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Il diritto internazionale alla prova dei conflitti: tra principi e realpolitik

31 marzo 2026

Il diritto internazionale alla prova dei conflitti: tra principi e realpolitik

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Unione giuristi cattolici di Brescia, Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica e Camera degli avvocati internazionalisti hanno promosso un ciclo di seminari sul tema “Il diritto come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali”.

«Il ciclo si propone di promuovere una comprensione critica degli obblighi internazionali degli Stati e di riflettere sul ruolo dell’operatore del diritto nella loro interpretazione e tutela, evidenziando la necessità di un rinnovato impegno, sia sul piano giuridico sia su quello culturale, per il rafforzamento di un ordine internazionale fondato sul diritto» afferma il preside della Facoltà di Scienze politiche e sociali Andrea Santini.

«Il conflitto russo-ucraino, la crisi umanitaria in Palestina e la guerra in Iran mostrano con evidenza sia il ruolo cruciale del diritto internazionale e dei suoi attori sia i suoi limiti» spiega il professor Matteo Manfredi dell’Unione Giuristi Cattolici di Brescia. Il primo appuntamento, in programma il 26 marzo 2026, è dedicato al tema “I trattati internazionali alla prova dei conflitti”. Sono intervenuti il professor Edoardo Greppi, presidente della Società italiana di diritto internazionale e dell’Unione europea, la professoressa Giulia Rossolillo dell’Università di Pavia e il professor Gianluca Pastori dell’Università Cattolica, di cui pubblichiamo di seguito un ampio stralcio del suo intervento.


Alla fine della Prima guerra mondiale, l’iniziativa del Presidente Wilson mette in luce il ruolo dell’opinione pubblica come stakeholder, ma anche come possibile sostegno di accordi alternativi a quelli negoziati dalle cancellerie.

Lo Statement in re Adriatic (23 aprile 1919), con cui lo stesso Wilson cerca di sbloccare lo stallo sulla questione del confine orientale attraverso un appello diretto all’opinione pubblica italiana, si muove in questa direzione e anticipa quell’approccio ‘pedagogico’ che gli Stati Uniti avrebbero cercato di fare confluire nei trattati siglati alla fine della Seconda guerra mondiale.

Su questo sfondo, l’obiettivo di costruire un mondo “safe for democracy” si presenta, al contempo, come l’obiettivo al quale la pace deve tendere e lo snodo intorno a cui costruire la stabilità del nuovo ordine internazionale.

Il risultato è una tensione crescente fra “diplomazia dei princìpi” e realpolitik. È una tensione che appare evidente nelle previsioni delle paci di Parigi e che negli anni Venti si riflette nell’operato della Società delle Nazioni e nel difficile sviluppo del multilateralismo interbellico.

Nella Seconda guerra mondiale, la stessa tensione si affaccia nello scarto fra le dichiarazioni che fissano le ambizioni del futuro ordine internazionale e gli assetti che emergono dalle conferenze interalleate. Già inquadrati nelle logiche della guerra fredda, i trattati di pace siglati con Italia, Romania, Ungheria, Bulgaria e Finlandia (1947) confermano questa tendenza, che si riflette anche nelle previsioni del trattato con il Giappone (Trattato di San Francisco, 28 aprile 1952).

In questo caso, tuttavia, l’assenza, fra i firmatari, dell’Unione Sovietica e dei due governi cinesi ne limita i tratti punitivi e ne rafforza la dimensione “pedagogica”, favorendo l’integrazione del paese “riformato” nella comunità internazionale e nell’orbita politica statunitense.

La ricerca di un punto di equilibrio fra le due dimensioni è la grande questione negli anni della guerra fredda. Tuttavia, il confronto di influenza fra le due superpotenze non intacca la dimensione locale dei conflitti. Al contrario, il crescente peso degli attori non statuali (una conseguenza diretta del processo di decolonizzazione e del proliferare dei movimenti indipendentisti) aggiunge un’ulteriore dimensione di complessità.

La necessità di trovare elementi di convergenza fra attori che operano a livelli diversi concorre in buona parte a spiegare la fragilità degli accordi conclusi in questi anni, con la parziale eccezione di quelli che trasferiscono il potere delle ex potenze coloniali ai nuovi Stati indipendenti. Le grandi questioni regionali – a partire da quella indocinese – appaiono, invece, intrattabili agli strumenti diplomatici, come attesta il fallimento delle conferenze che accompagnano il processo di ridefinizione degli assetti del Sudest asiatico.

La necessità di subordinare la composizione dei problemi regionali al mantenimento dell’equilibrio globale spiega, da un lato, questa fragilità sistemica. Dall’altro, essa riflette le difficoltà incontrate da Stati Uniti e Unione Sovietica nel tenere i propri alleati sotto controllo, soprattutto nei teatri critici del loro confronto.

È una tendenza che avrebbe caratterizzato tutta la guerra fredda, che si sarebbe accentuata con l’imporsi della Cina come variabile “di peso” nei rapporti fra Mosca e Washington e che – in forme diverse – sarebbe proseguita anche post-guerra fredda, nonostante l’auspicio che il rilancio del multilateralismo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta potesse portare alla composizione delle varie crisi ancora aperte.

La firma degli accordi di Oslo fra il governo israeliano e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (13 settembre 1993) è uno dei simboli di questa stagione, anche se la crisi cui gli stessi accordi sarebbero andati incontro negli anni successivi mette in luce la fragilità delle loro basi.

Dietro al fallimento del “processo di Oslo” possiamo trovare, infatti, molti degli elementi che oggi ostacolano la composizione diplomatica delle crisi in corso. La mancanza di fiducia fra le parti non compensata da un impegno credibile dei mediatori internazionali; la tendenza all’irrigidimento a fronte di processi negoziali lunghi e complessi; la frammentazione delle istanze e la presenza di attori radicali che “alzano la posta in gioco”; il coinvolgimento di soggetti esterni e di interessi estranei alle dinamiche negoziali… sono tutti fattori la cui importanza risulta amplificata in un sistema internazionale sempre più chiaramente policentrico, in cui il ruolo tradizionale delle “grandi potenze” è sfidato apertamente e in cui, ai meccanismi della diplomazia formale, si affiancano strumenti diversi e canali paralleli di track-two diplomacy.

Sono processi complessi, in larga parte in divenire, che interrogano comunque la politica internazionale e ci invitano a guardare con occhi attenti le categorie che usiamo per comprendere e gestire una complessità che – al di là dei cambiamenti – presenta sempre un cuore antico.

Il prossimo incontro del ciclo Il diritto come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali, previsto per giovedì 23 aprile 2026, si concentrerà su “La risoluzione dei conflitti: il ruolo degli attori”, con particolare attenzione al contributo delle Nazioni Unite, dell’Unione europea e della Croce Rossa. Parteciperanno la professoressa Chiara Ragni dell’Università degli Studi di Milano, il professor Michele Vellano dell’Università di Torino e Giuseppe Barrile del Comitato di Solferino della Croce Rossa Italiana.

Il ciclo si concluderà giovedì 14 maggio 2026 con un incontro dedicato a “Religione, diritto e politica di fronte ai conflitti contemporanei”. Interverranno monsignor Mariano Crociata, vescovo di Latina e presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, il professor Giorgio Sacerdoti dell’Università Bocconi e il professor Damiano Palano dell’Università Cattolica.

Un articolo di

Gianluca Pastori

Gianluca Pastori

Docente di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali - Università Cattolica

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