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Navanethem Pillay, un Nobel tra pace e giustizia

10 ottobre 2026

Navanethem Pillay, un Nobel tra pace e giustizia

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Venerdì 9 ottobre il Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato alla giudice e giurista sudafricana Navanethem Pillay "per il suo impegno per promuovere la pace e il diritto internazionale".

Commenta il Premio il professor Gabriele Della Morte, docente di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica.


Navanethem (“Navi”) Pillay (Durban, 1941), giurista sudafricana di origine indiana (tamil), ha dedicato la propria esistenza alla lotta contro l’apartheid e alla tutela internazionale dei diritti umani. Prima donna non bianca nominata all’Alta Corte sudafricana (indicata nel 1995 dal presidente Mandela, precedentemente suo assistito), è stata giudice e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (1995-2003), contribuendo alla storica sentenza del 2 settembre 1998 nel caso Akayesu: la prima condanna internazionale di genocidio dall’adozione della Convenzione omonima nel 1948, nonché la prima volta in cui lo stupro e la violenza sessuale sono riconosciuti come possibili atti costitutivi del genocidio. Successivamente giudice della Corte penale internazionale (2003-2008) e Alta Commissaria ONU per i diritti umani (2008-2014), ha presieduto la Commissione d’inchiesta ONU sui territori palestinesi occupati (2021-2025) ed è stata quindi insignita, il 9 ottobre 2026, del prestigioso premio Nobel per la pace.

Basterebbero questi pochi cenni per descrivere una traiettoria destinata a lasciare un solco profondo e ben riconoscibile lungo la strada in cui si incrociano pace, giustizia e diritti fondamentali. Ma c’è di più: chi, come il sottoscritto, ha lavorato in una delle istituzioni servite dalla nostra – il Tribunale penale internazionale per il Ruanda – ha avuto modo di apprezzarne la grande professionalità, confermata dai numerosi colleghi.

Tracce di quanto appena accennato sembrano emergere anche dalla dichiarazione ufficiale del Comitato norvegese per il Nobel, che ha sottolineato il ruolo di Navi Pillay quale forza propulsiva  nello sviluppo di un sistema internazionale fondato sul diritto, evidenziandone al contempo il rigore nell’esercizio della funzione giudiziaria, l’integrità personale e il notevole coraggio. In un’epoca segnata dall’aumento delle guerre e dei conflitti, aggiunge il Comitato con grande capacità e chiarezza di visione, la possibilità di risolvere le controversie senza ricorrere alla violenza dipende dal rispetto dello stato di diritto sul piano internazionale. Un ordinamento giuridico internazionale capace di chiamare i responsabili dei crimini internazionali a rispondere delle proprie condotte e di assicurare giustizia alle vittime degli abusi costituisce una condizione essenziale per un mondo di pace.

Delle interferenze, come delle inferenze, tra pace e giustizia, Navi Pillay si è occupata da ultimo presiedendo la Commissione ONU che, il 16 settembre 2025, ha ritenuto lo Stato di Israele – ergo non i singoli individui, ma lo Stato in quanto tale – responsabile di genocidio a Gaza. Al di là del dibattito suscitato dal metodo ricostruttivo adottato per giungere a tale qualificazione (per un confronto accademico tra posizioni diverse, si rimanda agli interventi di M. Flores, G. Della Morte, P. Ponzi e M. Frulli, ospitati in Diritti Umani e Diritto Internazionale, fasc. 3 del 2025 e fasc. 1 del 2026), è indiscutibile la rilevanza dell’accertamento condotto dalla Commissione, che ha contribuito a mantenere elevata l’attenzione internazionale sulle gravissime violazioni commesse a Gaza. D’altronde, accettando il premio, la giurista ha ricordato che «viviamo in un’epoca in cui il diritto internazionale e i diritti umani sono sottoposti a significativi attacchi politici», particolarmente evidenti nel caso della Corte penale internazionale, che l’amministrazione Trump ha promesso di smantellare «mattone dopo mattone». Un’intenzione rovinosa, seguita – ad appena poche ore di distanza dall’attribuzione del premio Nobel alla Pillay – dall’imposizione, da parte degli Stati Uniti, di sanzioni generalizzate alla Corte penale internazionale come istituzione, nell’ambito di un regime sanzionatorio già esistente ma sino a quel momento rivolto esclusivamente a taluni giudici e funzionari. Su queste ultime sanzioni riflette, in una recente e articolata intervista, il giudice Rosario Aitala, vicepresidente della Corte e membro del Comitato di indirizzo del dottorato di ricerca in Impresa, Lavoro, Istituzioni e Giustizia penale, che le definisce innanzitutto «un messaggio agli Stati». Messaggio al quale gli Stati e le organizzazioni internazionali – a partire da quella Unione europea fondata sui valori della dignità umana, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani – sono chiamati ora a rispondere con i fatti, oltre che con le parole.

Un articolo di

Gabriele Della Morte

Gabriele Della Morte

Docente di Diritto internazionale, Università Cattolica

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