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Le guerre? Non si vincono, si pareggiano

02 novembre 2026

Le guerre? Non si vincono, si pareggiano

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«Dal 1815 il 70% delle guerre sono finite senza un chiaro vincitore». Raul Caruso, docente di Economia della pace alla Cattolica, ha aperto così il suo intervento al convegno Pensare la pace: comprendere il presente, costruire il futuro, martedì mattina nell’Aula Magna del campus di Santa Monica, a Cremona. «Il problema», ha aggiunto, «è che i governanti se ne accorgono tardi, quando hanno già inflitto danni alle popolazioni, al vivere sociale, all’economia». In sala oltre duecento tra universitari e studenti delle superiori, nell’ambito del Giro d’Italia della Pace 2026 promosso dal Comune di Cremona, con la lampada di Assisi accesa da due allievi dell’istituto Ghisleri.

Ad aprire i lavori è stata la vicepreside di Economia e Giurisprudenza Laura Zoni, che ha richiamato le parole della Rettrice Elena Beccalli sulle università come «spazi in cui promuovere il dialogo, l’incontro e la ricerca di sintesi tra posizioni anche molto distanti», chiamate a educare i giovani ai valori della pace con «un dialogo franco e leale anche con le posizioni più lontane dalle nostre». A Cremona, ha aggiunto, questo ruolo ha basi concrete: «La nostra Facoltà dialoga con 147 Partner in 33 Paesi nel mondo; i nostri studenti muovendosi in pace e sapientemente in questo spazio comune, comprendono che le diversità uniscono e non dividono».

L’assessora Marina Della Giovanna ha legato l’iniziativa agli ottant’anni della Repubblica e agli ottocento dalla morte di san Francesco. Poi il giornalista del Post Rodolfo Toè ha guidato il dibattito con Caruso, la giurista Mariangela La Manna e Marco Mascia, docente di relazioni internazionali a Padova.

Fermare la guerra basta per fare la pace? No, è la risposta su cui convengono i tre studiosi. «La pace implica la presenza di livelli minimi di dignità umana», ha spiegato La Manna: vita, salute, ambiente, diritti civili. Quanto a Gaza, qualificare le condotte israeliane come genocidio (dove conta l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale, non il numero delle vittime) anziché come crimine contro l’umanità o come crimine di guerra, cambia poco sul piano pratico, perché le condotte materiali sono analoghe e gravissime a prescindere dalla categoria giuridica. Parlare di genocidio avrebbe più impatto in termini culturali e simbolici «Si romperebbe un tabù», ha detto la professoressa, per il peso di una parola legata prevalentemente alla Shoah.

Sulla guerra che coinvolge l’Iran e sul blocco dello stretto, Caruso ha ricordato che l’arma economica è sempre stata usata, ma raramente ha centrato l’obiettivo: lo dimostra la storia delle sanzioni, dalla Serbia in poi. Caruso ha insistito: circa il 70% dei conflitti si chiude con un accordo dopo lo stallo. Nemmeno una superiorità militare schiacciante basta, «aumenta solo le sofferenze». E sull’Ucraina, «a che sono serviti ottantamila morti? La situazione non si è spostata di una virgola rispetto a quattro anni fa».

Il riarmo funziona solo in due casi, ha spiegato l’economista: armi così scarse da essere inutili, o un arsenale così superiore che nessuno ha interesse ad attaccare. Oggi l’intelligenza artificiale applicata alle armi ha accelerato la tendenza alla guerra tipica delle epoche di grande evoluzione tecnologica. Ma il punto, per l’Europa, non è tanto legato al riarmo, ma è la credibilità, fatta di cooperazione, dialogo e buona politica: «Non siamo credibili, né nella pace né nella guerra».

Rispondendo alla sollecitazione sul riarmo, Mascia ha portato i numeri della spesa militare 2025: mille miliardi gli Stati Uniti, ottocento l’Europa, centonovanta la Russia. «Di chi dobbiamo avere paura?». A riarmarsi di più, ha notato, sono Germania e Giappone. Anche la Nato riconosce che l’Europa non ha un problema di armi ma “di spirito”». e sull’Ucraina, aggiunge «dopo cinque anni, la guerra non è più territoriale ma ideologica, e porta in un tunnel senza uscita: se si sta con gli ucraini, bisogna fermarla subito».

Il diritto internazionale, ha assicurato La Manna, «sta benissimo»: è inattuato perché manca la volontà politica degli Stati, che dopo la stagione fertile degli anni Novanta si sono ripiegati sui propri interessi. Per Mascia l’Onu non ferma i conflitti né a Gaza né a Kiev perché nessuno dei 193 membri gli ha dato gli strumenti, «e ai mandati d’arresto contro Putin e Netanyahu non corrisponde alcuna polizia internazionale. L’Europa, che chiede rispetto del diritto, non condanna Gaza né gli attacchi americani a Venezuela ed Iran: così perde credibilità».

Caruso ha ribadito amaramente «A cosa sono serviti e a cosa serviranno i morti della guerra balcaniche, di Gaza o di Kiev? A nulla, le guerre non risolvono i problemi». Ma suggerisce anche una possibile via d’uscita «La pace si fa attraverso un percorso che parte dal riconoscimento e dallo studio delle cause ampie dei conflitti armati. E poi attraverso il dialogo a tutti i livelli: macro tra Stati, meso fra Istituzioni e micro, nella società». E conclude l’Unione Europea nacque per fare pace tra Paesi che si erano combattuti per secoli; ora esprimiamo un attendismo eccessivo. Se non si trova un accordo tra 193 Stati, si può ripartire da blocchi regionali più piccoli. I segnali di speranza ci sono, è da lì che bisogna ripartire».

Un articolo di

Sabrina Cliti

Sabrina Cliti

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