NEWS | sport

I ragazzi del dottor Brolis, storie di un calcio che non finirà

24 marzo 2026

I ragazzi del dottor Brolis, storie di un calcio che non finirà

Condividi su:

Cesare Prandelli, l’ultimo CT della Nazionale italiana ad aver partecipato ad un mondiale (era il 2014), lo ha definito «il più grande talent scout che si conoscesse». Gaetano Scirea, che non ha bisogno di presentazioni, «la causa di tutto quello che mi è capitato». Giorgio Perinetti, ex direttore sportivo di Napoli, Roma e Palermo, «il fondatore del settore giovanile atalantino, un modello di riferimento per l’intero sistema calcistico». Basterebbe questo per avere un ritratto fedele di Giuseppe Brolis, una vita intera dedicata al calcio, alla scoperta e alla valorizzazione dei giovani talenti. A lui è dedicato il libro I ragazzi del dottor Brolis. Storie di un calcio che non finirà (Equa Edizioni, 2026), scritto dalla figlia Maria Teresa Brolis e da Marco Carobbio, che è stato presentato insieme agli autori nella Cripta dell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. 

«Quando, nel 2015, l’Università Cattolica ha creato il tavolo di lavoro Cattolicaper lo Sport, vi era esattamente quello che questo libro racconta: umanità che genera professionalità, professionalità che genera modelli» racconta Mario Gatti, direttore della Sede di Milano e dell’Area Ricerca e Sviluppo. «La nostra università cerca di dare corpo a ciò che è scritto in questo libro, perché le relazioni positive creano professionalità». È un libro, questo, che parla soprattutto ai giovani. Che incoraggia il talento. Racconta di campioni ma anche di chi non è arrivato in Serie A, né in Nazionale, però ha vinto perché è riuscito a costruirsi una vita solida e autentica. È un libro intriso di impegno, di umanità, di lealtà.

«”Divertitevi ma rispettate l’avversario”, è la prima frase che ricordo del dottor Brolis» racconta Cesare Prandelli. «Avevo 13 anni, lui si era presentato nel nostro spogliatoio, a Orzinuovi, con il suo loden e l’immancabile cappello. Era già un personaggio molto noto e il mio allenatore lo adorava. Di me disse: “Ragazzino talentuoso, ma nessuno sa ancora dove metterlo”. È vero, potevo giocare in difesa, a centrocampo o come esterno. Ma ciò che mi metteva davvero in difficoltà erano le sue pause. Ti dava un giudizio, poi aspettava trenta o quaranta secondi, e non sapevi se intervenire o aspettare. Mi ha fatto capire l’importanza di ascoltare, di parlare ai giovani in maniera chiara e diretta».
 

Un articolo di

Francesco Berlucchi

Condividi su:

 

«È un onore essere qui a parlare di calcio e di giovani, che sono la mia vita» prosegue Roberto Samaden, direttore del Settore giovanile dell’Atalanta. «Come tanti bambini sognavo di fare il calciatore, e questo sogno non si è realizzato. Però ho realizzato il sogno di lavorare nel calcio, nella squadra che tifavo fin da bambino, l’Inter, e di farlo per 33 anni. E poi ho avuto la fortuna di arrivare all’Atalanta, grazie alla famiglia Percassi, che era il mio modello quando ho iniziato ad allenare. Andavo a osservare da vicino l’Atalanta di Mino Favini e di Prandelli. In quella squadra c’era qualcosa che andava oltre l’aspetto tecnico. La differenza la fanno gli allenatori che sanno di calcio ma sono anche attenti alle persone. A Bergamo c’è una grandissima cultura del lavoro e del rispetto, per questo è facile rifarsi a modelli come questi». 

«L’università non deve rimanere una torre eburnea ma ha bisogno di continuare a parlare con la società» spiega Alessandro Arcovito, coordinatore del corso di laurea magistrale in Scienze e tecniche del benessere e dello sport. «I nostri studenti che diventano chinesiologi dello sport o chinesiologi delle attività motorie preventive e adattate lo fanno in un ambiente in cui viene insegnato loro che, prima di tutto, saranno formatori. Andranno a lavorare con giovani, adulti e anziani per formarli attraverso l’attività fisica. Lo sport è prestazione, è performance agonistica ma è anche capacità di aiutare gli altri, perché è l’attività fisica ciò che ci aiuta a invecchiare in salute».

«Lo sport, e il calcio, con il suo seguito enorme, possono essere un’occasione di crescita e di vita» aggiunge Caterina Gozzoli, coordinatrice scientifica di Cattolicaper lo Sport e del dottorato interateneo in Scienze dell’esercizio fisico e dello sport. «Questo libro mi ha portato dentro un pezzo di storia del nostro Paese. Una storia, dal secondo dopoguerra ai decenni successivi, che è fatta di povertà, di coraggio, di speranza, di sogni, di riscatto sociale. Leggendo il libro, emergono alcuni concetti chiave: per innovare serve uno sguardo divergente, per cambiare la realtà serve coraggio, avere a che fare giovani talenti significa attraversare al meglio le fatiche che lo sport comporta. Lo sport, infatti, è una fotografia del momento storico, economico e culturale in cui esso si colloca, ma allo stesso tempo è un motore importante che può incidere davvero su quel contesto». 

Newsletter

Scegli che cosa ti interessa
e resta aggiornato

Iscriviti