Uno spazio di riflessione interdisciplinare sulla crisi e i conflitti che coinvolgono il Libano e il Medio Oriente, acuitisi negli ultimi giorni con nuovi picchi di tensione e instabilità, ha caratterizzato il seminario internazionale “Echi della crisi in Libano. Conflitto, dialogo, convivenza”, promosso dal Centro di Ateneo per la Dottrina sociale della Chiesa, dalla Konrad Adenauer Stiftung e dalla Fondazione Sinderesi, in occasione della presentazione del volume Echoes of the Lebanon Crisis. Conflict or Coexistence? (Rubbettino, 2024), curato da monsignor Samuele Sangalli per Scuola Sinderesi.
Il volume, infatti, offre uno sguardo sistematico e plurale, capace di superare i confini delle singole discipline per promuovere una visione della convivenza non uniformante, ma aperta alla possibilità di una vera convivialità tra le differenze.
Ad aprire i lavori sono state Simona Beretta, direttrice del Centro di Ateneo per la Dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica, e Paruvana Volkmann per la Konrad Adenauer Stiftung. Nei loro saluti hanno richiamato la drammatica attualità del tema e il valore di un approccio che intrecci prospettive storiche, politiche, religiose e sociali, per leggere il presente senza riduzionismi e per immaginare percorsi di pace fondati su una pluralità riconciliata.
A moderare il seminario è stato Francesco Calderoni, professore di Criminologia all’Università Cattolica, che ha sottolineato come il convegno intercetti una fase particolarmente delicata per il Libano e per l’intera regione. Presentando i relatori, ha evidenziato la ricchezza delle prospettive offerte dal volume, accomunate dall’intento di comprendere le radici del conflitto e di individuare spazi concreti di convivenza.
A proporre una lettura storico-politica delle trasformazioni che hanno segnato il Libano e il suo assetto istituzionale è stato Paolo Maggiolini, docente di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università Cattolica. Il Paese nasce da un compromesso, articolato in due passaggi fondamentali: il Patto nazionale del 1943, atto fondativo dello Stato indipendente, e la revisione del 1989 con gli Accordi di Ta’if, che hanno ridefinito gli equilibri dopo la guerra civile. In questo quadro si sono confrontati comunitarismo e settarismo, producendo un sistema fortemente segnato dall’appartenenza confessionale. Tale assetto incide ancora oggi sulla vita quotidiana e sulla stabilità del Paese. Eppure, ha osservato Maggiolini, il Libano può guardare oltre: la solidarietà può nascere nella vita concreta delle persone, in una visione di unità nella diversità. Quando la religione si politicizza, genera frammentazione, ma quando l’azione politica scaturisce da una radice spirituale autentica, può produrre solidarietà e speranza. La soluzione non consiste nell’annullare le identità, bensì nel tentare – pur nella fatica – di costruire compromessi capaci di tenere insieme differenze reali.
Una testimonianza diretta sul significato del dialogo interreligioso in Libano è stata offerta da monsignor Michel Jalakh, arcivescovo titolare di Nisibi dei Maroniti e Segretario del Dicastero per le Chiese Orientali. Qui cristiani e musulmani convivono condividendo tradizioni, villaggi, scuole e luoghi di lavoro. Il dialogo non è un esercizio accademico, ma un’esperienza concreta e quotidiana. San Giovanni Paolo II definì il Libano “un messaggio di libertà” e un esempio di pluralismo. Tale pluralismo, tuttavia, richiede l’accettazione della fatica della differenza. I cristiani del Libano conoscono gli alti e bassi del dialogo, le tensioni e le sensibilità reciproche, ma proprio in questa esperienza matura una forma di convivenza autentica.
Il dialogo, ha sottolineato l’arcivescovo, trova la sua vera essenza nella vita condivisa. La festa dell’Annunciazione, celebrata anche come ricorrenza nazionale e occasione di omaggio alla Vergine Maria, rappresenta un terreno comune di rispetto tra cristiani e musulmani: un esempio concreto di dialogo trasformato in vissuto. Lo stesso accade nelle università e negli ospedali, dove giovani di diverse fedi studiano e lavorano fianco a fianco: una vera palestra di pluralismo.
La vocazione storica del Paese come terra di accoglienza è stata richiamata da Ziad Taan, console generale del Libano a Milano. Durante l’oppressione ottomana e la Prima guerra mondiale, il Libano è stato rifugio per molti perseguitati. Nel tempo ha accolto milioni di persone e, attraverso la sua vasta diaspora, ha diffuso nel mondo un’esperienza originale di convivenza e dialogo. Questa identità di apertura rappresenta una risorsa preziosa anche oggi, in un contesto segnato da profonde difficoltà economiche e politiche.
A concludere è stato il curatore del volume, Samuele Sangalli, arcivescovo e presidente della Fondazione Sinderesi, che ha illustrato la genesi del progetto editoriale e il metodo interdisciplinare adottato. Il lavoro si inserisce in un percorso triennale di ricerca dedicato all’epoca contemporanea, segnata da nazioni e imperi che regolano e talvolta strumentalizzano la religione. In tale contesto si colloca il ruolo dell’Europa con le sue responsabilità di leadership, le sfide alla democrazia liberale e il dramma delle persecuzioni contro i cristiani nel mondo. Il volume intende offrire agli studenti e ai lettori strumenti per pensare senza schemi predefiniti, maturando un giudizio critico all’interno di una solida formazione culturale.
La prospettiva conclusiva non è quella di “occupare spazi”, ma di indicare percorsi. Quando si parla di convivenza, ha ricordato monsignor Sangalli richiamando le parole di papa Francesco, si tratta di tutelare per tutti la libertà religiosa, in società dove convivono credenti e non credenti. Sono cammini lunghi, che richiedono la partecipazione convinta di molti. Anche un seminario e un libro possono rappresentare un piccolo ma significativo contributo in questa direzione: dare voce, offrire strumenti, alimentare un interesse consapevole per una causa che riguarda il futuro della convivenza.