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Intelligenza artificiale, mente e relazioni

25 maggio 2026

Intelligenza artificiale, mente e relazioni

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In Università Cattolica l’intelligenza artificiale oggi è oggetto di studio di molte discipline e in particolare giovedì 21 maggio docenti del Dipartimento di Psicologia, diretto dalla professoressa Antonella Marchetti, hanno presentato studi e ricerche realizzati in questo ambito.

La domanda alla base di tutti gli studi è relativa all’interazione tra essere umano e IA per comprenderne limiti e risorse.
Uno degli aspetti indagati riguarda la promozione della crescita cognitiva nell’uso dell’IA che smentirebbe il rischio di delegare tutto alla tecnologia. Il Humane Technology Laboratory sta indagando tre linee di ricerca, illustrate durante la presentazione da Stefania La Rocca, con l’obiettivo di progettare sistemi che potenzino l’autonomia cognitiva degli utenti nel lungo periodo. La prima riguarda il framework GRAIT (Growth Readiness in Artificial Intelligence Technologies) che spiega come i sistemi di IA tendano a ridurre velocemente l’incertezza della persona nell’esecuzione di un compito senza necessariamente comportare un aumento delle competenze. La seconda analizza da un lato la progettazione di avatar didattici come facilitatori dell’apprendimento e dall’altro la capacità degli agenti conversazionali di generare fiducia negli utenti. La terza indaga gli esiti dell’elaborazione dell’informazione tramite LLM (Large Language Model).

Nella prospettiva delle neuroscienze sociali, come descritto da Michela Balconi e Laura Angioletti, è possibile verificare come la qualità dell’interazione umana vari in funzione del grado di presenza e reciprocità sociale. Il cervello sociale umano si fonda su tre capacità fondamentali: l’inferenza delle intenzioni altrui, la regolazione socio-emotiva e la costruzione della fiducia. L’IA può essere considerata uno “pseudo-agente sociale” che comprende, apprende e ragiona, ma resta aperta la domanda se possa realmente favorire relazioni autentiche tra esseri umani o addirittura migliorare la qualità dell’interazione. Attraverso paradigmi di hyperscanning, ovvero la rilevazione simultanea di dati neuroscientifici di due o più individui, un primo filone di studi ha analizzato gli effetti neurofisiologici della digitalizzazione nei processi di e-recruiting ed e-training da cui si evince che i colloqui di selezione svolti in presenza favoriscono maggiormente engagement, attenzione focalizzata e intenzionalità condivisa rispetto ai colloqui digitalmente mediati. Lo stesso vale per l’e-training. Inoltre, l’apprendimento in presenza sembra beneficiare di una specifica predisposizione neurobiologica del cervello umano alla sintonizzazione con l’altro fisicamente presente, generando una connessione profonda che facilita insegnamento e apprendimento.

Le linee di ricerca del Centro di ricerca sulla Teoria della Mente e la Competenza Sociale nel Ciclo di Vita, presentate da Antonella Marchetti, vertono sulle relazioni tra esseri umani, IA e robot nel ciclo di vita. Il modo in cui ci relazioniamo con gli agenti artificiali non è né uniforme né statico. Cambia dall'infanzia all'età adulta, si modula in funzione delle caratteristiche fisiche e comportamentali del robot, e dipende da variabili tanto cognitive quanto relazionali, affettive e persino sensoriali. Bambini, adolescenti e adulti attribuiscono "menti" ai robot in modo differente, costruiscono fiducia secondo logiche proprie, e formulano giudizi morali che rivelano aspettative articolate nei confronti di questi nuovi interlocutori.
Di fronte ai limiti strutturali dell’IA generativa che opera esclusivamente sul piano testuale, la robotica sociale si rivela una risposta promettente per le interazioni con le persone. L'embodiment non è un accessorio ma è la condizione che rende possibile quella regolazione affettiva reciproca su cui si fonda la fiducia autentica. In ambito educativo i robot sociali potenziati dall'IA generativa si rivelano mediatori relazionali efficaci nelle classi; e in ambito assistenziale producono miglioramenti significativi nelle funzioni cognitive e sociali di anziani con e senza patologia.

