A restituire la complessità dell’universo femminile hanno contribuito i lavori scientifici illustrati nel corso del seminario. Come FORWOMEN, su cui si è focalizzato l’intervento di Giulio Faccenda. «Il progetto, finalizzato a sostenere e analizzare i processi che promuovono l’imprenditoria femminile in Italia, ha adottato un approccio multi-metodo. In una prima fase qualitativa, donne imprenditrici e donne disoccupate sono state coinvolte in focus group volti ad approfondire le motivazioni e gli ostacoli legati all’avvio e allo sviluppo di un’attività imprenditoriale. Successivamente, è stato condotto uno studio sperimentale basato su questionari, su un ampio campione di donne disoccupate, per analizzare l’effetto degli stereotipi sociali sulle intenzioni imprenditoriali». I risultati emersi sono sorprendenti in quanto pongono l’accento sugli stereotipi di genere legati alla “maternità intensiva”, un’etichetta sotto cui si nasconde l’idea che una madre debba dedicare tutto il suo tempo ai figli e assumere un ruolo totalizzante di caregiver. «Tali stereotipi attribuiscono alle madri aspettative di totale dedizione alla cura dei figli, una presenza costante per rispondere ai loro bisogni fisici ed emotivi e un ruolo considerato insostituibile per lo sviluppo armonioso dei bambini», ha osservato Faccenda. «La ricerca evidenzia come queste credenze possano ridurre le intenzioni imprenditoriali, poiché rendono l’avvio di un’impresa percepito come difficilmente compatibile con il ruolo materno e alimentano l’idea di una carenza di tempo, energie e risorse di supporto».
Alessia Valmori, invece, ha raccontato due studi realizzati dall’Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con Great Place to Work Italia e Jointly per analizzare la situazione delle donne over 50 nelle organizzazioni italiane, coinvolgendo complessivamente oltre 280.000 lavoratori e lavoratrici. «I risultati rivelano un pattern complesso: sebbene le donne over 50 percepiscano maggiore discriminazione, mostrano anche più resilienza in termini di autenticità espressa al lavoro e intenzione di rimanere nel posto di lavoro rispetto ad altri gruppi, probabilmente grazie a strategie di coping sviluppate attraverso l’esposizione ripetuta a pregiudizi durante il corso della loro vita», ha chiarito Valmori. Il secondo studio ha cercato di identificare strategie concrete per supportare queste lavoratrici. «I benefit organizzativi, in particolare socioculturali e relativi alla salute e alla sicurezza psico-fisica, si rivelano efficaci nel promuovere un senso di affiliazione identitaria con l’azienda e soddisfazione lavorativa per le donne over 50». Risultati che offrono preziosi suggerimenti: investendo in programmi di welfare personalizzati, possono contribuire a trattenere talenti preziosi e a valorizzare la diversità anagrafica e di genere nel contesto lavorativo.
Infine, Silvia Donato ha descritto la ricerca qualitativa condotta all’interno del progetto PRIN PNRR dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con il Politecnico di Milano, dedicata all’esperienza di telelavoro di dieci coppie italiane in cui la donna è un’accademica. «Uomini e donne vivono il lavoro da casa in maniera non simmetrica: per molte donne la casa può essere un rifugio, ma anche una “tela di ragno”, che può imprigionare in un intreccio di ruoli, significati e richieste contrastanti». Nel lavoro da casa carico di cura e responsabilità familiari incombono fortemente ma anche l’iper-connessione rende più sfumato il confine tra vita da ufficio e quella privata. Quando poi entrambi i partner lavorano da casa anche la distribuzione degli spazi domestici riproduce disuguaglianze: le donne lavorano più spesso in spazi di passaggio meno attrezzati, mentre gli uomini usano stanze più grandi, scrivanie migliori, connessioni più stabili. Da qui i pro e i contra dello smart working. «Il lavoro da casa può essere un potente alleato del benessere delle lavoratrici, ma solo se lo si pensa come spazio con caratteristiche fisiche e simboliche proprie, lo si inserisce dentro le dinamiche di coppia e familiari, lo si sostiene con regole organizzative chiare e sensibilizzazione culturale, e si riconosce che genere, età, presenza di figli, tipo di casa e qualità delle relazioni trasformano radicalmente l'esperienza del telelavoro».