Che cosa accade quando scopriamo che un testo che ci ha colpito o un’immagine che abbiamo apprezzato sono stati creati da un’intelligenza artificiale? Semplicemente, cominciano a piacerci meno.
È il risultato principale dello studio The Invisible Signature: Top-Down Bias in Aesthetic Evaluation of Visual and Textual AI-generated Art pubblicato in Computers in Human Behavior Reports. Questo studio, che nasce nell’ambito del CeRiToM – Centro di Ricerca sulla Teoria della Mente e sulla Competenza Sociale nel Ciclo di Vita dell’Università Cattolica, diretto da Antonella Marchetti – e che vede come autori Cinzia Di Dio, Federico Manzi, Giulia Peretti, Federico Longoni, Davide Massaro, Gabriella Gilli e Antonella Marchetti - e realizzato con il contributo di Vittorio Gallese dell’Università di Parma.
Un incontro tra prospettive diverse, dalla psicologia della cognizione sociale allo studio dell’esperienza estetica, intorno a una domanda che diventa sempre più attuale: che cosa capita al nostro giudizio quando, nel territorio dell’arte, entra in scena l’intelligenza artificiale?
Nello studio, a 121 adulti italiani sono stati presentati testi in prosa generati con ChatGPT e immagini create con DALL-E. In un primo momento le opere venivano valutate senza alcuna informazione sulla loro origine; successivamente erano accompagnate dall’indicazione di una origine umana oppure artificiale. A insaputa dei partecipanti, tuttavia, le opere erano state tutte generate dall’intelligenza artificiale. La provenienza rimaneva quindi la stessa. Cambiava soltanto l’attribuzione dell’origine.
È bastato questo per farci vivere le stesse opere in modo diverso: con la firma dell’intelligenza artificiale l’apprezzamento diminuiva, mentre con quella umana rimaneva sostanzialmente stabile. La “firma” AI agiva quindi orientando il modo di guardare o leggere l’opera.
Il dato diventa ancora più interessante guardando anche a cosa veniva valutato: estetica, emozione e originalità. La maggiore sensibilità all’informazione sull’autore emergeva proprio nei giudizi più direttamente estetici: il piacere personale e la bellezza attribuita all’opera. L’originalità, invece, risultava relativamente più stabile. Possiamo quindi riconoscere qualcosa come originale o ben costruito e, allo stesso tempo, apprezzarlo meno dal punto di vista estetico quando scopriamo che dietro non c’è una persona. Come se, nel giudizio estetico, cercassimo anche qualcosa che nell’opera non si vede: un’intenzione, uno sforzo, un punto di vista, una mente, delle emozioni. Una storia di significati che sappiano parlare a tutti noi.
La questione, allora, supera di molto la domanda se l’AI sia o meno capace di produrre una bella immagine o un buon testo. Le tecnologie generative mostrano ormai di saper creare oggetti sufficientemente sofisticati da rendere quella domanda, da sola, poco interessante.
Il punto diventa un altro: siamo disposti ad attribuire lo stesso valore a un’opera quando, dietro di essa, non riconosciamo un’intenzione creativa umana? E, ancora più in profondità, siamo pronti a cedere alle macchine una capacità che per secoli abbiamo considerato una delle espressioni più intime della nostra umanità? I risultati suggeriscono che l’esperienza estetica continua a essere profondamente legata all’idea di una relazione. Davanti a un’opera non incontriamo soltanto forme, colori o parole. Cerchiamo, forse, anche qualcuno dall’altra parte.
Ecco perché, almeno simbolicamente, l’arte non si tocca. O forse si può toccare. Ma farlo significa toccare, insieme all’arte, anche una delle idee attraverso cui continuiamo a definire ciò che consideriamo profondamente umano.