«"Navi" Pillay, giurista sudafricana di origine indiana (tamil) - ricorda il professor Gabriele Della Morte, docente di Diritto internazionale presso la Facoltà di Giurisprudenza - ha dedicato la propria esistenza alla lotta contro l’apartheid e alla tutela internazionale dei diritti umani. Prima donna non bianca nominata all’Alta Corte sudafricana (indicata nel 1995 dal presidente Mandela, precedentemente suo assistito), è stata giudice e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (1995-2003), contribuendo alla storica sentenza del 2 settembre 1998 nel caso Akayesu: la prima condanna internazionale di genocidio dall’adozione della Convenzione omonima nel 1948, nonché la prima volta in cui lo stupro e la violenza sessuale sono riconosciuti come possibili atti costitutivi del genocidio. Successivamente giudice della Corte penale internazionale (2003-2008) e Alta Commissaria ONU per i diritti umani (2008-2014), ha presieduto la Commissione d’inchiesta ONU sui territori palestinesi occupati (2021-2025) ed è stata quindi insignita, il 9 ottobre 2026, del prestigioso premio Nobel per la pace».
Un Nobel tra pace e giustizia
«Basterebbero questi pochi cenni per descrivere una traiettoria destinata a lasciare un solco profondo e ben riconoscibile lungo la strada in cui si incrociano pace, giustizia e diritti fondamentali. Il Comitato norvegese per il Nobel ha sottolineato il ruolo di "Navi" Pillay quale forza propulsiva nello sviluppo di un sistema internazionale fondato sul diritto, evidenziandone al contempo il rigore nell’esercizio della funzione giudiziaria, l’integrità personale e il notevole coraggio. In un’epoca segnata dall’aumento delle guerre e dei conflitti, ha aggiunto il Comitato con grande capacità e chiarezza di visione, la possibilità di risolvere le controversie senza ricorrere alla violenza dipende dal rispetto dello stato di diritto sul piano internazionale. Un ordinamento giuridico internazionale capace di chiamare i responsabili dei crimini internazionali a rispondere delle proprie condotte e di assicurare giustizia alle vittime degli abusi costituisce una condizione essenziale per un mondo di pace».