Un’analisi articolata del rapporto tra nuove generazioni e vita democratica è stata proposta lo scorso 27 aprile nel campus milanese dell’Ateneo durante l’incontro “Inverno democratico? Giovani, democrazia e partecipazione”, promosso dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo con il patrocinio della Facoltà di Scienze politiche e sociali e del dipartimento di Sociologia.
Il demografo Alessandro Rosina, responsabile scientifico dell’Osservatorio Giovani che ha aperto i lavori, ha collocato la Generazione Z all’interno di un contesto segnato da crisi successive: dalla recessione economica al Covid-19, fino ai conflitti geopolitici e alla crisi climatica. Secondo Rosina, queste condizioni hanno prodotto un senso diffuso di incertezza, aggravato da un dato strutturale, ovvero il progressivo indebolimento del peso demografico dei giovani. «In Italia le generazioni nate nel XXI secolo diventeranno maggioranza elettorale solo intorno ai 58 anni, con un evidente squilibrio tra chi decide oggi e chi vivrà le
A partire da questa cornice lo statistico sociale Andrea Bonanomi ha presentato i dati quantitativi dell’Osservatorio, smontando alcuni luoghi comuni: «I giovani non sono disinteressati alla politica, solo il 22% si dichiara tale, mentre oltre il 78% riconosce alla politica un ruolo fondamentale nel migliorare la società. Il vero nodo, piuttosto, è la mancanza di spazi (meno del 40% ritiene che la politica italiana offra reali opportunità di partecipazione). Da qui nasce una frattura tra interesse e coinvolgimento».
Sul piano qualitativo, il sociologo Fabio Introini ha restituito i risultati di un’indagine basata su focus group. «Dalle parole dei giovani emerge un’immagine della democrazia come valore “alto”, eticamente denso ma anche fragile e incompiuto. Termini come partecipazione, libertà e popolo si affiancano a una consapevolezza critica delle difficoltà del sistema democratico». Introini ha, inoltre, sottolineato come la partecipazione giovanile si orienti sempre più verso forme concrete e percepite come efficaci, come il volontariato, spesso considerato equivalente al voto nel produrre cambiamento.
A completare il quadro è intervenuta Eva Sacchi di Ipsos, che ha analizzato i processi di mobilitazione. «I giovani – ha spiegato – partecipano quando percepiscono un’ingiustizia e quando ritengono che la loro azione possa avere un impatto». Non a caso, il recente referendum ha registrato una forte partecipazione giovanile: «Quando il voto è percepito come utile, i giovani si muovono».
Le testimonianze di studenti e attivisti hanno confermato questi dati. All’incontro, moderato dalla sociologa Cristina Pasqualini, è intervenuto anche Filippo Belgrano, presidente dell’associazione studentesca interuniversitaria Democraseeds, che ha evidenziato come le nuove generazioni siano alla ricerca di nuovi spazi di confronto, rifiutando linguaggi politici semplificatori o populisti e puntando su informazione, dibattito e partecipazione dal basso.
Nel complesso, il cosiddetto “inverno democratico” non coincide con un disimpegno giovanile, quanto piuttosto con una trasformazione delle modalità di partecipazione. Come ha evidenziato Rosina, la volontà di “contare e fare la differenza” resta centrale tra i giovani, ma necessita di strumenti adeguati e coerenti con i loro linguaggi e valori. La sfida, dunque, non consiste nel riattivare un interesse assente, ma nel riconoscere e valorizzare energie già presenti, ripensando le istituzioni affinché tornino a essere luoghi credibili e accessibili. Perché i giovani non sono fuori dalla democrazia, sono sempre più alla ricerca di un modo diverso di abitarla.