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In 20 anni, 400 professionisti e professioniste della comunicazione nelle imprese e nelle istituzioni

10 giugno 2026

In 20 anni, 400 professionisti e professioniste della comunicazione nelle imprese e nelle istituzioni

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Tutte le avventure umane hanno un mito di fondazione. Figurarsi se poteva fare eccezione un’iniziativa come il Master in “Media Relation e Comunicazione d’Impresa” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che, in vent’anni, ha formato oltre 400 professionisti e professioniste che ogni giorno raccontano piccole e grandi storie delle aziende – per lo più di primo piano – nelle quali lavorano.

Durante l’evento che ne ha celebrato il ventennale, lunedì sera, nell’Aula Magna della sede milanese dell’Ateneo, a narrare l’episodio che diede origine alla vicenda è stato Paolo Garavaglia, oggi direttore della Corporate Academy di Trenord e all’epoca direttore della Comunicazione dell’Università Cattolica che, citando una vecchia canzone, ne ha suggerito anche la colonna sonora: «Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo».

Ai miti di fondazione, naturalmente, non si può chiedere la precisione della cronaca. In questo caso, ad esempio, il bar dove tutto ebbe inizio non è certo. Pare, in ogni caso, che si trovasse – o si trovi ancora – dalle parti di via Sant’Agnese, dove ancora oggi opera il Dipartimento di Comunicazione e dello Spettacolo.

Tuttavia, il valore di quegli aneddoti non sta nell’esattezza dei dettagli, ma nella loro capacità evocativa. E questa storia non sfugge alla regola. Gli “amici” che, intorno a quel tavolino, tra tazzine di caffè e idee sul futuro, vent’anni fa si ritrovarono – e che l’altra sera hanno animato la prima tavola rotonda dedicata ai fondatori, categoria alla quale tutti appartengono seppure con ruoli diversi – avevano alle spalle storie professionali e accademiche che spiegano molto di ciò che sarebbe accaduto.

Innanzitutto, si occupavano tutti di comunicazione, ma provenivano da mondi diversi. Stefano Lucchini, oggi Chief International Affairs and External Communication Officer di Intesa Sanpaolo, che sarebbe diventato il direttore del master, dopo esperienze in Montedison, Enel e Banca Intesa era appena approdato in Eni, come Direttore Relazioni Istituzionali e Comunicazione del gruppo. Era dunque un professionista di primissimo piano con ampie relazioni nel mondo produttivo e finanziario. Francesco Casetti, oggi professore a Yale, all’epoca dirigeva il Dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo dell’Ateneo. Era dunque uno studioso già affermato e impegnato in importanti responsabilità accademiche. Sergio Crippa, che sarebbe diventato uno dei docenti più fedeli del Master, giornalista di formazione, era già passato alla comunicazione d’impresa, prima in Eni, poi in Mondadori e infine nel gruppo Italmobiliare.

Con le loro storie così diverse, i fondatori univano il «rigore accademico» e il «pragmatismo professionale», che rappresentano ancora oggi il segreto del successo e della longevità del Master, come ha ricordato il Rettore Elena Beccalli.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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I fondatori avevano soprattutto intuito l’energia che poteva sprigionare l’incontro tra due mondi all’epoca più distanti di quanto non lo siano oggi: l’università e l’impresa.

«Forse la vera intuizione fu mettere in contatto la ricerca, lo studio, la riflessione, con l’esperienza che nasceva dal lavoro», ha suggerito Stefano Lucchini. Insomma, unire la teoria con la prassi.

Ma non solo. Quei quattro amici percepivano anche che il loro mondo, quello della comunicazione, stava cambiando radicalmente. Facebook era nato appena due anni prima e Twitter faceva i suoi primi passi. Ognuno di loro, per ragioni diverse, intuiva che quella trasformazione poteva essere governata formando le persone che l’avrebbero resa concreta là dove esistevano interesse, risorse e bisogno di innovazione: nelle imprese.

«Si passava dal mondo della propaganda a quello delle relazioni», ha spiegato Casetti nel docufilm proiettato all’inizio della serata. I luoghi nei quali si costruiva la reputazione di un’azienda non erano più soltanto le agenzie pubblicitarie, ma l’enorme prateria dei social network, con i loro nuovi alfieri: blogger, youtuber, influencer.

Come ha sottolineato la direttrice di Almed (l’Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo dell’Ateneo), Maria Grazia Fanchi, i fondatori ebbero il merito di «leggere la società, capendo in anticipo quello che sarebbe successo» e di tradurre questa intuizione in una proposta formativa che ha saputo rinnovarsi nelle forme e nei contenuti».

