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Perché l’Iran? Comprendere un conflitto in evoluzione

01 aprile 2026

Perché l’Iran? Comprendere un conflitto in evoluzione

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A quasi un mese dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, la campagna di bombardamenti lanciata congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, quali sono le implicazioni regionali e internazionali della successiva escalation e dell'ampliamento del conflitto? 

A queste domande, mercoledì 25 marzo, ha provato a dare una cornice interpretativa la School of Global Politics dell’Alta Scuola in Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) con il seminario "Why Iran? Israel, the United States, and Regional Order in the “New” Middle East". Moderato dal professor Paolo Maggiolini, Direttore del Master in Middle Eastern Studies, l'incontro ha ospitato tre esperti della regione mediorientale: Ibrahim Al-Marashi, professore di Storia del Medio Oriente presso la California State University, Riccardo Redaelli, professore di Storia e Istituzioni dell’Asia presso l’Università Cattolica e Giorgia Perletta, ricercatrice specializzata in Storia dell’Iran contemporaneo e politica della Repubblica Islamica.

Il professor Al-Marashi ha aperto l’incontro evidenziando come dall’instaurazione della Repubblica Islamica ad oggi il divario tra governanti e governati si sia fatto sempre più ampio. L’enfasi posta dal regime sulla morale è andata a scontrarsi con un popolo iraniano che non vede alcuna iniziativa nel risolvere i ben più tangibili problemi di corruzione, ingiustizia sociale e recessione economica che attraversano tutto il Paese, nonché la grave crisi idrica che ha colpito le regioni nord-orientali. Secondo Al-Marashi, inoltre, i bombardamenti dei belligeranti su depositi di idrocarburi in Iran e nelle monarchie del Golfo potrebbero avere ripercussioni non solo sui mercati internazionali ma anche sulla salute delle popolazioni e sull’inquinamento ambientale della regione: l’uranio impoverito presente nei missili e le colonne di fumo che si alzano dai depositi petroliferi sono antesignani di un possibile ecocidio mediorientale.

Pur non riconoscendosi parte del Medio Oriente - ha ricordato il professor Redaelli - Teheran vi è stata progressivamente spinta dalle pressioni imposte dall’esterno. La sindrome d’assedio della Repubblica Islamica si è sviluppata in risposta al contenimento strategico da parte di vicini ostili e alla mancanza di una vera e propria alleanza difensiva, nonostante le relazioni funzionali con Russia e Cina. Le crisi più recenti hanno infatti dimostrato come Mosca e Pechino non siano disposte a garantire un sostegno effettivo.

Redaelli ha inoltre richiamato la figura di Qasem Soleimani, architetto della proiezione rivoluzionaria iraniana e stratega del cosiddetto Ring of Fire, una rete di stati alleati e milizie volte a esercitare pressione su Israele nel tentativo di evitare lo scontro diretto. La morte del generale e, soprattutto, gli eventi successivi al 7 ottobre 2023 hanno compromesso profondamente l’asse filo-iraniano: Hamas e Hezbollah si sono fortemente indebolite e il regime di Assad in Siria, fulcro della strategia iraniana, è caduto nel 2024. Nel confinante Iraq, Teheran ha ottenuto enormi vantaggi dall’invasione anglo-americana del 2003, costruendo una profondità strategica senza precedenti. Nonostante ciò, nella provincia sciita di Basra, la popolazione mantiene un atteggiamento critico e spesso apertamente ostile nei confronti delle milizie sciite filo-iraniane. A rendere ulteriormente complesso il quadro è la mai risolta rivalità tra l’Iran e le monarchie del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita. L’Iran si presenta come potenza regionale, erede di una storia millenaria e campione dell’Islam sciita, mentre i Paesi arabi, in maggioranza sunniti, guardano all’espansionismo persiano con timore costante, impedendo un allentamento della diffidenza strutturale nel Golfo.

Per Giorgia Perletta il regime iraniano si trova al punto più critico della sua storia dai tempi dell’invasione irachena: gli apparati di sicurezza non sono stati in grado di prevenire l’attacco, né di impedire l’assassinio mirato dei vertici del regime, inclusa la Guida Suprema, e di mobilitare immediatamente le forze dell’asse della Resistenza contro le basi americane nella regione. Tuttavia, la decapitazione della leadership iraniana non ha portato al regime change auspicato da Washington e Tel Aviv. Quasi cinquant’anni di embargo e isolamento internazionale hanno infatti reso le strutture di potere della Repubblica Islamica particolarmente resilienti a pressioni esterne. Una resilienza basata su strutture economico-militari decentralizzate, indipendenti tra loro, che rispondono direttamente alla Guida Suprema, e su un esercito con catene di comando addestrate alla fedeltà assoluta e a rimpiazzare i leader eliminati. L’inaspettata elezione di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema segna l’ascesa di una nuova generazione di politici, più radicalizzati e vicini all’IRGC, e meno legati alla visione religiosa clericale. In conclusione, secondo Perletta, a risentire più di tutti dell'attuale conflitto sarà la società iraniana, destinata a subire le conseguenze della repressione interna e della pressione militare ed economica esterna.

Il seminario ha restituito un quadro complesso e in rapida evoluzione, mettendo in luce tanto le fragilità quanto la resilienza degli attori coinvolti. Il Medio Oriente sta attraversando una fase di trasformazione profonda, in cui poteri consolidati, dinamiche interne e nuove ambizioni ridisegnano le mappe della regione. Comprendere l’Iran e il ruolo che esercita nello scenario attuale permette di leggere con maggiore lucidità un conflitto che parla non solo di forze militari, ma anche di identità, percezioni e rapporti di potere. In questo senso, le analisi emerse durante l’incontro offrono una bussola preziosa per orientarsi dentro uno dei momenti più decisivi per il futuro mediorientale e globale.

Un articolo di

Giorgia Di Gennaro e Davide Nadalini

Giorgia Di Gennaro e Davide Nadalini

ASERI - Alta Scuola in Economia e Relazioni internazionali, Università Cattolica

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