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Harriet Martineau: un dialogo intergenerazionale sulla sociologia e l’educazione

18 febbraio 2026

Harriet Martineau: un dialogo intergenerazionale sulla sociologia e l’educazione

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In un’aula gremita di sociologhe (e qualche sociologo) provenienti da diverse università italiane, venerdì 13 febbraio si è svolto l’evento dal titolo “L’educazione secondo Harriet Martineau: dalla vita quotidiana alla teoria sociale”

Ad aprire i lavori è stata Maddalena Colombo, coordinatrice della Sezione Istruzione, educazione e formazione, che ha introdotto le relatrici, tra cui Rosangela Lodigiani, coordinatrice del dottorato in Sociologia, e Emanuela Mora, direttrice del Dipartimento di Sociologia, che con i loro interventi hanno introdotto la figura, a lungo dimenticata, di Harriet Martineau e per presentare il lavoro fatto dalla collana “Donne in Sociologia”, curata da Mariagrazia Santagati.

La professoressa Santagati, curatrice del volume “Harriet Martineau - Sull’educazione” (ed. Vita e Pensiero), ha delineato il pensiero e il contesto della studiosa britannica, inserendola in un progetto più ampio di riscoperta delle donne nella sociologia. Martineau ha osservato la vita quotidiana rendendola oggetto di studio, costruendo un sapere accessibile, rivolto a un pubblico ampio e non solo agli intellettuali. In un’epoca in cui alle donne era precluso l’accesso all’università, Martineau, segnata da una condizione di sordità e marginalità religiosa, riuscì a sviluppare uno sguardo originale capace di tenere insieme dimensione micro e processi sociali più ampi. L’educazione, per lei, è profondamente legata alla giustizia sociale. L’educazione domestica non è uno spazio chiuso, ma il primo laboratorio di vita, in cui si formano capacità critiche, autonomia e senso morale. Martineau ha insistito sulla necessità di sviluppare il pensiero logico, di mettere in discussione stereotipi e dogmi, dedicando particolare attenzione all’educazione delle donne e delle classi svantaggiate. E anche il tema della disabilità assume una prospettiva innovativa: non è l’individuo a essere “limitato”, ma è la società a determinare condizioni di inclusione o esclusione.

Per Elena Besozzi, professoressa di Sociologia dei Processi culturali e comunicativi, il libro su Martineau è un vero e proprio dono. Cresciuta in una realtà accademica, in cui la percezione della sociologia era androcentrica, Besozzi ha evidenziato un’inversione di rotta dagli anni ’70: «Oggi la sociologia è soprattutto donna, ma quando una disciplina si sbilancia, si indebolisce da tutti i punti di vista». La sociologia nasce per leggere la realtà e parlare alle persone, mantenendo un legame stretto tra teoria, ricerca empirica e politiche sociali. Martineau, con la sua scrittura chiara e accessibile, ha rappresentato un esempio di sociologia pubblica, capace di dialogare con la società. Oggi, invece, il rischio è quello di una crescente autoreferenzialità accademica e di uno scollamento dal mondo reale. Il sociologo, come il viaggiatore evocato da Martineau, deve allenare uno sguardo capace di cogliere ciò che gli altri non vedono, partendo dalla vita quotidiana, dal “mondo della vita”, dove si formano credenze, norme e identità.

Chiara Ferrari, Principal Investigator del progetto “Gendering Sociology”, invece, ha spostato l’attenzione sulle pratiche educative contemporanee e sulle aule universitarie. Le sue riflessioni si articolano in alcune provocazioni: l’apprendimento riguarda solo la dimensione cognitiva o coinvolge anche emozioni, sensi ed esperienza? È possibile pensare l’educazione come un processo realmente democratico e bidirezionale, in cui anche chi insegna continua a formarsi? E ancora, quale spazio viene dato al pensiero critico, al dissenso, rispetto alla ricerca di consenso? Le domande di Ferrari hanno richiamato la necessità di ripensare la didattica come spazio aperto e inclusivo, capace di accogliere differenze e bisogni diversi.

Gli interventi successivi hanno ripreso e ampliato questi temi ricordando la responsabilità pubblica della sociologia, il rischio di perdita di rilevanza sociale e la necessità di recuperare un linguaggio accessibile. In particolare, è stata ricordata l’importanza dei contesti familiari come luoghi di formazione, spesso trascurati rispetto alla centralità della scuola e si è insistito sulla dimensione inclusiva dell’educazione, capace di intrecciare genere, classe e disabilità in una prospettiva intersezionale.

Un incontro che ha contribuito a riscoprire una sociologa che ha precorso i tempi ed è sempre attualissima come la necessità di una sociologia più aperta, meno gerarchica e capace di dialogare con altre discipline e con la società.

Un articolo di

Camilla Calzarossa Lusardi e Federica Fazio

Scuola di Giornalismo

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