rappresentazione visiva di questa storia: luoghi dove si raccoglievano le persone e dove gli amministratori perdevano giornate e nottate solo per tenere fede a un impegno politico volontario. La tesi finale di Zecchino è netta: la DC non è crollata sotto i colpi di Tangentopoli, ma per le difficoltà di un mutato contesto internazionale; non è finita per l’esaurimento delle sue funzioni, e la sua assenza ha infatti creato un vuoto profondo. Resta il fatto che questo partito «ha fatto di questo Paese uno dei più grandi paesi del mondo», firmando passaggi epocali come la riforma agraria – che chiuse definitivamente l’era del feudalesimo –, il piano casa e la Cassa del Mezzogiorno. «Non immaginiamo che la DC possa essere risuscitata – ha concluso il presidente – ma abbiamo il dovere di fare storia, perché le cose dette non siano semplici opinioni, ma diventino coscienza di ciò che la DC è stata davvero e oggi noi desideriamo dare onore e omaggio a questa storia».
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