NEWS | Milano

Il soft power è davvero in crisi? Il caso degli Stati Uniti nell’era Trump

21 aprile 2026

Il soft power è davvero in crisi? Il caso degli Stati Uniti nell’era Trump

Condividi su:

Nell'era della competizione tra grandi potenze, il concetto di soft power, inteso come la capacità di modificare il comportamento altrui attraverso l'attrazione, è messo in discussione. Molti studiosi, infatti, lo considerano una categoria ormai superata, residuo della stagione liberale, inadeguata a rendere conto di un ordine internazionale segnato dal ritorno della forza, dall'erosione delle norme e dalla centralità della dimensione militare. Eppure, proprio in questo scenario, interrogarsi sull’attualità dell'attrazione come forma di potere significa mettere alla prova alcuni degli assunti più radicati del dibattito contemporaneo.

Su questo sfondo, giovedì 9 aprile, la School of Global Politics dell'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) ha ospitato il seminario Soft Power in a Hard World: Why Attraction Still Matters Today – and Why the United States Should Care. Dopo l'introduzione del professor Damiano Palano, direttore di ASERI, nel corso dell'incontro è intervenuto il professor Hendrik W. Ohnesorge, Senior Lecturer e Managing Director del Center for Global Studies dell'Università di Bonn mentre le conclusioni sono state affidate al professor Andrea Locatelli, docente di Scienza Politica e Studi Strategici dell'Università Cattolica, in qualità di discussant.

L’incontro si è inserito in duplice cornice: da un lato, l'esigenza di confrontarsi con l'eredità di Joseph Nye, padre del concetto di soft power; dall'altro, la necessità di misurare tale eredità sullo stato attuale della potenza americana, chiedendosi quale forma assuma oggi tale risorsa nella proiezione internazionale degli Stati Uniti. In questo contesto, la natura del concetto di potere si basa, secondo Ohnesorge, su dinamiche di transizione e diffusione collegandosi al concetto di soft power. Nell’era dell’informazione, infatti, il successo non è più soltanto il risultato di chi ha l'esercito più forte, ma anche di chi riesce a plasmare la narrazione migliore.

Il nucleo analitico dell’intervento ha riguardato la svolta post-liberale del soft power degli Stati Uniti, letta attraverso quelle che Ohnesorge ha definito le cinque D. La prima è il disregard: Trump trascura il soft power, così come emerge dalle dichiarazioni effettuate dallo staff della sua amministrazione, che testimoniano come la forza e la paura rappresentino gli strumenti privilegiati di cui vogliono avvalersi. La seconda è il decline, ovvero il declino della reputazione statunitense, documentato dai sondaggi e dalle interviste alle élite, specialmente tra i tradizionali alleati. La terza è la destruction: l’idea che Trump, soprattutto nel suo secondo mandato, stia distruggendo le infrastrutture stesse del soft power, dai tagli a USAID alla chiusura di Voice of America, fino alle pressioni sulle principali università. A queste si aggiunge il development, il cui contenuto emerge nel momento in cui Trump invia all'estero esponenti della sua amministrazione per promuovere narrazioni incentrate sul nazionalismo e sullo scontro culturale. In questo contesto, l’approccio adottato si discosta da una logica multilaterale, privilegiando invece una prospettiva unilaterale e improntata alla dinamica del “noi contro loro”. Infine, la durability rinvia all'interrogativo sulla tenuta nel tempo di questa nuova configurazione, in quanto il soft power richiede tempi lunghi per consolidarsi, mentre Washington sta perdendo alleati e procede senza una strategia coerente.

Nel corso del dibattito, Locatelli ha rilanciato la riflessione introducendo l'idea di un lato oscuro del soft power in cui l'attrazione si fonda sui valori e la sua efficacia dipende dalla solidità delle norme condivise. Tuttavia, queste ultime sono oggi al centro di una contestazione radicale, come dimostra il tentativo russo di giustificare l'aggressione all'Ucraina richiamando precedenti occidentali. Nella prospettiva di Locatelli, il soft power non è “morto”, ma ha bisogno di essere rigenerato alla luce di questa crisi di legittimità.

Nell’epoca delle piattaforme e dell’IA, il soft power coincide sempre più con la capacità di guidare e controllare la narrazione, un terreno su cui, tra l’altro, Trump può cercare di esercitare la propria influenza. Risulta, quindi, fondamentale non ridurre l'intera vicenda statunitense alla figura del presidente poiché all'interno del mondo MAGA convivono visioni differenti, tenute insieme meno da un progetto condiviso che dall'ostilità verso un comune avversario, individuato nelle élite liberali e globaliste. In questo scenario segnato dalla competizione tra grandi potenze, la capacità di attrarre, persuadere e dare forma alle narrazioni continua a costituire una risorsa strategica decisiva, la cui sottovalutazione rischia di lasciare spazio proprio a quegli attori che di tale risorsa stanno facendo un uso sempre più spregiudicato.

Un articolo di

Tommaso Ravizza

Tommaso Ravizza

Master in Advanced Global Studies (MAGS)

Condividi su:

Newsletter

Scegli che cosa ti interessa
e resta aggiornato

Iscriviti