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"Mí vegni de luntan": la poetica di Franco Loi

09 aprile 2021

"Mí vegni de luntan": la poetica di Franco Loi

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"Quando muore un poeta / al mondo c’è meno luce, / per vedere le cose". Così ha inizio una poesia di Alda Merini. È davvero così? Quando vengono a mancare coloro che sono riconosciuti come i “grandi”, non solo in campo letterario, la prima, forse l’immediata sensazione è una sospensione sorda che fa trattenere il respiro, proprio come accade alla terra che rimane “attonita” nel Cinque maggio manzoniano. Un silenzio necessario ad assorbire l’urto. Poi prende campo la parola.

Lo abbiamo visto in questo freddo gennaio nelle molte testimonianze e nei molti ricordi che per Franco Loi sono comparsi sui quotidiani nazionali, così come nelle tante pagine on-line che si occupano di poesia e di letteratura ad opera di professionisti del settore ma anche di semplici appassionati. Un tributo che ha avuto un forte riscontro mediatico, che sembrerebbe quasi inusitato per un letterato, figuriamoci per un poeta.

Le ragioni che hanno prodotto questa vasta eco sono senz’altro numerose. Anzitutto, c’è stato il doveroso saluto, ma non per questo meno sentito, a un protagonista della letteratura degli ultimi settant’anni, capace come pochi di ascoltare il mondo e di dire l’uomo. Ma c’è stato anche dell’altro. Molti hanno sentito la necessità di prendere la parola, forse perché parlare "di" Franco Loi è ancora come parlare "a" Franco Loi, continuare cioè un dialogo che si è interrotto, prolungandolo oltre la soglia dell’inevitabile assenza.

Questo motivo del dialogo – e quello della voce, così intimamente connessi – è un tratto significativo non solo del poeta Loi, ma dell’uomo. È un dato che è stato ricordato da molti, tra cui Mariangela Gualtieri e Umberto Piersanti nel blog curato da Luigia Sorrentino per RaiNews, e Giuseppe Lupo nell’articolo scritto per l’inserto culturale del “Sole 24 Ore” di domenica 10 gennaio. L’ascolto dell’altro era per Loi fondamento necessario di ogni incontro. Si poneva con l’arrendevolezza della più bendisposta accoglienza, lasciando che il dialogo scorresse via naturale, semplice, in una parola: amichevole. Fermo tuttavia nelle sue posizioni, non soverchiava mai l’opinione altrui.

In questa sua apertura al dialogo si manifestava la sua costante premura per l’altro. Questo talento speciale ha permesso a Loi di incontrare decine, centinaia di persone, giovani e meno giovani, desiderosi di conoscerlo, di ascoltarlo, di confrontarsi con lui. Potremmo raccontare di generazioni di studenti universitari, già negli anni Ottanta, che facevano la spola da Pavia a Milano per leggere insieme a lui alcune sue poesie; di gruppi di appassionati che lo invitavano a letture di poesie, alle quali rispondeva con gioia; di lettori che riempivano i teatri o le sale quando era annunciata la sua presenza; di lunghe chiacchierate attorno al tavolo rotondo del soggiorno nella casa di via Misurata. In questo modo Franco Loi è stato non solo poeta, ma anche grande ambasciatore della poesia e della letteratura.

 Di più: è stato, soprattutto negli ultimi trent’anni, il punto di connessione tra le generazioni, capace come pochi di annodare i fili tra il tutto sommato recente passato del secondo Novecento e il nuovo millennio. Tutto questo egli ha operato non solo riducendo le distanze anagrafiche, ma anche abbattendo gli sbarramenti e i risvolti “sacerdotali” che rendono, nell’immaginario comune, il poeta una persona distante, aristocratica, lontana dalla vita quotidiana e dalla cronaca. Nulla di più diverso da ciò che fu Loi: anzi, semplicemente Franco. Così era per gli amici di sempre, così era per i giovani che lo avvicinavano. E molto intesa è stata anche la sua attività nelle scuole, dove si recava con entusiasmo non per leggere i suoi testi, ma per avvicinare la poesia ai giovani, dichiarando loro con molta semplicità cosa essa sia e da dove nasca. Sono fatti che molto probabilmente non verranno consegnati agli annali della letteratura, ma questo, anche questo è stato l’uomo Franco Loi.

Lo stesso uomo che con grande generosità ha voluto, assieme alla moglie Silvana Corti, donare alla Biblioteca dell’Università Cattolica i libri e le carte di una vita, oggi oggetto di studi e di tesi di laurea. Gli oltre 2.000 volumi catalogati nel Fondo Loi sono da oggi disponibili alla consultazione e ricercabili grazie all'apposita sezione del Catalogo d’Ateneo, in occasione di quello che sarebbe stato il suo novantunesimo compleanno. Qui trovano spazio non solo le opere di Loi, ma anche i numerosi libri da lui letti, spesso ricchi di annotazioni personali e dediche speciali.

“Quando muore un poeta / gli uccelli hanno una traiettoria in meno / tra quelle possibili, / e non se ne accorgono” scriveva ancora Alda Merini. E, chissà, forse è vero. Ci sembra però che Franco Loi abbia saputo mostrare le infinite traiettorie possibili attraverso l’aria e il vento che amava così tanto, così come nel respiro più profondo dell’anima:

Forsi û tremâ cume de giass fa i stèll,
no per el frègg, no per la pagüra,
no del dulur, legriâss o la speransa,
ma de quel nient che passa per i ciel
e fiada sü la tèra che rengrassia…

(da: L’aria)

no per il freddo, no per la paura,
no del dolore, del rallegrarsi o per la speranza,
ma di quel niente che passa per i cieli
e fiata sulla terra che ringrazia...


Articolo pubblicato il 28 gennaio 2021 su Cattolica Library

Foto gentilmente concessa da Silvana Loi e conservata presso la Biblioteca dell'Università Cattolica (Fondo Franco Loi)

Un articolo di

Paolo Senna

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