«Se l'Occidente dubita di sé stesso i regimi autoritari che vogliono metterlo in difficoltà non hanno che da alimentare questo dubbio. Paolo Messa con questo libro contro una certa contro-narrazione apre una riflessione introducendo un “realismo democratico” che unisce autocritica e consapevolezza storica. Riconoscere i limiti della democrazia non vuol dire che è un fallimento. Credere nella democrazia come progetto e non come residuo è la chiave di lettura per capire se l'Occidente è vivo».
Con queste parole Antonio Campati, ricercatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha introdotto la presentazione del libro di Paolo Messa “L’Occidente è vivo. W l’Occidente. Per sfatare la retorica del declinismo” che, lunedì 14 settembre, con i saluti del direttore dell’Alta Scuola in Economia e Relazioni internazionali Damiano Palano, ha aperto il nuovo ciclo di ASERIncontra.
«Il libro – ha spiegato l’autore - parte dai tre grandi fatti che hanno segnato la nostra contemporaneità: il primo è l'11 settembre, una ferita importante che ha provocato anche delle risposte sbagliate, ha ridefinito il senso comune e instillato una certa diffidenza se non paura nei confronti dell'altro. Il secondo è la grande crisi economica del 2008 che è stato un altro stress test impattante sul sistema mentre il terzo è stata la pandemia Covid, altra situazione di gravità assoluta. Eppure, nonostante tutto, siamo arrivati al 2026».
E proprio sull’11 settembre, a pochi giorni del 25° anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle, che si è soffermato il dibattito. Per la giornalista del Corriere della Sera Viviana Mazza «una cosa molto interessante emersa negli ultimi tempi è che questa generazione, comunque, è consapevole di quanto l’11 settembre, in fondo, abbia condizionato le loro vite, ma non sa bene spiegare come e perché».
E sui giovani si è soffermato Mario Vanni di Spencer Stuart che ha osservato come «oggi, a differenza del passato, oltre ai pensieri religiosi e spirituali sono anche venute meno le ideologie. I ragazzi vivono senza un sogno “più grande” e su questo forse hanno un peso anche i social network che tendono ad acuire la solitudine dell’individuo mentre la condivisione di pensieri spirituali e religiosi ci fanno sempre sentire accompagnati nel cammino. Questo secondo me è un'enorme tema su cui, naturalmente, mi interrogo e non ho risposte».
«Dobbiamo avere un'idea di Occidente aperto – ha aggiunto Messa – non dobbiamo dividere il mondo in “buoni e cattivi” e mettere da parte un certo sentimento di superiorità. Detto questo ben venga un risveglio culturale in grado di farci riscoprire i nostri valori a prescindere da destra/sinistra e dalle idee di ciascuno. I soggetti che ci sono ostili a noi stanno cercando di minare tutto quello che abbiamo costruito. Secondo me perderanno perché non c'è alternativa, non penso che si rinuncerà a qualcosa che non piace per qualcosa di...peggio. Analizziamo e individuiamo quali sono le criticità e quali sono invece i nostri punti di forza ma non nascondiamoci che abbiamo una società più ricca e più longeva. Ritroviamo la gioia di un sorriso e di dire "siamo fortunati"».
«Quando sono arrivata al Corriere nel 2006 – ha aggiunto Mazza - usavamo sempre la parola “Occidente” negli articoli. Oggi quasi non la usiamo più. Se oggi andate sul Corriere la trovate in misura decisamente minore. Non so quando si è creata questa spaccatura ma in effetti c’è».
«L'Occidente – ha ricordato Valbona Zeneli dell’Atlantic Council’s Europe Center - non è un concetto geografico ma politico. Negli ultimi anni c'è un miglioramento della consapevolezza della democrazia nel mondo, i giovani conoscono i problemi del mondo molto meglio di quel che noi pensiamo. Tuttavia, la democrazia, alla fine, sarà giudicata dai risultati. Se non rispondiamo ai bisogni delle popolazioni, a poco servirà avere la visione e valori giusti. Senza risultati tutto perde valore strategico. Dobbiamo fare autocritica, come possiamo convincere i giovani che la democrazia è la strada da migliore da percorrere oggi che hanno meno opportunità rispetto ai loro padri e loro nonni?».