Cesare Prandelli, l’ultimo CT della Nazionale italiana ad aver partecipato ad un mondiale (era il 2014), lo ha definito «il più grande talent scout che si conoscesse». Gaetano Scirea, che non ha bisogno di presentazioni, «la causa di tutto quello che mi è capitato». Giorgio Perinetti, ex direttore sportivo di Napoli, Roma e Palermo, «il fondatore del settore giovanile atalantino, un modello di riferimento per l’intero sistema calcistico». Basterebbe questo per avere un ritratto fedele di Giuseppe Brolis, una vita intera dedicata al calcio, alla scoperta e alla valorizzazione dei giovani talenti. A lui è dedicato il libro I ragazzi del dottor Brolis. Storie di un calcio che non finirà (Equa Edizioni, 2026), scritto dalla figlia Maria Teresa Brolis e da Marco Carobbio, che è stato presentato insieme agli autori nella Cripta dell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano.
«Quando, nel 2015, l’Università Cattolica ha creato il tavolo di lavoro Cattolicaper lo Sport, vi era esattamente quello che questo libro racconta: umanità che genera professionalità, professionalità che genera modelli» racconta Mario Gatti, direttore della Sede di Milano e dell’Area Ricerca e Sviluppo. «La nostra università cerca di dare corpo a ciò che è scritto in questo libro, perché le relazioni positive creano professionalità». È un libro, questo, che parla soprattutto ai giovani. Che incoraggia il talento. Racconta di campioni ma anche di chi non è arrivato in Serie A, né in Nazionale, però ha vinto perché è riuscito a costruirsi una vita solida e autentica. È un libro intriso di impegno, di umanità, di lealtà.
«”Divertitevi ma rispettate l’avversario”, è la prima frase che ricordo del dottor Brolis» racconta Cesare Prandelli. «Avevo 13 anni, lui si era presentato nel nostro spogliatoio, a Orzinuovi, con il suo loden e l’immancabile cappello. Era già un personaggio molto noto e il mio allenatore lo adorava. Di me disse: “Ragazzino talentuoso, ma nessuno sa ancora dove metterlo”. È vero, potevo giocare in difesa, a centrocampo o come esterno. Ma ciò che mi metteva davvero in difficoltà erano le sue pause. Ti dava un giudizio, poi aspettava trenta o quaranta secondi, e non sapevi se intervenire o aspettare. Mi ha fatto capire l’importanza di ascoltare, di parlare ai giovani in maniera chiara e diretta».