
News | Notte prima dell'esame
Quel lieve senso di trepidazione
Nuova puntata per la nostra rubrica, stavolta è il turno di Vittoria Ronchetti, neolaureata in Letterature straniere
| Graziana Gabbianelli
23 febbraio 2026
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Con l’aggettivo “colorato”, Antonio Imperato, neo laureato in Scienze linguistiche e letterature straniere, definisce il suo percorso all’Università Cattolica. E lo fa rifacendosi allo scrittore svizzero francese, Blaise Cendrars che utilizza l’aggettivo bariolé – nella sua Prose du Transsibérien et de la petite Jehanne de France - per descrivere la vita di tutti gli uomini, che alterna tinte contrastanti. «Come la pluralità di momenti che colorano la vita, così gli anni universitari sono stati una stratificazione di esperienze, emozioni, volti, persone, sogni, desideri» spiega Antonio che dice di aver cercato «di vivere l’Università non solo come luogo in cui si studia e si danno esami, ma come uno spazio da esplorare con curiosità e interesse».
Ad Antonio, che ha concluso lo scorso dicembre la sua laurea triennale, e ora sta proseguendo il suo percorso in Cattolica con laurea magistrale in Lingue, Letterature e Culture d’Europa e d’America perché, come lui stesso ammette, non avrebbe potuto iscriversi in un altro ateneo, non solo per l’eccellenza degli insegnamenti ricevuti, ma in quanto «mi sono sempre sentito protagonista del mio percorso formativo» chiediamo di raccontarci le sue sensazioni ed emozioni alla vigilia dell’ultimo esame della triennale, dell’ultimo step prima del traguardo della laurea…
«Ricordo i giorni che hanno preceduto l’ultimo esame della laurea triennale come estremamente pieni. Ogni anno settembre arriva con tutti i suoi impegni, ma quel settembre 2025, si sarebbe rivelato un mese particolarmente impegnativo, come una pagina vuota, tutta da riempire: volendomi laureare nel mese di dicembre, avrei dovuto passare tutti gli esami entro fine mese, e io ne avevo ancora tre davanti. Nel frattempo, intorno a me, il mondo continuava a muoversi...».
In che senso il “mondo continuava a muoversi”?
«Nel senso che c’era chi si era già iscritto alla magistrale, chi avrebbe cercato lavoro e la maggior parte dei miei compagni di corso si stava laureando, quindi passavo dal trascorrere giornate intere a casa a studiare, ad andare alle proclamazioni in largo Gemelli e poi alle varie feste di laurea. Vedere i miei amici felici, ed essere orgoglioso per loro, mi ha dato la carica e l’energia giusta per affrontare gli ultimi esami. Mi immaginavano nei loro sorrisi, da lì a pochi mesi, con la stessa luce negli occhi, il medesimo tremore nelle mani e la grande gioia che esplode nel petto, quando capisci di avercela finalmente fatta».
Ma quindi com’è stata la notte prima del tuo ultimo esame universitario?
«La definirei un “caleidoscopio di emozioni” che ancora oggi fatico a mettere a fuoco con chiarezza. Ricordo di esser rimasto seduto sulla scrivania fino a tardi, con i miei appunti del corso di Letteratura inglese III della professoressa Cristina Vallaro sparsi davanti a me, con gli occhi che scivolavano sulle pagine senza davvero leggerle e con le parole di James Joyce, Virginia Woolf o William Butler Yeats che sembravano dissolversi in un turbinio di pensieri più grandi, più personali. Non sono riuscito a dormire davvero. Chiudevo gli occhi e li aprivo pochi minuti dopo, il mio stato d’animo era come sospeso tra l’ansia e l’entusiasmo. Da una parte la paura dell’esame in sé, dall’altra la consapevolezza che l’indomani avrei posto un importante tassello verso la laurea, un passo verso il mondo dei “grandi”».
Una notte per nulla tranquilla...
