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Rompere le barriere, costruire il futuro. La violenza pubblica contro le donne

29 marzo 2024

Rompere le barriere, costruire il futuro. La violenza pubblica contro le donne

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C'è un gomitolo di cinture nere, da uomo, in bronzo. Sono tutte identiche, e ce n’è un’altra che avvolge una delle quattro gambe della credenza sulla quale è poggiato il groviglio. L’artista veneziana Monica Bonvicini nel 2019 ha pensato così Home Is Where You Leave Your Belt. L’opera è composta da una credenza Thonet B 108 intrisa di Bauhaus, ideata tra il 1930 e il 1931 dall’ebanista Michael Thonet. Sul piano di leggero acciaio curvato, Bonvicini ha poggiato un grande e pesante gomitolo di cinture. Evoca un gran numero di uomini che, rientrati a casa dopo il lavoro, si sono tolti i pantaloni. E suggerisce uno stato di predominio maschile, e di possibili soprusi e violenze.

Sui grandi schermi della Sala Negri da Oleggio sembra quasi di poterla toccare, l’opera di Monica Bonvicini, che è stata scelta come icona dell’incontro “Rompere le barriere, costruire il futuro: una riflessione sulla violenza pubblica contro le donne”. Dignità della persona, protezione della fragilità, educazione e cultura sono le parole chiave. La prima passa inevitabilmente per «la valorizzazione e la non negazione delle differenze», spiega Raffaella Iafrate, Prorettrice e Delegata del Rettore alle Pari Opportunità. La seconda si impernia sulla «costruzione di progetti che possano prendersi cura di tutte le forme di fragilità». Educazione e cultura, invece, sono «i primi elementi su cui lavorare», perché «le prime derive culturali vedono al centro le persone più fragili». 

Proprio per questo l’Università Cattolica collabora con l’Associazione Genesi su questo progetto, perché «parte dalla convinzione che l’arte contemporanea possa rappresentare un ruolo di ambasciatore dei diritti umani». In questa edizione, prosegue la Prorettrice, il filo rosso è «il focus sulla condizione femminile nel mondo». Non c’è solo la «volenza fisica», ma anche la «violenza assistita», che è «intergenerazionale e subdola» perché è basata sul pregiudizio, c’è il «gender pay gap» e il «soffitto di cristallo». C’è poi un modello che impedisce «la conciliazione tra lavoro e famiglia», e contribuisce al «permanere di stereotipi di genere». 

 

«Genesi ha costituito la prima collezione di arte contemporanea in Italia che mette al centro le tematiche sociali più urgenti» spiega Ilaria Bernardi, curatrice del “Progetto Genesi. Arte e Diritti umani” fortemente voluto dall’associazione presieduta da Letizia Moratti. «A partire dallo scorso novembre, dopo l’uccisione di Mahsa Amini in Iran e di Giulia Cecchettin in Veneto, abbiamo scelto di dedicarci al tema della violenza pubblica contro le donne. Ogni mostra diventa l’occasione per creare momenti di riflessione, perché la nostra missione è prima di tutto educativa». 

«Potrebbe sembrare complicato parlare di violenza pubblica perché in Italia le donne non sono costrette a portare il velo, a non studiare, a vivere come vivono le donne in Afghanistan o in Iran. Come si manifesta quindi questa violenza?» si chiede Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice de La Stampa. «Fortunatamente i nostri valori di riferimento negli ultimi anni sono cambiati. Il fatto stesso che si debba spiegare cosa abbia significato per troppo tempo una cintura significa che sono stati fatti passi avanti. Ma la violenza domestica c’è in tutti i luoghi». Le donne sono più brave a scuola, eppure il fatto che mediamente guadagnino meno degli uomini è «una forma di violenza», dice la giornalista. Come lo è «dover scegliere tra la famiglia e il lavoro». Senza contare «l’odio online, che è in crescita» contro le donne che prendono parola. Sui social media «l’onda d’odio» non colpisce mai il concetto che una donna esprime, ma la persona stessa. 

«La complessità del linguaggio artistico è potente» commenta Claudia Manzi, ordinaria di Psicologia sociale. «A seguito dell’uccisione di Giulia Cecchettin ho fatto un esperimento con i miei studenti, e ho potuto notare come la loro sensibilità al tema sia cambiata dopo aver guardato C'è ancora domani, il primo film con la regia di Paola Cortellesi». Allo stesso modo, una ricerca che ha recentemente condotto all’Università Cattolica ha dimostrato che «il gender pay gap funziona su due leve, quella discriminatoria e quella della paura, da parte delle stesse donne, di affrontare certi temi».

L’Università Cattolica è stato «il primo ateneo italiano a proporre un corso di Psicologia della violenza di genere» sottolinea Luca Milani, ordinario di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione e autore, insieme a Serena Grumi, di "Psicologia della violenza di genere" (Vita e Pensiero, 2023), il primo manuale universitario che affronta scientificamente il fenomeno dal punto di vista psicologico. «A inizio marzo sono stati già commessi trenta femminicidi dall’inizio dell’anno» chiosa Milani. «Viene uccisa una donna ogni tre giorni: ogni anno inizio il corso con questo dato, che non aumenta e non diminuisce». «Credo che un ateneo debba farsi carico di queste questioni a livello culturale» conclude la professoressa Iafrate. «Sono stati potenziati gli organismi ed è stata costituita una task force sulle Pari Opportunità». 

Un articolo di

Francesco Berlucchi

Francesco Berlucchi

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