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La dimensione missionaria di Leone XIV tra eredità agostiniana e pellegrinaggio africano

07 maggio 2026

La dimensione missionaria di Leone XIV tra eredità agostiniana e pellegrinaggio africano

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C’è un’immagine che dice più di molte parole: un Papa agostiniano che cammina tra le rovine di Ippona – la città dove Agostino fu vescovo e morì – e si ferma in silenzio davanti alle fondamenta della cattedrale in cui il suo padre spirituale predicava. Non è un gesto biografico: è una teologia che attraversa l’intero primo anno del pontificato di Leone XIV, segnato fin dall’inizio da una scelta precisa: fare di Agostino la grammatica operativa della missione.

Appena due settimane dopo l’elezione, il Papa si è presentato all’assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie affermando: «È nella Trinità che tutte le cose trovano unità. Questa dimensione della vita e della missione cristiana mi sta a cuore e si riflette nelle parole di Sant’Agostino che ho scelto per il mio servizio episcopale e ora per il mio ministero papale: In Illo uno unum. Cristo è il nostro Salvatore e in lui siamo uno, una famiglia di Dio, al di là della ricca varietà di lingue, culture ed esperienze».

Il riferimento è alla teologia del totus Christus – il Cristo integrale, Capo e corpo – per cui l’unità dei credenti è un’ontologia teologica, fondata nella partecipazione al Verbo che è egli stesso l’unum del Padre. La missione, in questa prospettiva, è la partecipazione della Chiesa al movimento di amore intratrinitario che si riversa nella storia.

Uno degli assi portanti del magistero missionario di Papa Prevost è la netta dissociazione tra evangelizzazione e logiche di potere. La missione deve essere «cristocentrica e kerigmatica», nascere da «un incontro con Cristo capace di trasformare la vita» e diffondersi «per attrazione più che per conquista».

Si sente l’eco della critica agostiniana della cupiditas dominandi – la brama di dominio che Agostino individua come principio corruttore delle istituzioni umane. Leone XIV traspone la dialettica tra civitas terrena e civitas Dei sul piano missionario: una Chiesa che evangelizza per conquista o per espansione istituzionale tradisce la caritas ordinata che è il solo principio autentico di missione.

Fin da subito Leone XIV aveva dichiarato di volersi recare in Africa “a cominciare dall’Algeria, terra di Sant’Agostino”. Il peregrinus agostiniano – il cristiano che non ha patria in nessuna terra e proprio per questo può abitare ogni terra con libertà – si è fatto itinerario concreto.

Il viaggio africano è stato segnato da una costante attenzione ai “luoghi di soglia” – gli spazi dove l’umanità è più vulnerabile. In Guinea Equatoriale Leone XIV ha visitato il carcere di Bata, in Angola ha pregato al Santuario mariano di Mama Muxima, in Camerun ha incontrato il mondo universitario dell’Università Cattolica dell’Africa Centrale. Questa attenzione rispecchia la teologia agostiniana della misericordia come movimento verso la miseria altrui – riconoscimento di quel cor comune che lega tutti nell’unico Adamo redento da Cristo.

Il viaggio ha avuto anche una dimensione profetica di marcata valenza politica. In Camerun Leone XIV ha nominato senza reticenze i “grandi bisogni dell’intero continente”: la distribuzione iniqua delle ricchezze, la corruzione endemica, le logiche neo-coloniali. Nel bilancio conclusivo ha definito l’intero viaggio “un messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale”.

Il richiamo implicito al De civitate Dei è potente: Agostino smonta, punto per punto, la mitologia imperiale romana che confonde la pax romana con la pace autentica. La vera pax è tranquillitas ordinis, un ordine fondato sulla giustizia, non sulla forza.

Tornare alle origini geografiche di Agostino significa riconoscere che la missione non procede dal centro verso la periferia, ma dal cuore – quel cor inquietum che Agostino pone all’inizio delle Confessioni – verso tutti i cuori che cercano la medesima quiete. Il viaggio africano ha dato corpo, itinerario e volto concreto a quella parola: il movimento di un cuore che, tornando alle sorgenti, non smette mai di cercare.
 

Un articolo di

Paola Muller

Paola Muller

Docente di Storia della Filosofia medievale - Università Cattolica

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