«Ricordo di aver preso il telefono e aver riletto le chat con i miei amici, rivisto le foto dei momenti trascorsi in università e pensato ai tanti fili della grande rete che ci tenevano insieme, tra le preoccupazioni per gli esami e i sogni del futuro. Ho pensato anche ai miei genitori, a mia mamma, che la mattina dopo mi avrebbe preparato la colazione, fingendo che quello fosse un giorno normale, nascondendo l’emozione negli occhi e a mio padre, che avrebbe cercato di dirmi qualcosa di incoraggiante, mascherando un po’ il suo orgoglio. Ricordo, che con il passare delle ore, alla fine la paura per una domanda difficile all’esame iniziava a scemare, mentre il peso del futuro improvvisamente iniziava a farsi sentire: Cosa farò dopo? Riuscirò a realizzare i miei sogni?»
L’ultimo esame non è stato per te quindi solo un’ultima prova da superare, ma una fine, e al tempo stesso, un inizio?
«Esattamente, era la prova che ero giunto ad un punto importante del percorso che mi ero costruito con le mie forze e la mia tenacia, ma rappresentava anche la consapevolezza che il vero viaggio stava appena cominciando. L’esame comunque andò molto bene, ero contento perché si trattava di un esame composto da più parti, per cui il senso di soddisfazione nel vedere quegli ultimi 11 CFU caricarsi sul portale e vedere il “tondino” di Icatt pieno al 100% è stato infinito. Quando la professoressa Vallaro ha passato il mio badge per la verbalizzazione le ho chiesto se veramente avessi concluso, lei mi ha risposto di “sì” chiedendomi se quello fosse il mio ultimo esame e dicendomi “vada a fare una bella passeggiata, se la merita”...Mi sentii subito più leggero e anche entusiasta all’idea che sarei riuscito a laurearmi a dicembre».
E invece del tuo primo esame in Università Cattolica che ricordi hai?
«Il mio primo esame universitario è stato Storia dei Media - con modulo di sistemi dei media internazionali - tenuto dai professori Massimo Scaglioni e Stefano Guerini Rocco. Si trattava dell’unico esame che potevo dare nella sessione invernale del primo anno, perché tutti gli altri erano annuali, e questo ha contribuito a farmelo sentire particolarmente significativo. Era una porta d’ingresso in un mondo nuovo, quella che avrei dovuto superare per dirmi davvero studente universitario, sapevo che quell’esame rappresentava l’inizio di un percorso importante, dove ogni esame sarebbe stato un mattone nella costruzione della persona che volevo diventare. Ricordo le settimane precedenti di preparazione come un’immersione totale tra i manuali, tra le videochiamate con le mie amiche per studiare e i mille dubbi su come sarebbe mai potuto essere un esame universitario. Avevo dato tutto me stesso, con quella dedizione di chi vuole dimostrare qualcosa in primis a se stesso e poi agli altri».
Un articolo di
E se invece dovessi dirmi Antonio l’esame che ti ha dato maggiori soddisfazioni?
«Direi l’esame di Letteratura inglese I per un duplice motivo: il primo è prettamente legato alla natura dell’esame, dal momento che nella Facoltà di Lingue, prima di chiudere un esame, bisogna passare lo scritto e l’orale della lingua, e solo dopo aver passato questi primi due, si può accedere all’esame di letteratura, che il primo anno è diviso a sua volta in due parti. Insomma un percorso che costruisci, passo dopo passo, per cui arrivare alla fine è di per sé una grande soddisfazione, è segno di essere sulla giusta strada. Ricordo inoltre che il giorno di quell’esame eravamo in tantissimi, in un’aula molto piccola, tant’è che abbiamo dovuto aspettare nei corridoi della sede di Sant’Agnese, avevamo tappezzato tutto il pavimento con appunti e libri… e tutte quelle ore trascorse ad attendere il mio turno, per sostenere l’esame, furono una bella e inaspettata occasione per conoscere molti altri ragazzi, con cui fino ad allora avevo scambiavo solo un veloce saluto».
Ma perché è stato interessante da preparare questo esame?
«Incentrato sullo studio della tragedia di William Shakespeare Othello, quello che mi ha appassionato è stato il modo con cui la professoressa Vallaro ha reso estremamente attuale la tragedia, leggendo tra le righe dell’opera, interpretando ogni singola parola e scavando nei significati profondi della messa in scena dei vari personaggi. Durante le lezioni, come durante lo studio a casa, mi rendevo conto di quanto Shakespeare fosse in grado di rendere eterni significati e valori universali: gli uomini di tutte le epoche sono fragili, siamo tutti colossi dai piedi d’argilla. L’approfondita analisi del testo shakespeariano, da parte della professoressa Vallaro, mi ha permesso di vedere la letteratura non come fine a se stessa, ma come un grande punto di partenza per conoscere il mondo che ci circonda e anche noi stessi».