Per spiegare come il Master sia riuscito, dopo l’intuizione iniziale, a tenere il passo con i cambiamenti tecnologici, Ruggero Eugeni, oggi direttore accademico del percorso, ha utilizzato nel docufilm una metafora anatomica. Il principio, ha spiegato, è stato quello di innestare sulle vertebre della colonna portante – le «backbone», cioè gli insegnamenti fondamentali – le «ribs», le costole, vale a dire gli insegnamenti complementari che permettono all’innovazione di entrare costantemente nei programmi di studio.

Non senza difficoltà. «La cosa più difficile per me è stata tradurre in slide, cioè trasformare in un percorso logico, decenni di esperienza professionale sul campo», ha confessato Sergio Crippa.

I risultati dimostrano che l’impresa è riuscita. Il rapporto virtuoso tra accademia e impresa – un dato non acquisito ma conquistato, ha lasciato intendere Casetti – ha permesso al Master non solo di durare nel tempo, ma anche di mantenersi giovane, cioè attrattivo per le nuove generazioni. Questa sinergia, resa possibile dagli ex allievi che tornano come docenti mentre continuano a lavorare come professionisti, consente di restare in sintonia con le esigenze del mercato del lavoro e offre, attraverso gli stage, opportunità sempre nuove, facendo registrare al Master uno dei più alti tassi di placement nel panorama nazionale. Punto sul quale ha insistito nel docufilm la responsabile didattica del Master Simonetta Saracino.

«Seguire l’evoluzione della comunicazione e aggiornare i nostri corsi ai continui cambiamenti è stato e sarà il nostro obiettivo: preparare i futuri comunicatori a questo è la nostra missione», ha aggiunto Saracino a margine dell’evento.

Ma più di ogni statistica, il valore di questo percorso lo si è capito molto bene l’altra sera vedendo i tanti ex allievi che hanno riempito l’Aula Magna. Una partecipazione che ha dato ragione alle parole del preside di Lettere e Filosofia Andrea Canova: «L’esito più significativo di questo corso non sta solo nei numeri degli studenti che ogni anno lo frequentano, né nelle carriere che poi intraprendono, ma nella qualità delle relazioni che sono stati capaci di generare coloro che ne hanno fatto parte».

Oltre a celebrare il percorso compiuto, la serata aveva l’ambizione di avviare una riflessione sul futuro della professione. A questo tema è stata dedicata la seconda parte dell’incontro, quando il moderatore Andrea Cabrini, direttore di Class CNBC, ha invitato sul palco Carlo Castorina, ex studente del Master e fondatore della piattaforma MediaTrends, e Luca Josi, produttore televisivo e manager d’azienda, noto al grande pubblico anche come commentatore nella trasmissione “Otto e mezzo” di Lilli Gruber.

La discussione ha toccato molti temi.

Josi ha invitato il pubblico a guardare ai cambiamenti degli ultimi vent’anni in una prospettiva più ampia. In questo arco di tempo, ha osservato, la popolazione mondiale è aumentata di circa due miliardi di persone e la velocità della comunicazione ha generato un’enorme sovrabbondanza di informazioni, prodotti e marchi. Molti protagonisti dell’economia digitale che sembravano destinati a dominare il futuro hanno perso centralità, mentre nuovi attori sono emersi nel giro di pochi anni. Un fenomeno che dimostra quanto sia difficile fare previsioni lineari in un mondo sempre più complesso. Per questo, secondo Josi, una delle sfide principali per chi lavora nella comunicazione è «non confondere la comunicazione con il rumore».

Pensando alla platea, composta anche da studenti, non sono mancati i consigli.

«Poiché viviamo di parole, voi che le usate siate consapevoli della responsabilità che avete», ha esortato Antonio Calabrò, giornalista, saggista e responsabile della comunicazione di Pirelli, oltre che docente della prima ora del Master.

«Contro la pretesa delle macchine di riuscire a prevedere tutto, continuate ad avere fiducia in voi stessi e nelle vostre capacità creative», ha suggerito Luca Josi.

E ancora: «Abbiate coraggio» (Sergio Crippa). «Coltivate le vostre passioni» (Stefano Lucchini).

Tutti inviti, in fondo, a restare focalizzati sul lato umano. Un messaggio che potrebbe sembrare paradossale in un settore tanto condizionato dalla tecnologia. Ma forse non lo è affatto, se aveva ragione padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Ateneo, citato in apertura dal Rettore Elena Beccalli: «Il cosiddetto “cervello elettronico”, o le macchine perfette, esisterebbero forse senza l’uomo che pensa? Senza la libertà della mente umana nulla avremmo di ciò che oggi provoca lo stupore comune. Anche la scienza deriva dallo spirito».

Di fronte alla trasformazione, l’esortazione è stata a tenere gli occhi (e le orecchie) puntati su ciò che non muta, come forse voleva suggerire anche La Canzone Mononota di “Elio e le Storie Tese”, interpretata dagli allievi dello Studium Musicale di Ateneo, che hanno accompagnato l’evento senza limitarsi a fare da sfondo, propio come ha suggerito il direttore Enrico Reggiani.

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