NEWS | Meeting di Rimini

Giovani, come rispondere al loro scontento

24 agosto 2026

Giovani, come rispondere al loro scontento

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Il giorno dopo la visita di Papa Leone XIV al Meeting – la prima di un Pontefice dopo quella, 44 anni fa, di san Giovanni Paolo II – i giovani sono tornati protagonisti.

Sia nella Repubblica di San Marino, dove era cominciata la visita pastorale, sia tra i padiglioni della Fiera di Rimini, dove si svolge la 47esima edizione dell’incontro promosso da Comunione e Liberazione, a loro il Santo Padre si era rivolto più volte, invitandoli a guardare al futuro non come una minaccia ma come una promessa, a mettersi in gioco, facendo dell’appartenenza a gruppi e movimenti «un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà».

Ed è proprio al futuro delle nuove generazioni che è stato dedicato il convegno “Per una giovane Italia. Idee ed esperienze contro lo scontento dei giovani”, in cui è intervenuta la Rettrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Elena Beccalli, dialogando con il poeta Davide Rondoni, la giovane scrittrice Sara Ciafardoni e Michele Costanzi, studente dell’Università degli Studi di Milano.

A porre la questione in termini provocatori è stato Rondoni, promotore di un manifesto-spettacolo che sta attraversando l’Italia per riportare al centro la questione giovanile o, meglio, come ha precisato ricorrendo a una citazione di Baudelaire, l’«avvilimento dei cuori».

Anche se, a sentire l’energia della voce di Sara Ciafardoni mentre legge una lettera indirizzata direttamente all’Italia – «Noi non siamo il tuo futuro, siamo il tuo presente» –, viene da pensare che, per fortuna, tanto avviliti almeno quelli di alcuni di loro non lo siano.

A raccogliere queste provocazioni è stata Elena Beccalli, che ha indicato tre responsabilità precise: quelle delle università, delle imprese e della politica.

Per affrontare lo scontento dei giovani e invitarli a credere ancora nel nostro Paese, la rettrice ha invitato il sistema universitario a guardarsi dalla «trappola delle iscrizioni», cioè dalla tentazione di abbassare le rette e, ancora più pericolosamente, gli standard accademici pur di riempire le aule.

La risposta all’inverno demografico – una vera e propria «glaciazione», come è stata definita nel corso dell’incontro – che colpisce l’Europa e, in particolare, l’Italia sta invece nella capacità delle università italiane di essere attrattive, tanto per gli studenti italiani quanto per quelli stranieri. Una sfida che si vince «innovando» e, in particolare per le università cattoliche europee, rimanendo fedeli alla propria identità: laddove hanno scelto di competere sui valori, senza inseguire le logiche di mercato, hanno retto anche al calo delle immatricolazioni, ha sottolineato la professoressa Beccalli, che è anche presidente della FUCE, la Federazione delle Università Cattoliche Europee.

Tale cambiamento passa, secondo la professoressa Beccalli, in primo luogo da un ripensamento di che cosa debbano essere le università: «Gli Atenei non possono essere pensati semplicemente come luoghi di trasmissione del sapere, devono essere comunità nelle quali si fa esperienza, si costruiscono relazioni, si valorizza il rapporto tra studenti e docenti e quello tra pari», ha suggerito.

Questa trasformazione può essere anche il modo con cui rispondere alle nuove fragilità dei giovani, alimentate dall’isolamento, dall’individualismo e dall’esposizione ai social.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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Ma la Rettrice ha chiamato in causa anche le imprese.

Non solo le università, ma anche il sistema produttivo deve diventare più attrattivo, se si vuole che la «fuga dei cervelli» si trasformi in una «circolarità dei talenti»: in altri termini, che chi è andato all’estero per laurearsi o completare il proprio percorso di formazione possa tornare e che chi ha scelto l’Italia possa rimanere. Un fenomeno di cui si cominciano forse a intravedere i primi segnali nei più recenti dati Istat sulla mobilità dei laureati italiani.

Il ragionamento, anche in questo caso, è partito dalla condizione economica delle nuove generazioni. In Italia il vantaggio retributivo assicurato da una laurea rimane sensibilmente inferiore a quello registrato nelle altre principali economie europee. Secondo i dati richiamati dalla Banca d’Italia, per i giovani tra i 28 e i 34 anni il reddito da lavoro di un laureato supera quello di un diplomato di circa il 24%, contro circa il 37% in Germania e oltre il 40% in Francia.

Secondo Elena Beccalli la strada è una sola: «Le imprese devono impegnarsi a retribuire meglio i giovani quando entrano nel mercato del lavoro».

Migliorare gli stipendi dei laureati non è soltanto una questione di equità generazionale. «Valorizzare le competenze dei giovani significa rendere più competitivo il Paese», ha sottolineato la Rettrice.

Infine, c’è la responsabilità della politica. L’Italia destina all’istruzione circa il 4% del Pil, a fronte del 4,8% della media dell’Unione europea. Per questa ragione, ha ricordato la professoressa Beccalli, «oltre a politiche pubbliche che incentivino l’assunzione di competenze in azienda, al centro dell’agenda politica deve essere posto un piano straordinario di investimenti pubblici nell’istruzione secondaria e terziaria».

Solo così l’Italia potrà tornare a essere un Paese per i giovani. E, quindi, più competitivo e prospero per tutti.

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