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La centralità democristiana tra storia e attualità

10 marzo 2026

La centralità democristiana tra storia e attualità

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Il volume “Cronache della centralità democristiana (1960-1980)” di Enrico De Mita, ripubblicato da Rubbettino non intende soltanto effettuare una ricostruzione storica, ma un’analisi che intreccia metodo politico e metodo istituzionale, restituendo la complessità della Prima Repubblica attraverso la lente di chi ne è stato protagonista. L’autore, infatti, studente del Collegio Augustinianum (come il fratello Ciriaco) laureatosi presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato qui docente di Scienza delle Finanze e Diritto finanziario e ha partecipato all’attività politica della Democrazia Cristiana come consigliere nella Regione Lombardia per quattro legislature e capogruppo, collaborando alla elaborazione dello Statuto, del Regolamento e delle leggi fondamentali dell’ordinamento regionale. De Mita osserva la Dc dall’interno, con severità e lucidità, indagandone strategie, correnti, scelte di governo e tensioni ideali, in anni segnati da profondi mutamenti sociali ed economici quando il partito rappresentava il fulcro del sistema politico nazionale.

Il libro, che raccoglie articoli, saggi e interventi dedicati a un ventennio decisivo della storia politica italiana, è stato presentato giovedì 26 febbraio in Università Cattolica. A presiedere e moderare la presentazione è stato Domenico Delli Gatti, docente di Economia politica e nipote di Enrico De Mita. Nella sua introduzione ha richiamato il clima familiare dell’incontro, segnato dalla presenza di diversi parenti, e ha ricordato lo zio «come uomo di grande rigore logico, laicità di ragionamento e apertura mentale: anche in famiglia esercitava una sorta di maieutica, aiutando i nipoti a maturare decisioni autonome, senza imporre soluzioni».

A introdurre il volume è stato Giuseppe De Mita, avvocato, anch’egli nipote dell’autore. Il libro – ha spiegato – nasceva inizialmente come pubblicazione privata, destinata agli amici. Tuttavia, la limpidezza del pensiero e la qualità delle analisi lo rendono straordinariamente attuale. «È un libro scritto “da dentro” la Dc e nel momento stesso in cui gli eventi accadevano, ma capace di fissare principi che superano la contingenza. In quegli anni di centralità democristiana, la rappresentanza politica non coincideva con la frenesia del consenso ma significava comprendere la realtà, interpretarla e orientarla».

Lo storico dell’Università Cattolica Agostino Giovagnoli ha offerto una riflessione ampia sul significato storico della Democrazia Cristiana. Ricordando con amicizia le passeggiate serali nei chiostri dell’Ateneo, occasione di dialoghi stimolanti con De Mita, ha sottolineato come la Dc sia stata un partito difficilmente spiegabile con i modelli politologici tradizionali.

Secondo Giovagnoli, «senza la Dc l’Italia del secondo dopoguerra sarebbe stata esposta a tensioni esplosive tra fascismo e comunismo, con il rischio di un Paese ingovernabile. Il ruolo della Democrazia Cristiana fu quello di far maturare la società italiana e di costruire pluralismo». La Dc aveva un imprescindibile risvolto sociale: era un corpo intermedio radicato nella società, consapevole che la democrazia non si regge solo sugli individui ma necessita di profonde radici sociali.

Richiamando il tema dell’equilibrio istituzionale, Giovagnoli ha osservato che un rafforzamento dell’esecutivo può produrre decisioni rapide e forti, ma rischia derive autoritarie. La democrazia, invece, è “lentocrazia”: tempo di confronto, condivisione delle scelte, composizione dei conflitti. In questo senso si può parlare di una Dc “oltre la fine del partito”, come metodo e cultura politica che ancora interrogano.

Nel suo intervento Mario Mauro, già parlamentare e ministro, ha ricordato gli anni di studio all’Università Cattolica e al Collegio Augustinianum, dove ebbe modo di conoscere De Mita che vi teneva lezioni di approfondimento. «Non si tratta – ha affermato – di rimpiangere la Dc come partito, ma di riscoprire una concezione della politica come vocazione: chiedersi cosa possiamo fare perché il mondo vada meglio». La centralità democristiana non era la centralità di un partito di potere, ma il riconoscimento delle ragioni dell’altro. Oggi, di fronte a un’astensione che coinvolge circa il 60% degli italiani – non cinici ma smarriti – emerge il bisogno di una guida, di una proposta capace di orientare. A chi oggi si avvicina alla politica, Mauro ha rivolto un invito: coltivare una visione alta, capace di far crescere qualcosa di buono e duraturo.

Angelino Alfano, presidente della Fondazione De Gasperi, ha intrecciato riflessione pubblica e memoria personale. Iscritto e laureato in Cattolica, ha ricordato come la lettura di un libro di Ciriaco De Mita lo abbia avvicinato alla figura dello statista di Nusco, formatosi anch’egli in Cattolica come espressione della classe dirigente cattolica. Alfano, quindi, ha rievocato il giurista Enrico De Mita, uomo di Stato e delle regole, capace di mantenere uno sguardo sistemico su ogni questione giuridica. Non un tecnico per addetti ai lavori, ma un interprete del diritto come scrigno per comprendere lo Stato. Dotato di profonda autonomia intellettuale, non fu mai “il fratello di qualcuno”, ma una personalità pienamente autonoma. «La politica democristiana – ha sottolineato – era cultura della sintesi e non della frattura: non negava le ragioni delle contrapposizioni sociali, ma cercava di comporle senza alimentare il conflitto». La centralità della Dc non era un dato numerico né una rendita di posizione, ma il risultato di una postura storica fondata su realismo e tensione ideale. Da qui sono scaturiti tratti identitari che hanno segnato il Paese: centralità della persona, responsabilità, europeismo capace di valorizzare le patrie nazionali, contributo decisivo al boom economico e al ruolo internazionale dell’Italia. 

A chiudere è stato Lorenzo Dellai, protagonista della vita istituzionale trentina dagli anni Novanta. Con legittimo orgoglio di appartenenza, ha richiamato l’insistenza del libro sulla “filiera democratica”: dalla società ai partiti, dai partiti alle istituzioni. «Oggi - ha osservato - si parla di opinione pubblica, ma si registra al contempo una crescente disaffezione al voto. Cosa scriverebbe De Mita di fronte a questa frattura? Costante, nel suo pensiero, era il riferimento alla Costituzione e alla sua attuazione. Una Carta che oggi rischia di essere ridotta a “regolamento di condominio”, anziché vissuta come fondamento di una comunità democratica».

La presenza dell’ispirazione cristiana in politica non significava egemonia confessionale, ma responsabilità storica. La centralità democristiana non era equidistanza tra destra e sinistra, bensì capacità di tenere insieme “anime” – non semplici correnti – in un progetto comune. Dalla discussione è emersa l’idea che la centralità democristiana non appartenga solo alla storia, ma rappresenti un metodo politico fondato su radicamento sociale, cultura istituzionale e capacità di sintesi. Non nostalgia, ma interrogativo aperto: come ricostruire oggi una centralità capace di unire, orientare e far maturare la democrazia italiana?

Il volume di Enrico De Mita offre strumenti per affrontare questa domanda, restituendo alla memoria storica la sua funzione più alta: illuminare il presente e provocare responsabilità per il futuro.

Un articolo di

Agostino Picicco

Agostino Picicco

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