Taglio del nastro ufficiale per la nuova iniziativa formativa della sede di Brescia, pienamente inserita nel Piano Strategico. Un incontro pubblico per affrontare la crisi e costruire un nuovo umanesimo
L’occasione è quella del primo incontro residenziale del nuovo master di secondo livello in Dialogo interculturale e Cooperazione internazionale. Una presentazione che è una riflessione per il pubblico intervenuto nella Sala della Gloria il 29 ottobre e una prima lezione per gli iscritti al corso che si apprestano a intraprendere un percorso professionalizzante nel campus bresciano dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
A scandire l’investimento che tutto l’Ateneo compie sulla nuova iniziativa, la presenza della prorettrice vicaria Anna Maria Fellegara, che ha ricordato che il master è «un segno di grandissima coerenza rispetto a quello che l’Università Cattolica vuole essere». Un prodotto formativo che riafferma «la possibilità di cambiare lo stato delle cose a partire dall’educazione». E non a caso si inserisce a pieno titolo nelle scelte del Piano Strategico 2026-2028.
«È forse il primo master che nasce all’interno di questa cornice e risponde al pilastro del Piano dedicato all’offerta formativa di qualità» aggiunge la prorettrice, che indica altri due ambiti entro il quale si può collocare il nuovo corso: il Piano Africa, con l’impegno a lavorare con alcune comunità locali, creando rapporti di solidarietà e di co-progettazione, e il pilastro del fare esperienza del sapere.
L’origine del master è un convegno dello scorso anno sulla cooperazione internazionale, che si era concluso con un appello finale, raccolto ora, insieme agli atti, nel volume di Vita e Pensiero "Cultura dell’incontro per un patto di civiltà” (Milano 2026).
«Il master» ha detto il direttore e preside della Facoltà di Scienze della formazione Domenico Simeone «è l’impegno diretto che discende da quella riflessione. Siamo chiamati a compiere delle scelte per un futuro diverso, lavorando sulla cultura dell’incontro che richiede un passo di civiltà».
Questa dimensione dell’incontro si è plasticamente materializzata in un collegamento con Kigali, dove era riunito l’Istituto per il Patto educativo africano, che è chiamato a coordinare le università cattoliche del continente. Un “gemellaggio” perfettamente in linea con lo stile del Piano Africa, che è finalizzato a lavorare non per, ma con l’Africa, valorizzando e responsabilizzando le risorse locali.
Ai rappresentanti delle diverse università ha rivolto un saluto ufficiale monsignor Vincenzo Zani, bibliotecario emerito di Santa Romana Chiesa, che siede nel consiglio direttivo del master.
E proprio monsignor Zani ha tenuto la prima lezione ai partecipanti al corso e al pubblico della sala della Gloria. In primo luogo ricordando qual è il Dna del nuovo master: quello di una città e di una sede dell’Università Cattolica con una lunga e feconda tradizione pedagogica, che va dall’azione di fine Ottocento di Giuseppe Tovini e si condensa nella Cattedra Unesco avviata per la prima volta nell’Ateneo, proprio a Brescia.
Il master, secondo il vescovo, nasce proprio dall’appello citato, che chiedeva per la cooperazione internazionale, non a caso, progetti concreti, progetti in rete con altri e specialisti.
Dopo aver analizzato il contesto di crisi internazionale dentro cui si colloca la nuova esperienza formativa, ha ricordato che «la risoluzione dei conflitti e la mediazione chiedono una qualificata professionalità» e che il master formerà «nuovi professionisti per costruire un nuovo umanesimo», una «generazione di operatori di giustizia e di pace». E ha concluso citando l’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV, laddove chiede, nella parte finale, di fare attenzione alla deriva tecnocratica, di fare spazio all’etica della responsabilità, di essere “saggi architetti”, capaci di operare concretamente e di rimboccarsi le maniche.
Tra le parole “crisi” e “umanesimo” si è dipanato l’intervento di Anna Cristina D’Addio, Chief Education Policy di Unesco Global Education Monitoring Report, che ha snocciolato una serie di dati sulla situazione dell’educazione, della giustizia, dell’inclusione e dei giovani a livello mondiale, primo tra tutti i 273 milioni di bambini, adolescenti e giovani che non sono scolarizzati (uno su sei), in aumento per il settimo anno consecutivo. Una lezione che ha indicato l’educazione come il secondo fattore più importante per la pace e l’invito a «non proclamare soltanto la dignità umana, ma a dare alle persone gli strumenti per esigerla».
Alla rappresentazione dei migranti in Italia e dell’Africa, in funzione di due temi del master, il dialogo interculturale e la cooperazione, è stato dedicato l’intervento di Anna Maria Pozzi, giornalista, scrittrice e docente di Media e informazione al Dams.
Prima i numeri: 304 milioni di migranti nel mondo (il 3,7% della popolazione globale), 117 milioni di profughi, in Italia 5,5 milioni di stranieri, pari al 9,4% della popolazione, a fare nel nostro, un Paese multietnico, multiculturale e multireligioso.
Eppure, quando si va a considerare la rappresentazione che ne danno i media mainstream e i social, la percezione, totalmente disallineata con la realtà, è quella che siano «troppi e pericolosi».
Una sfida, anche questa, per lavorare su quella cultura dell’incontro e dell’ascolto con tutti quei migranti che di solito non hanno voce nel nostro discorso pubblico.