Perché hai scelto di incentrare la tua tesi sugli imprenditori rifugiati?
«Il mio relatore, il dottor Giacomo Ciambotti, mi ha fatto conoscere il fenomeno degli imprenditori discriminati. Mi sono chiesta come facessero a cavarsela persone che diventano imprenditori per necessità, ma che devono affrontare una profonda esclusione a livello socio-economico. Una ricerca sul web mi ha portato ai rifugiati, un gruppo altamente discriminato. La letteratura mostrava che i rifugiati spesso lasciano i loro paesi d'origine all'improvviso, senza essere pronti a creare un'impresa, il che rende il loro percorso imprenditoriale particolarmente impegnativo. Ho anche scoperto un aspetto particolarmente critico della ricerca esistente: la maggior parte degli studi si concentrava sui rifugiati in contesti occidentali, ignorando i rifugiati africani nei paesi in via di sviluppo come il Ghana. Sono stata attratta da questa area inesplorata che è diventata così l’argomento della mia tesi»
Quanti rifugiati ci sono nel tuo Paese e come vengono trattati?
«In Ghana ci sono circa 10.000 rifugiati regolarmente registrati, gestiti dal Ghana Refugee Board (GRB) sotto l'egida del Ministero dell'Interno. Il GRB collabora con l'UNHCR per fornire documenti, alloggio e soddisfare altre necessità di base. Tuttavia, i rifugiati subiscono una forte discriminazione sul lavoro e fanno fatica a partecipare alla vita economica del paese. Molti non riescono a trovare un lavoro formale, il che li spinge verso la necessity entrepreneurship, l’imprenditoria di necessità. Sebbene il Ghana sia generalmente accogliente e garantisca ai rifugiati il diritto di lavorare e di muoversi liberamente, il divario tra politica e pratica rimane ampio. I rifugiati sono tollerati ma non pienamente integrati e spesso vivono in aree urbane dove rimangono invisibili e privi di sostegno».
Durante il tuo soggiorno in Italia, hai potuto farti un'idea di come la società italiana affronta questo problema?
«Durante il mio soggiorno a Milano, ho osservato molti immigrati, anche se era difficile distinguere i rifugiati dagli altri migranti. Prima di arrivare, avevo visto dei documentari sugli africani che attraversano il Mediterraneo in condizioni precarie, alcuni dei quali vengono soccorsi da associazioni umanitarie. Sono rimasta colpita dal lavoro delle squadre di soccorso».
Quale storia imprenditoriale tra quelle che hai esaminato nella tua tesi ti ha colpito di più?
«Sono rimasta profondamente colpita da una donna camerunese che ha trasformato vecchi pneumatici di auto in splendidi mobili e i rifiuti di plastica in accessori alla moda. Non riuscendo a trovare uno spazio commerciale a prezzi accessibili ad Accra, ha sfruttato le piattaforme online per vendere i suoi prodotti. Nonostante le grandi limitazioni in termini di risorse, è riuscita a formare un'altra rifugiata, che ora è la sua socia in affari. La sua storia incarna l'essenza stessa della mia tesi: la creatività che nasce dalle difficoltà, la resilienza di fronte alla discriminazione e la generosità di condividere opportunità limitate con gli altri».
Cosa hai imparato durante il tuo percorso di dottorato a Milano?
«Il mio percorso di dottorato mi ha insegnato molto più dei semplici metodi di ricerca o della teoria. Mi ha fatto conoscere la diversità culturale in modo estremamente personale. Durante il mio soggiorno a Milano, circondata da colleghi provenienti da ogni parte dell’Africa, ho imparato quanto siano diversi i modi in cui le persone pensano, comunicano e risolvono i problemi. Ho imparato a muovermi in sistemi accademici che mi erano sconosciuti e ad apprezzare il fatto che ciò che funziona in Ghana potrebbe non funzionare in Italia e viceversa. Questa esperienza rispecchia la mia stessa ricerca: proprio come i rifugiati devono adattarsi a nuovi ambienti, anch’io sono dovuta diventare un camaleonte in un ambiente accademico straniero. Questo mi ha reso una ricercatrice più empatica e una persona più flessibile».
Quali sono i tuoi progetti professionali per il futuro?
«Dopo aver dedicato tre anni allo studio degli imprenditori rifugiati, ho sentito il desiderio di estendere la mia attenzione ad altre categorie di imprenditori vulnerabili. Voglio capire come i gruppi emarginati utilizzino l'imprenditorialità non solo per sopravvivere ma anche per creare dignità e speranza. Per raggiungere questo obiettivo, sto fondando l'Africa Centre of Research and Enterprise, un'organizzazione senza scopo di lucro. Il Centro condurrà ricerche di grande rilevanza e porterà avanti programmi di sostegno per gli imprenditori che sono tipicamente vittime di discriminazione. Ho anche intenzione di pubblicare i risultati della mia tesi su riviste scientifiche high impact e di continuare a collaborare con studiosi che condividono la mia passione per l'imprenditorialità inclusiva».
In che modo pensi che la collaborazione accademica tra l’Italia e il Ghana possa aiutare ad affrontare la questione dei rifugiati, che riguarda entrambi i paesi?
«Ritengo che la collaborazione accademica tra l’Italia e il Ghana possa avere un impatto trasformativo principalmente in due modi. In primo luogo, una ricerca comparativa che analizzi l’imprenditorialità dei rifugiati in un contesto occidentale (Italia) rispetto a uno non occidentale (Ghana) può mettere in luce come i diversi contesti istituzionali, culturali ed economici influenzino i risultati ottenuti dai rifugiati. Tali confronti potrebbero mettere in discussione le teorie universali e portare a una comprensione più articolata del fenomeno. In secondo luogo, le soluzioni potrebbero essere condivise tra i vari paesi, grazie ai diversi approcci nei meccanismi di coping. Workshop congiunti, programmi di scambio per ricercatori e professionisti e documenti di sintesi collaborativi potrebbero trasformare le intuizioni accademiche in azioni concrete. In definitiva, i rifugiati si spostano da un continente all'altro, la nostra ricerca e le nostre soluzioni dovrebbero fare lo stesso».