USO. Qualcuno sa cosa significhi questo acronimo? E cosa rappresenti in questo momento in cui siamo in molti a ricordare la grandezza calcistica e umana di Franco Baresi. USO significava Unione Sportiva Oratorio, cui andava aggiunta la T di Travagliato, il paese della bassa bresciana dove viveva la famiglia Baresi. Quella fu la prima vera squadra in cui giocò quello che sarebbe diventato il più forte difensore della storia del calcio (il giudizio è condizionato dalla mia posizione di tifoso, ma si sa così vanno le cose quando si parla di calcio e di calciatori).
Si è molto parlato, in questi giorni di grandi cambiamenti ai vertici dell'organizzazione calcistica nazionale, del problema del reclutamento e dell'addestramento dei giovani calciatori, della scomparsa di quei luoghi in cui i ragazzi iniziavano a giocare al pallone: il cortile, la strada, l'oratorio. E qualcuno ha invitato a non fare della retorica, a non idealizzare un mondo che non c'è più e forse non c'è mai stato o non è stato così importante. Ecco, in un giorno come questo, di fronte a queste polemiche e a queste obiezioni credo sia interessante rileggere le pagine dell'autobiografia che Franco Baresi ha dato alle stampe di Feltrinelli nel 2021.
Tra i mille ricordi, i mille episodi di una vita quasi romanzesca, c'è la svolta dell'USO, dell'oratorio di Travagliato. Sembrano quasi personaggi di finzione, Don Piero, il parroco e il signor Verzeletti, un imprenditore sponsor della squadra dell'oratorio che consentono a Franco di passare dall'aia, dalla strada, dalle partite tre contro tre con palloni bitorzoluti a un calcio meno ruspante, un po' più organizzato con le maglie e i palloni giusti dove ogni tanto passava qualche osservatore in cerca di talenti per le società importanti.
Quella fu la svolta, poi venero l'esordio in Serie A a 17 anni, lo scudetto e la retrocessione, la grave malattia, Sacchi e le Coppe dei Campioni, l'altelena di successi e sfortune che sembrano uscite da un romanzo e culminano con i Mondiali negli USA. L'infortunio, il recupero prodigioso, il rientro in squadra per la finale contro il Brasile, il rigore sbagliato e il pianto in mondovisione. Un pianto quasi incomprensibile in un uomo tutto d'un pezzo, un duro che è tornato a giocare due settimane dopo un'operazione ed è stato il migliore in campo, un pianto infantile, da ragazzino, da giocatore dell'oratorio. Come si usa dire, senza retorica.