Esaminando il primo anno del secondo mandato di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti e facendo qualche previsione in vista delle elezioni di Medio Termine, il politologo ha affermato: «Credo che queste elezioni siano importanti perché possono introdurre alcuni limiti all’amministrazione Trump, che al momento opera con pochissime restrizioni rispetto a ciò che il Presidente può fare. La Corte Suprema non sta contenendo il potere presidenziale, anzi sta facendo l’opposto. Per questo le elezioni congressuali saranno un test importante, forse il più duro nei 250 anni di storia del sistema americano, anche per vedere se le istituzioni riusciranno a reggere», ha avvertito Ikenberry. «Se i Democratici dovessero conquistare la Camera - cosa che è probabile - sarebbe un primo passo e garantirebbe almeno a una parte del governo di svolgere un ruolo di controllo. Sarà più difficile, invece, sottrarre il Senato ai Repubblicani, e questo è rilevante poiché è l’organo che decide sulle nomine alla Corte Suprema. Un suo eventuale cambiamento sarebbe determinante per ristabilire un sistema di checks and balances più solido, anche se non è detto che accada».
Nella sua lezione Ikenberry ha insistito sulla necessità di difendere l’ordine liberale internazionale, recuperando anche quelle radici storiche che ne hanno agevolato la costruzione all’indomani del secondo conflitto mondiale: istituzioni globali capaci di approvare accordi comuni; una società civile transnazionale; la cooperazione tra democrazie; un mercato capitalistico regolato; valori repubblicani e democratici condivisi. Questo sistema, secondo Ikenberry, ha favorito la crescita economica di molti Paesi, inclusa la Cina, che ne ha tratto enormi benefici.
Eppure, ha ribadito Ikenberry, oggi il sistema internazionale appare sempre più articolato in tre blocchi: l’Occidente globale (Stati Uniti ed Europa), l’Oriente globale (Cina, Russia e alleati) e il Sud globale (il mondo in via di sviluppo). Una configurazione tripolare che mette ulteriormente alla prova la tenuta dell’ordine liberale e richiede una sua ridefinizione. «Per decenni gli Stati Uniti hanno guidato l’ordine internazionale come potenza egemonica in un mondo democratico, con l’Europa, il Giappone e altri alleati dell’Asia orientale come partner fondamentali. Generazioni di leader hanno costruito le loro aspettative sulla presenza di un’America stabile e centrale. Oggi, con Trump, questo ruolo non è più garantito, e tutti devono decidere come reagire», ha osservato.
Insomma, le domande aperte sono molte: dobbiamo aspettare che questa fase passi? Dobbiamo confrontarci direttamente con essa? Possiamo sperare che resti abbastanza dell’ordine precedente da poterlo ricostruire? Oppure dobbiamo prepararci a un nuovo sistema internazionale in cui l’Europa non può più contare sugli Stati Uniti? La recente crisi geopolitica innescata in Groenlandia ne è la conferma e solleva una domanda più ampia: «Come si gestisce un mondo in cui la persona più potente può generare crisi globali per motivazioni legate al proprio ego? È una situazione nuova, per la quale non esistono precedenti chiari», ha chiosato Ikenberry.
In chiusura, il docente di Relazioni internazionali nella Facoltà di Scienze Politiche e sociali dell’Ateneo Vittorio Emanuele Parsi, nel ruolo di discussant, ha fornito una lettura critica delle prospettive future, esprimendo dubbi sulla «resilienza» della democrazia liberale messa a dura prova soprattutto dall’evoluzione della politica interna degli Stati Uniti e dal contesto internazionale alle prese con conflitti aperti in molte aree del mondo, come la guerra in corso da quattro anni nel cuore dell’Europa.