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Imparare dai bambini a guardare il mondo per educarli

26 agosto 2026

Imparare dai bambini a guardare il mondo per educarli

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Non mettere i bambini al riparo dal mondo, ma dare loro gli strumenti per comprenderlo. Prenderli sul serio, ascoltare le loro domande, accompagnarli anche di fronte alle notizie più difficili senza banalizzare la realtà né esporli alla sua crudezza. E, soprattutto, riconoscere che bambini e ragazzi non sono soltanto destinatari dell’informazione e dell’educazione, ma soggetti capaci di offrire agli adulti uno sguardo originale sulla realtà.

È il filo che ha attraversato l’incontro “I bambini e l’informazione”, promosso al Meeting di Rimini in collaborazione con Avvenire e con il sostegno dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Un appuntamento che ha coinciso con i trent’anni di Popotus, il giornale di Avvenire rivolto ai più piccoli, e che ha preso le mosse anche dai temi al centro del volume Diritti e rovesci. Le condizioni dell’infanzia oggi, pubblicato da Vita e Pensiero e Avvenire.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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Al confronto, moderato dalla giornalista di Tempi Caterina Giojelli, sono intervenuti Marco Erba, professore e scrittore, Marco Girardo, direttore di Avvenire, Domenico Simeone, preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica e direttore della Cattedra UNESCO Education for Human Development and Solidarity among Peoples, e Marina Terragni, garante per l’infanzia e l’adolescenza.

Il punto di partenza è una domanda resa ancora più urgente dalla pervasività dei social media e dalla rivoluzione digitale: come raccontare il mondo ai bambini? Non si tratta, è emerso durante l’incontro, di proteggerli semplicemente dalle cattive notizie. Guerre, disuguaglianze, violenza e crisi non possono essere cancellate dal loro orizzonte. La sfida è trovare parole e strumenti adeguati per aiutarli a comprendere ciò che accade.

È quanto Popotus prova a fare da trent’anni. «Il primo obiettivo è prendere sul serio i bambini e le loro domande», ha spiegato Girardo. Scrivere per loro significa rinunciare alle scorciatoie e considerarli lettori a tutti gli effetti.

Quindi non vuol dire evitare Gaza, le guerre o le disuguaglianze, ma raccontarle con un linguaggio adatto e preciso, senza scegliere né la semplificazione che rende banale la realtà né la crudezza che rischia di lasciare il bambino solo davanti a ciò che non riesce a comprendere. Esiste, ha osservato il direttore di Avvenire, una «terza via»: accompagnare.

Ma per accompagnare occorre innanzitutto saper vedere e ascoltare. È su questo terreno che si è concentrato l’intervento di Domenico Simeone. «La cronaca anche recentissima ci consegna casi di disagio che spesso non riusciamo ad ascoltare fino a quando non si esprimono in modo eclatante», ha osservato il preside. In un ambiente digitale nel quale le connessioni non sempre fanno crescere autentiche relazioni, alcuni episodi di violenza mostrano una crescente difficoltà a riconoscere l’altro come qualcuno che ci riguarda.

La questione, allora, diventa come tornare a farsi prossimi. Simeone ha richiamato la parabola evangelica del buon Samaritano: prima vede l'uomo ferito, poi ne ha compassione e infine gli si fa vicino. «Vedere vuol dire riconoscere», ha spiegato. È nello spazio della relazione interpersonale che può nascere l’incontro educativo: avvicinarsi ai giovani, riconoscerne le emozioni e le ferite, aiutandoli a loro volta a costruire relazioni nelle quali l’altro non sia ridotto a oggetto.

Una prospettiva che chiama in causa anche il rapporto con il digitale. Richiamando il Patto educativo globale promosso da Papa Francesco e l’invito di Papa Leone XIV a coltivare la vita interiore e a umanizzare il digitale, Simeone ha sottolineato la necessità di recuperare spazi nei quali bambini e ragazzi possano entrare in contatto con le proprie emozioni e con quelle degli altri.

L’ascolto è stato anche al centro dell’intervento di Marina Terragni. Sono gli stessi ragazzi, ha osservato, a chiedere sempre più spesso “spazi sicuri”, che per loro significano anche luoghi liberi dal giudizio e, talvolta, dalla connessione permanente. Una generazione cresciuta dentro la rivoluzione digitale è oggi tra le prime a segnalare agli adulti i rischi dell’iperconnessione e dell'accesso troppo precoce agli smartphone.

Essere visti è il bisogno fondamentale dei ragazzi per Marco Erba, insegnante oltre che scrittore. Non cercano adulti che si limitino a giudicarli, ma neppure insegnanti che vogliano trasformarsi semplicemente in loro amici. Cercano qualcuno che abbia percorso «un pezzo di strada in più», capace di guidarli e di alzare l’asticella perché desidera che riescano a superarla.

Educare significa allora aiutare a cercare il senso delle cose prima ancora di accumulare nozioni e allenare un pensiero critico che non si riduca agli slogan. La domanda, ha suggerito Erba, apre alla complessità molto più di un punto esclamativo che pretende di chiuderla.

È proprio la capacità dei bambini di porre domande che può diventare una risorsa anche per gli adulti. «Negli anni è cresciuta la consapevolezza della soggettività dei bambini e del fatto che portino punti di vista originali, capaci di svelarci parti della realtà che noi non siamo in grado di vedere», ha sottolineato Simeone.

Da qui anche un'avvertenza: non trasformare ogni difficoltà dell'infanzia in una patologia. «Se traduciamo tutto in una patologia, deleghiamo agli esperti il compito di affrontare ogni problema e rendiamo gli insegnanti e i genitori incompetenti», con il rischio di sostituire ai nomi dei bambini le categorie diagnostiche.

Occorre invece riconoscere il mistero che ogni bambino porta con sé e lasciare spazio alla sua alterità. Simeone lo ha spiegato attraverso un proverbio africano: un genitore prende il figlio sulle spalle perché possa vedere più lontano di lui. Un gesto che comporta anche la disponibilità dell’adulto a non controllare interamente ciò che il bambino vedrà.

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