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Dati, relazioni e adattamento: ecco il lavoro del 2030

24 marzo 2021

Dati, relazioni e adattamento: ecco il lavoro del 2030

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Se chiedessimo a degli studenti universitari di immaginare che lavoro svolgeranno una volta laureati molti non saprebbero rispondere con certezza. Ma tra loro chi ha seguito il webinar organizzato dall’Università Cattolica e dai suoi Alumni “Le professioni del futuro. Opportunità, competenze e nuovi scenari” per la settimana di presentazione dei suoi corsi di laurea magistrale “Play the future” sicuramente avrà qualche indizio in più per scegliere come proseguire gli studi.

Secondo il World Economic Forum il 65% delle professioni che i prossimi neolaureati andranno a fare deve essere ancora inventato: «Uno scenario difficile ma anche stimolante – ha sottolineato Giuliana Grimaldi, alumna della facoltà di Lettere e Filosofia, giornalista economica di TgCom 24- l’unica cosa da fare è provare a mettere a fuoco il tema delle competenze che le aziende richiedono e richiederanno sempre di più nei prossimi anni».

E questo è stato il filo rosso dell’intero incontro: «In Italia c’era un mismatch tra competenze richieste e offerta del mercato del 38% già prima della pandemia -spiega Stefano Besana, alumnus di Scienze della Formazione e oggi Digital & Future of Work per Ernst&Young-. Abbiamo fatto una ricerca sulle professioni del 2030 e le principali competenze che riassumono il professionista del futuro sono sapere risolvere problemi complessi, adattarsi al cambiamento in atto, essere capaci di relazionarsi con gli altri. La creatività sarà un valore sempre più importante, anche se questa è più una caratteristica individuale più che una competenza. Le aziende dovrebbero rivedere i loro modelli di valutazione orientandosi a un nuovo processo di selezione delle persone in base a queste skills. Sempre più importante sarà essere in grado di riflettere sui cambiamenti mentre essi stanno avvenendo, la pandemia ci ha insegnato questo: la riflessione non può più avvenire dopo che gli eventi si sono sedimentati».

L’emergenza sanitaria ha dato una accelerata profonda a tanti aspetti della vita: «Probabilmente assisteremo a cicli evolutivi del lavoro sempre più brevi – conferma Marco Villa, Chief Executive Officer di MV Advisors | Mirade Ventures e alumnus della facoltà di Economia-. Chi studia oggi deve considerare sempre più necessario imparare ad adattarsi a un contesto che cambia, sviluppando pensiero critico e soluzioni creative. Questo è difficile perché per farlo non basta lo studio. Occorrono esperienze integrate, che aprano la mente. Inoltre sarà sempre più importante saper coinvolgere».

«La pandemia ha accelerato il bisogno di trasformazione digitale -racconta Rosella Serra, laureata in Filosofia all'Università Cattolica e Advertising Industry Relations Manager di Google-. Nelle prime 8 settimane di lockdown l’uso di internet per l’e-commerce ha fatto un balzo avanti di 5 anni. Il mobile si è affermato come primo veicolo per gli acquisti e il settore ha registrato una crescita di circa 3,5 miliardi di euro. Le professioni più richieste sono specifiche ed erano già molto corteggiate prima della pandemia: It support, data analytics e sviluppatori di piattaforme mobile. In pandemia ci siamo accorti anche della necessità di prendere decisioni più velocemente, i cambiamenti delle abitudini dei clienti infatti mutano ormai di settimana in settimana e l’uso dei dati sarà sempre più essenziale per comprendere il consumatore».

Usare informazioni e dati per creare valore aggiunto alla sua azienda è il mestiere di Alberto Prospero, alumnus della facoltà di Matematica, che ha sede nel campus dell'Università Cattolica a Brescia e Data Scientist per ENI: «Si tratta di una disciplina nata da poco ma che sta prendendo sempre più piede. Coordino un team di 17 persone in cui lavorano assieme ingegneri, statistici e informatici. Mentre noi siamo più improntati all’aspetto modellistico dell’uso dei dati il data analyst si occupa più della loro visualizzazione e della presentazione».

Curiosità, capacità di uscire dalle proprie comfort zone e niente paura di sbagliare. Ecco la ricetta per i professionisti di domani: «Un professore di Stamford mi spiegava che da loro, se nel tuo curriculum non inserisci un elenco dei tuoi fallimenti non ti considerano nemmeno per le loro application -sottolinea Villa-. Una mentalità che i paesi mediterranei farebbero bene a fare propria».

«Io suggerisco banalmente di fare scelte in base a quello che piace studiare -conclude Besana-. Le professioni non sono scolpite nella pietra e il lavoro è qualcosa che si costruisce con il tempo. Per me è stato così. Considerate inoltre che un background umanistico può avere grande valore. Le trasformazioni digitali sono trasformazioni culturali: per esempio, le competenze psicologiche e le capacità interpretative che ne derivano aiutano a dare un senso a questi processi».

Un articolo di

Michele Nardi

Michele Nardi

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