Ferito a morte, il romanzo del 1961 di Raffaele La Capria, inizia con una bella giornata di sole. È quindi il libro perfetto per il mese di agosto di Un anno in pagine, il format che racconta un’opera letteraria, scelta per la sua capacità di richiamare o legarsi a uno specifico mese.
Presenta il romanzo Silvia Cavalli, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore, che osserva come “bella giornata” sia un’espressione ricorrente nel romanzo di La Capria per «descrivere il cielo e il mare del golfo di Napoli e altri scenari della vicenda che si svolge, tra il 1943 e il 1960, tra Capri, Positano, Ischia e appunto il capoluogo campano». In particolare, Cavalli sottolinea, inoltre, come la narrazione dell’opera non sia lineare, ma una sovrapposizione di piani temporali differenti: «sono diverse le “belle giornate” rievocate nel flusso dei pensieri dal protagonista Massimo, alla vigilia della sua partenza per Roma, nell’estate del 1954; anche se di fatto tutte si riassumono in una sola, e in un’ultima altra giornata – questa volta dell’estate del 1960 – in occasione di un ritorno a casa».
Due sono i concetti chiave intorno ai quali si snoda il romanzo: il primo è la «“Grande Occasione Mancata”, scritta sempre con le iniziali maiuscole – spiega Silvia Cavalli -, che può essere il sentimento per una ragazza, il desiderio di successo, così come la pesca subacquea di una spigola». La Capria, sostanzialmente, nel suo romanzo descrive il fallimento di una generazione. Il protagonista e i suoi amici vivono in un'attesa immobile, vorrebbero cambiare vita e realizzarsi, ma non agiscono mai. La comodità e gli agi della loro quotidianità borghese si trasformano in una trappola che spegne ogni ambizione. L’altro cardine della vicenda è il “tempo”: quello della gioventù quando tutto è possibile e quello dell’età adulta, quando nulla di ciò che era possibile si è realizzato.
La vicenda del libro mostra il contrasto tra il tempo mitico della giovinezza (l'estate del 1954) e il tempo della maturità (il 1960), dove il passato viene idealizzato come un paradiso perduto, ma in realtà è solo un'illusione, e chi non è riuscito a costruire una vita altrove, si ritrova disilluso, a vivere di espedienti.
Ferito a morte, alla sua uscita, ha vinto il Premio Strega come esempio «di ardita sperimentazione tesa a rappresentare l’ingorgo psicologico e culturale di un personaggio e della sua generazione» come recita la motivazione e sottolinea Cavalli, che fa notare inoltre come quest’opera di La Capria sia, ancora oggi, sempre molto letta e apprezzata: perché racconta di quella paralisi tra pensiero e azione che - al di là del contesto di tempo e di luogo del romanzo – può appartenere a ogni essere umano, quando si trova sospeso tra ciò che vorrebbe essere e ciò che effettivamente riesce a fare nella vita.