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Il Rapporto Giovani al Quirinale
Presentata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l'edizione 2025 dell'indagine promossa dall'Istituto Toniolo in collaborazione con l'Ateneo e il sostegno di Fondazione Cariplo
| Redazione
14 ottobre 2026
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Un mosaico di storie e testimonianze di persone giovani (dai 18 ai 34 anni) e anziane (over 65) per comprendere meglio l’Italia longeva e multiculturale e il suo futuro sociale e costruire, in un nuovo patto generazionale, relazioni durature e di senso. È questo il quadro emerso, il 9 ottobre a Roma nella Sala Capitolare del Senato della Repubblica, durante la presentazione della ricerca raccolta nel volume “Stare nel mondo. Giovani e anziani dell’Italia longeva e multiculturale” (Ed. Il Mulino), iniziativa promossa dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e dalla Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana, in collaborazione con l’ISTAT.
L’incontro è stato aperto dai saluti del senatore Graziano Delrio, del direttore generale della Fondazione Migrantes Mons. Pierpaolo Felicolo, del vicepresidente dell’Istituto Toniolo Giuseppe Fioroni e del presidente dell’ISTAT Francesco Maria Chelli.
«Custodi della memoria, della storia di famiglia, della storia dei luoghi, dei territori, del nostro Paese», così Mons. Felicolo ha presentato nel suo saluto la generazione degli anziani che «possono sempre testimoniare ciò che è stato e consegnarlo nelle mani di chi oggi può fare al posto loro, di chi ha l’età per essere in azione. Gli anziani possono e devono avere la responsabilità di custodire con cura e la pazienza di tramandare con attenzione».
Un articolo di
Ed è la custodia a diventare, per l’on. Fioroni, il primo passo di una «cura reciproca: prima sono i grandi ad accompagnare i piccoli, poi accade il contrario». Il vicepresidente dell’Istituto Toniolo ha esortato le istituzioni e le società a costruire «un patto tra età e culture diverse, in cui nessuno venga dimenticato. Se lasciamo soli gli anziani – ha concluso – i sogni si spengono. Se lasciamo soli i giovani, che partano o che arrivino, le visioni diventano paura».
I lavori sono entrati nel vivo con la presentazione della ricerca quanti-qualitativa, focalizzandosi il discorso sui principali cambiamenti generazionali. «In quarant’anni l’Italia è passata da un anziano ogni due giovani adulti a tre anziani ogni due - ha detto Sabrina Prati, dirigente di ricerca dell’ISTAT -, con un invecchiamento che colpisce sempre di più le aree interne, con giovani che “sono i più istruiti e connessi di sempre, ma faticano a tradurre il proprio capitale umano in lavoro stabile e a realizzare i loro progetti di vita» ed anziani che «sono più istruiti, più sani e più partecipi di vent’anni fa, ma le fragilità si concentrano nelle età più avanzate e il carico di cura ricade sulle famiglie, soprattutto sulle donne».
«Giovani e anziani riconoscono più libertà e possibilità rispetto al passato, ma ci ricordano anche quanto contino la stabilità e le relazioni», ha esordito Cristina Pasqualini, professoressa associata di Sociologia generale alla Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica, membro del Comitato scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e curatrice della ricerca insieme a Delfina Licata, ricercatrice della Fondazione Migrantes, e a Fabio Introini, professore associato di Sociologia generale alla Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica e membro del Comitato scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.
La ricerca ha indagato i cambiamenti fra le generazioni chiedendo ai nipoti di immaginare i nonni alla loro età e ai nonni di confrontare la propria vecchiaia con quella dei loro genitori. Dal confronto sono emersi – ha proseguito la professoressa Pasqualini – «miglioramenti riconosciuti dagli intervistati, insieme a nuove fragilità, come la solitudine e l’indebolimento delle reti di comunità. Il risultato complessivo è quindi un quadro fatto di conquiste e di bisogni nuovi. Nessuna generazione – ha concluso – è migliore delle altre: ciascuna va compresa nel proprio tempo, ascoltando ciò che ha guadagnato e le difficoltà che incontra».
«Giovani e anziani sono accomunati – ha aggiunto la dottoressa Licata - da molti bisogni e molte risorse: il bisogno di relazioni autentiche, di riconoscimento, di sicurezza e di partecipazione. Tanto i giovani quanto gli anziani alla fine condividono una stessa risorsa che è, contemporaneamente per entrambe le generazioni, una criticità e che è racchiusa in una parola: futuro, da sognare, da costruire, da vivere».
Sul tema della relazione con il sacro e del bisogno di spiritualità si è concentrato l’intervento del professor Introini: «La religiosità degli anziani è spesso ancora incastonata nello stereotipo che li vede fortemente devoti, depositari di una fede forte e al contempo tradizionale per i modi in cui si esprime” – ha detto, analizzando poi il loro ruolo nella trasmissione della fede, sempre di più “testimonianza affettiva, nel segno di una crescente disponibilità ad accogliere anche le scelte religiose differenti dei più giovani».
Qual è, allora, lo strumento sociale e culturale per rispondere alle nuove sfide e per “stare nel mondo” in un modo nuovo, senza rinunciare al patrimonio delle generazioni che hanno preceduto quella che sta per assumersi le responsabilità dell’agire sociale, politico, economico, umano?
Una prospettiva è stata offerta dall’intervento conclusivo di Anna Maria Tarantola, vicepresidente della Fondazione “Giulia Cecchettin” e consigliere della Fondazione EDUCatt: «L’integrazione intergenerazionale e interculturale è un processo a doppio senso che richiede aperture e sforzi di comprensione da parte di tutti: giovani e anziani, nativi e immigrati. Ma tutto questo non è possibile se non è accompagnato da un cambiamento culturale che riporti al centro dell’agire politico, personale e comunitario il valore della cura, della solidarietà e della continuità tra età diverse della vita e tra diverse etnie». Da ciò la sua esortazione a «un nuovo patto sociale tra generazioni ed etnie che restituisca equilibrio tra chi dà e chi riceve, tra chi lavora e chi ha lavorato, tra chi nasce e chi arriva in un contesto di turbolenta innovazione tecnologica. Diffondere una cultura del rispetto della dignità di tutti gli esseri umani è fondamentale».