Il tuo percorso universitario è stato solo lezioni, studio ed esami o c’è stata anche qualche altra esperienza formativa?
«Ho trovato molto interessante poter assistere, accompagnato dal professor Massimo Scaglioni, alla registrazione della conferenza stampa di Striscia la Notizia, o scoprire tutto ciò che avviene “dietro allo schermo”, durante le registrazioni di una puntata di Verissimo. Così come è stato davvero bella la visita al Museo del Novecento, organizzata dal professor Davide Vago, dove arte e letteratura si sono incontrate. Ho apprezzato molto, inoltre, il seminario Extended: il potenziale delle Realtà Estese nella Didattica e nell’Apprendimento - inserito all’interno del progetto Multiversity - dove ho avuto modo di conoscere studi e progetti di questo gruppo di lavoro che esplora il potenziale delle tecnologie virtuali per la didattica del futuro, andando incontro al mio sogno di rendere l’insegnamento delle lingue un ponte che si lega all’uso delle nuove tecnologie».
E sul fronte scaramanzia che cosa mi puoi raccontare, hai avuto dei portafortuna che ti hanno accompagnato ad ogni tuo esame?
«Il giorno di ogni esame, sia questo scritto o orale, non sono mai uscito di casa senza il mio portafortuna: un cornetto napoletano, che tengo sempre abbinato ad una t-shirt che deve avere una taschina in cui nasconderlo. Questo portafortuna mi ha accompagnato in tutte le tappe più importanti del mio percorso scolastico e accademico: dagli esami di Maturità fino al fatidico salto delle siepi nel secondo chiostro della Cattolica. Inoltre, sia nella corona d’alloro, come nel bouquet di fiori, ho voluto che fossero inseriti dei peperoncini. Infine mia sorella Elisabetta, come sorpresa nel giorno della laurea, mi ha fatto indossare un costume a forma di peperoncino, con cui ho attraversato le vie di Milano, da largo Gemelli fino a piazzale Cadorna».
Forte di tutto quanto hai vissuto e appreso durante il tuo corso di laurea in Lingue, comunicazione, media e culture digitali della Facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere, quale consiglio ti senti che potresti dare a una futura matricola?
«Sicuramente il mio consiglio è quello di circondarsi di persone con cui condividere il proprio percorso, le stesse ansie, preoccupazioni, dubbi, ma anche desideri, sogni e ambizioni. Trovare delle persone che diventino amiche - e non rimangano semplicemente dei compagni di corso - può essere la chiave di svolta del proprio percorso universitario. Se questi tre anni della triennale sono stati un'entusiasmante e arricchente viaggio di scoperta è merito dei compagni di avventura, con cui ho condiviso esami, risate, infiniti esercizi di grammatica inglese e francese, videochiamate per ripetere, ma anche colazioni al bar, aperitivi alla fine degli esami e serate in pizzeria. Nessun viaggio si compie mai davvero da soli, e nessuno trova la propria strada senza qualcun’altro che lo accompagni, io non posso che ringraziare tutti i miei amici, che hanno reso l’università un posto in cui crescere alla scoperta della bellezza della conoscenza e di se stessi».
Ma c’è un altro consiglio, utile e prezioso, che Antonio ha ricevuto, quando era al primo anno della triennale, da Williams Lynsay Marie, docente di Lingua inglese, che ha sempre tenuto presente: “Svolgi ogni prova di esame con la consapevolezza di aver fatto tutto quello che si poteva fare per prepararsi al meglio”. «Un vero cambio di mentalità, un vero cambio di prospettiva con cui affrontare non solo ogni esame, ma anche ogni sfida della vita» afferma Antonio, che di questo consiglio ne ha fatto quasi un monito, grazie al quale ha brillantemente - con un bel 110 e lode - conseguito la sua laurea triennale, ha deciso di perfezionare la sua formazione accademica iscrivendosi alla magistrale, ed è sempre riuscito a conciliare gli impegni dello studio con il lavoro: «I miei genitori hanno una pizzeria e io alla sera sono sempre dietro al bancone, vicino al forno, a fare le pizze!».