Nella stessa direzione vanno gli studi presentati da Manuela Cantoia (Università degli Studi eCampus) e Nikica Polak (Università Cattolica) che hanno lavorato sulla popolazione studentesca per comprendere la relazione tra pensiero critico, AI literacy e risposte emotive. Competenze cognitive, affettive e comportamentali legate all’uso dell’AI non coincidono automaticamente con una maggiore riflessività. Tuttavia, emerge un’associazione con la dimensione etica dell’AI literacy: gli studenti con una maggiore disposizione al pensiero critico mostrano una più elevata sensibilità verso le implicazioni etiche dell'IA. Inoltre, i dati evidenziano che un uso più frequente dell'IA si associa a maggiore motivazione, autoefficacia e coinvolgimento emotivo positivo, ma non a livelli più elevati di pensiero critico. Un altro studio sulla popolazione studentesca riguarda differenti modalità di utilizzo dell’IA, esaminandone le associazioni con pensiero critico, AI literacy, metacognizione e risposte emotive. Emergono due profili di studente: quelli che tendono ad attribuire gli eventi a cause esterne e mostrano scarsa consapevolezza metacognitiva e critica, e quelli che sono invece più riflessivi, consapevoli dei propri processi cognitivi e orientati al controllo interno. Questi ultimi vivono con maggior piacere l’uso dell’IA e tendono a considerarla più rilevante.

Gli studenti universitari sono ancor più coinvolti dall’interazione e per loro ChatGPT e Claude non sono più semplici strumenti di ricerca o produttività, ma veri interlocutori con cui ragionare, confrontarsi e, a volte, cercare sostegno. Un cambiamento che va oltre la tecnologia e, ancora una volta, ridefinisce le modalità con cui costruiamo significato e sviluppiamo fiducia nei sistemi digitali. Lo rivela una ricerca con un approccio di psicologia sociale presentata da Carlo Galimberti e Ilaria Vergine che ha analizzato alcune conversazioni per comprendere come le dimensioni relazionali ed emotive influenzino l’esperienza del dialogo con l’IA. La scoperta più significativa riguarda il ruolo della cortesia e della fluidità conversazionale: questi elementi influenzano in modo determinante la percezione di affidabilità e competenza del sistema, persino quando sono presenti incongruenze logiche nelle risposte. Il dato evidenzia un paradosso cruciale: la qualità dell'interazione pesa spesso più della reale performance nel compito assegnato. Le conversazioni con i sistemi di IA, infatti, sono permeate di dinamiche socio-relazionali che producono effetti di antropomorfizzazione e co-costruzione del significato, ridisegnando il modo in cui i giovani vivono l'esperienza digitale.

Anche la psicologia della comunicazione si interroga sull’interazione con l’IA. Le linee di ricerca di PsiCom presentate da Alice Chirico mostrano che l’IA non si limita ad automatizzare processi umani, ma li riconfigura: modifica le condizioni dell’interazione, ridefinisce l’autorialità, trasforma le dinamiche dell’apprendimento e apre nuovi spazi creativi. L’IA solleva così domande centrali per la psicologia della comunicazione, dell’esperienza, dell’apprendimento e della creatività. L’IA, infatti, non è solo uno strumento tecnico ma un ambiente relazionale capace di incidere sul rapporto con sé, con gli altri e con i prodotti culturali. 

Alcuni studi dello Psychology Law and Policy Lab, illustrati da Patrizia Catellani, mostrano che l’integrazione dei modelli teorici della psicologia sociale con i modelli predittivi dell’intelligenza artificiale favorisce lo sviluppo di strategie di interazione efficaci per promuovere comportamenti coerenti con la salute, il benessere e la sostenibilità. Questa scoperta può contribuire a modificare comportamenti e abitudini che normalmente è difficile cambiare. Uno strumento sviluppato dall’Università Cattolica e dall’Università di Pavia è l’app PsyMe che testa l’efficacia di diverse strategie di comunicazione in base alle caratteristiche psicosociali e sociodemografiche dei destinatari. Questo consente di misurare l’apprezzamento dell’intervento comunicativo e di sviluppare strategie automatiche di invio di messaggi coerenti con i profili, le motivazioni e le risorse delle persone. 

Le riflessioni epistemologiche presentate da Antonella Corradini partono dall’osservazione che, grazie ai livelli avanzati di AI raggiunti, il sistema artificiale è in grado di generare capacità nuove rispetto a quelle per cui è stato addestrato.
Si parla in questo caso di capacità emergenti, richiamando il concetto di emergenza utilizzato in contesti filosofici e scientifici altri rispetto agli studi sull’IA. Riprendendo la distinzione tra emergenza forte ed emergenza debole e illustrando alcuni esempi di emergenza (capacità inattesa sulla base del puro addestramento dell’IA stessa), si conclude che i fenomeni di emergenza nell’AI costituiscono in realtà fenomeni di emergenza debole, riconducibili a leggi di tipo informazionale.
 

Un articolo di

Emanuela Gazzotti

Emanuela Gazzotti

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