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Forwomen, gli stereotipi che impediscono alle donne di essere imprenditrici

04 febbraio 2026

Forwomen, gli stereotipi che impediscono alle donne di essere imprenditrici

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Sono ancora tanti gli stereotipi che condizionano le scelte professionali delle donne. Credenze sociali e culturali che possono trasformarsi in una vera e propria «zavorra», soprattutto per chi è intenzionata ad avviare un’impresa, indipendentemente dal fatto che sia madre o meno. È quanto emerge da un progetto di ricerca di rilevanza nazionale (PRIN 2022) “FORWOMEN – FOsteRing WOMen’s Necessity ENtrepreneurship”, finanziato dal programma Next Generation EU, coordinato da Claudia Manzi, docente di Psicologia sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e svolto in partenariato con il Politecnico di Milano. 

«I risultati indicano che, oltre agli stereotipi di genere, anche le credenze sociali legate alla genitorialità incidono in modo significativo sulle scelte professionali e sulle opportunità imprenditoriali delle donne, sia madri sia non madri. In particolare, emergono gli stereotipi sulla “maternità intensiva”», ha spiegato Claudia Manzi, presentando mercoledì 28 gennaio la ricerca nell’ambito del seminario di studio “Femminile plurale: come differenze di età, professione e condizioni di vita plasmano l’esperienza lavorativa delle donne”.

Un’occasione interessante per accendere i riflettori su quanto l’Ateneo fa in questo ambito sul fronte della ricerca teorica, sempre più fondamentale per «orientare concretamente le politiche pubbliche», ha specificato Antonella Marchetti, direttrice del Dipartimento di Psicologia, introducendo i lavori e la keynote speaker d’eccezione Michelle Ryan.  

Un articolo di

Katia Biondi

Katia Biondi

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L’esperta internazionale di gender equality, che nel 2010 ha coniato la metafora “scogliera di cristallo” per descrivere le barriere invisibili e pericolose che le donne incontrano quando raggiungono posizioni di leadership, ha raccontato le aree d’indagine portate avanti in Australia all’interno del Global Institute for Women’s Leadership. Nel suo intervento ha insistito molto sull’importanza di adottare nella ricerca l’approccio intersezionale per meglio tradurre l’evidenza scientifica in linee di azione concrete. «L’intersezionalità è centrale: molte politiche di diversity risultano inefficaci perché ignorano che le discriminazioni di genere sono sempre intrecciate con cultura, credenze, condizioni sociopolitiche e identità multiple», ha precisato Ryan. «Le identità operano a livello micro, ma si intersecano con fattori macro-strutturali. Quando gli interventi non considerano queste differenze, si produce invisibilità intersezionale: le donne più marginalizzate restano escluse e le politiche intraprese rischiano di fallire».

Dati alla mano, Ryan ha mostrato che le esperienze di genere non sono universali. «Spesso non riusciamo a tenere conto della varietà delle esperienze femminili. La ricerca sugli interventi per la gender equity deve essere più intersezionale per risultare efficace per tutte le donne», ha detto. Un modo per dire che ampliare lo sguardo è una «scelta culturale necessaria». Per questo, ha avvertito la professoressa Manzi, «occorre andare oltre le macro-categorie: esistono sfumature che dobbiamo comprendere per poter intervenire davvero».

 

 

A restituire la complessità dell’universo femminile hanno contribuito i lavori scientifici illustrati nel corso del seminario. Come FORWOMEN, su cui si è focalizzato l’intervento di Giulio Faccenda. «Il progetto, finalizzato a sostenere e analizzare i processi che promuovono l’imprenditoria femminile in Italia, ha adottato un approccio multi-metodo. In una prima fase qualitativa, donne imprenditrici e donne disoccupate sono state coinvolte in focus group volti ad approfondire le motivazioni e gli ostacoli legati all’avvio e allo sviluppo di un’attività imprenditoriale. Successivamente, è stato condotto uno studio sperimentale basato su questionari, su un ampio campione di donne disoccupate, per analizzare l’effetto degli stereotipi sociali sulle intenzioni imprenditoriali». I risultati emersi sono sorprendenti in quanto pongono l’accento sugli stereotipi di genere legati alla “maternità intensiva”, un’etichetta sotto cui si nasconde l’idea che una madre debba dedicare tutto il suo tempo ai figli e assumere un ruolo totalizzante di caregiver. «Tali stereotipi attribuiscono alle madri aspettative di totale dedizione alla cura dei figli, una presenza costante per rispondere ai loro bisogni fisici ed emotivi e un ruolo considerato insostituibile per lo sviluppo armonioso dei bambini», ha osservato Faccenda. «La ricerca evidenzia come queste credenze possano ridurre le intenzioni imprenditoriali, poiché rendono l’avvio di un’impresa percepito come difficilmente compatibile con il ruolo materno e alimentano l’idea di una carenza di tempo, energie e risorse di supporto». 

Alessia Valmori, invece, ha raccontato due studi realizzati dall’Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con Great Place to Work Italia e Jointly per analizzare la situazione delle donne over 50 nelle organizzazioni italiane, coinvolgendo complessivamente oltre 280.000 lavoratori e lavoratrici. «I risultati rivelano un pattern complesso: sebbene le donne over 50 percepiscano maggiore discriminazione, mostrano anche più resilienza in termini di autenticità espressa al lavoro e intenzione di rimanere nel posto di lavoro rispetto ad altri gruppi, probabilmente grazie a strategie di coping sviluppate attraverso l’esposizione ripetuta a pregiudizi durante il corso della loro vita», ha chiarito Valmori. Il secondo studio ha cercato di identificare strategie concrete per supportare queste lavoratrici. «I benefit organizzativi, in particolare socioculturali e relativi alla salute e alla sicurezza psico-fisica, si rivelano efficaci nel promuovere un senso di affiliazione identitaria con l’azienda e soddisfazione lavorativa per le donne over 50». Risultati che offrono preziosi suggerimenti: investendo in programmi di welfare personalizzati, possono contribuire a trattenere talenti preziosi e a valorizzare la diversità anagrafica e di genere nel contesto lavorativo.

Infine, Silvia Donato ha descritto la ricerca qualitativa condotta all’interno del progetto PRIN PNRR dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con il Politecnico di Milano, dedicata all’esperienza di telelavoro di dieci coppie italiane in cui la donna è un’accademica. «Uomini e donne vivono il lavoro da casa in maniera non simmetrica: per molte donne la casa può essere un rifugio, ma anche una “tela di ragno”, che può imprigionare in un intreccio di ruoli, significati e richieste contrastanti». Nel lavoro da casa carico di cura e responsabilità familiari incombono fortemente ma anche l’iper-connessione rende più sfumato il confine tra vita da ufficio e quella privata. Quando poi entrambi i partner lavorano da casa anche la distribuzione degli spazi domestici riproduce disuguaglianze: le donne lavorano più spesso in spazi di passaggio meno attrezzati, mentre gli uomini usano stanze più grandi, scrivanie migliori, connessioni più stabili. Da qui i pro e i contra dello smart working. «Il lavoro da casa può essere un potente alleato del benessere delle lavoratrici, ma solo se lo si pensa come spazio con caratteristiche fisiche e simboliche proprie, lo si inserisce dentro le dinamiche di coppia e familiari, lo si sostiene con regole organizzative chiare e sensibilizzazione culturale, e si riconosce che genere, età, presenza di figli, tipo di casa e qualità delle relazioni trasformano radicalmente l'esperienza del telelavoro».

 

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