Sessant’anni fa il 4 novembre un’alluvione devastava la città di Firenze e una giovane 23enne, studentessa di Magistero dell’Università Cattolica, partiva volontaria con il beneplacito dell’allora rettore Ezio Franceschini per aiutare la popolazione. Questa esperienza, che ha accomunato tanti giovani volontari, ha rappresentato una sorta di embrione per quello che sarà in seguito la Protezione civile moderna.
Proprio a Firenze ha preso una direzione precisa la vita di Cristina Castelli, che lì ha conosciuto il suo futuro marito (Agostino Fusconi, diventato poi professore di Economia e membro del Consiglio di amministrazione della Cattolica) ed è diventata una psicologa dello sviluppo nello stesso Ateneo. Da allora molti progetti d’aiuto umanitario, grazie a lei, sono stati realizzati in diverse parti del mondo a sostegno di persone che vivono in contesti estremamente poveri o vittime di guerre o calamità naturali costrette a migrazioni forzate.
Ma le idee si radicano e danno vita ai progetti quando sono supportate dalla professionalità. Per questo vent’anni fa la professoressa ha avviato un master che oggi si chiama “Relazione d’aiuto in contesti di sviluppo e cooperazione (nazionale e internazionale)”, attivato presso la Facoltà di Scienze della Formazione e che ha fatto della resilienza assistita la metodologia chiave nell’aiuto a ricostruire una normalità interrotta da gravi eventi stressanti.
Professoressa com’è nata l’idea del master?
«Direi dalla consapevolezza che per aiutare in modo efficace in contesti di vulnerabilità e di fragilità (terremoti, guerre, povertà, migrazione forzata) dove le persone vengono disumanizzate, occorre una relazione d’aiuto che restituisca dignità violata nel fisico e nello spirito. Il soccorso è spesso inteso come un aiuto concreto per fronteggiare l’emergenza, mentre le ferite psicologiche restano spesso sullo sfondo. Eppure, la condivisione emotiva, il dare senso agli eventi, il mobilitare le risorse esterne ed interne sono azioni altrettanto importanti affinché la persona possa sentirsi nuovamente protagonista della propria vita. Il nostro master risponde a tali esigenze che abbiamo colto operando sul campo».
Lei e l’équipe di psicologi che negli anni ha costruito siete stati in molti Paesi nel mondo per portare un aiuto professionale. Ci spiega come si sviluppa questo lavoro?
«Una volta fronteggiati i primi momenti dell’emergenza è importante una relazione supportiva che aiuti la “ricostruzione” del contesto (ad esempio uno spazio sicuro, un ambiente accogliente, luoghi d’aggregazione e socialità, ecc.) e la “promozione” di risorse esterne ed energie interne alla persona affinché non si lasci annientare dagli eventi. Ascoltare i racconti, ripercorrere la vita passata per fissare i ricordi e provare ad agire insieme per cercare di ricostruire riattivando abilità, competenze e valori come l’amicizia e la speranza sono alcune operazioni fondamentali. Nello Sri Lanka, per esempio, lo tsunami del 2004 ha distrutto tutti i campi di riso e le persone aspettavano, sole, lungo la strada passivamente di ricevere dagli aiuti umanitari un sacco di riso. L’inattività rendeva queste persone depresse e senza speranza, noi abbiamo cercato di riattivare risorse personali quali competenze pratiche, abilità sociali, amicizie e solidarietà contribuendo attivamente alla ripresa dei lavori nei campi dimostrando che si poteva far fronte agli eventi avversi senza soccombere ad essi.