La distruttività umana e la guerra non sono un destino. Parola di Erich Fromm, il grande psicologo, psicanalista e filosofo di origine tedesca, autore di opere molto famose anche tra il grande pubblico, di cui è stato ripubblicato recentemente “Anatomia della distruttività umana” (Mimesis 2026), un lavoro meno noto ma che rappresenta una delle opere più significative del nostro tempo. Un libro che ha superato il traguardo dei cinquant'anni ed è stato riproposto e curato dalla professoressa Livia Cadei, che lo ha adottato per il suo corso di Pedagogia nella Facoltà di Psicologia, e ha organizzato una presentazione nell’ambito del pre-Festival della Pace del Comune di Brescia lo scorso 22 ottobre nel Palazzo Martinengo delle Palle di via San Martino 18.
«Il più ambizioso dei libri di Fromm», come lo ha definito nel suo intervento il filosofo della politica Damiano Palano, direttore dell’Aseri e del Dipartimento di Scienze politiche, all’inizio degli anni ’70 si oppone alla teoria di Konrad Lorenz, secondo cui la violenza è il risultato della nostra storia evolutiva, senza la quale l’essere umano non sarebbe riuscito a sopravvivere. La battaglia di Fromm è contro tutte le teorie che deresponsabilizzano l’uomo nei confronti della violenza e delegittimano qualsiasi responsabilità politica dei conflitti di quegli anni, come le proteste studentesche. Un discorso che, cambiando completamente scenario, si attaglia alle domande preoccupate che hanno fatto emergere le violenze di centinaia di minorenni, che hanno sfasciato il centro storico di alcune città nei giorni scorsi.
Un tema che ha toccato anche la professoressa Cadei, ripercorrendo il pensiero di Fromm: «Se la violenza è nella nostra natura, allora nessuno ne è responsabile, siamo solo animali». Nei processi di alienazione della società di massa, come nella produzione industriale, e nel proliferare dell’indifferenza, terreno in cui la tensione a distruggere viene coltivata, «non esiste limite alla distruttività, perché nella concatenazione del processo, nessuno è realmente responsabile: ogni anello della catena fa la sua parte, ma nessuno risponde dell’insieme».
Il professor Palano, citando i due tipi di aggressività suggeriti da Fromm, “benigna” e “maligna”, la prima buona perché difensiva, la seconda negativa, ha spiegato che quest’ultima è una combinazione tra narcisismo e desiderio di distruggere. Una tendenza che oggi si presenta come narcisismo di massa, che ha come conseguenza l’isolamento psicologico, alla base del meccanismo dei social media, e la polarizzazione tra l’io e gli altri. «Su questo, la grande domanda che Fromm ci lascia è trovare un terreno intermedio tra i due poli, in cui la contrapposizione possa avvenire senza violenza, odio, demonizzazione dell’avversario».
Tutto il lavoro di Fromm, d’altra parte, è una dimostrazione che esistono nell’essere umano tensioni positive e non solo distruttive, come spiega bene la contrapposizione tra “biofilia” e “necrofilia”, dove la prima è un comportamento morale che porta a costruire e non trattenere per sé e la seconda è una deviazione. Da questa dicotomia emerge una possibilità di futuro, che si apre all’amore per la vita e alla creatività. È la forte valenza educativa del libro, la sua «pedagogia implicita»: «Educare alla pace significa non arrendersi alla violenza anche quando è procedurale» spiega la professoressa Cadei. È un rifiuto del fatalismo, dell’indifferenza e della violenza. Quella che il professor Domenico Simeone, preside della Facoltà di Scienze della formazione, ha chiamato «pedagogia della libertà e della responsabilità», che sfocia, parafrasando Fromm, in una «pedagogia della creatività».