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Incontri da Festival
I direttori e le direttrici delle grandi rassegne cinematografiche si raccontano in Cattolica. Apertura con Alberto Barbera, da oltre vent’anni alla guida della Mostra di Venezia
| Marco Giorgini
01 aprile 2026
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Cinema e apparati militari condividono una matrice comune: il controllo della percezione.
È questo il tema di un ciclo di lezione aperte che i docenti del DAMS hanno offerto alla programmazione di MoCa - Centro per le Nuove Culture, un incubatore di progetti innovativi nel campo dell'arte, cultura e creatività contemporanea a Brescia.
Il percorso è stato introdotto all'interno di una lezione di Storia del cinema che ha attraversato i fondamenti storici di questo rapporto paradossale e ambiguo, a partire dai primi esperimenti di pre-cinema di Étienne-Jules Marey con il “fucile cronofotografico”, uno strumento concepito per analizzare il movimento, ma strutturalmente simile a un’arma, capace di “colpire” la realtà con una sequenza di immagini.
Allo stesso modo, le ricerche di Ernst Mach sulla fotografia dei proiettili rendono visibile ciò che sfugge all’occhio umano: la traiettoria, l’impatto, la velocità. La visione si trasforma così in uno strumento di conoscenza operativa, fondamentale per lo sviluppo della balistica e delle tecnologie belliche.
Con la nascita della propaganda, durante la Prima guerra mondiale, il cinema diventa un apparato centralizzato, integrato nelle strategie di comunicazione degli Stati e impiegato largamente nella ricognizione e mappatura aerea dei campi di combattimento.
Nel secondo conflitto, film come la serie Why We Fight (1942) mostrano chiaramente come il linguaggio cinematografico venga utilizzato per costruire una narrazione del conflitto: selezione delle immagini, montaggio, uso della grafica e della voce narrante contribuiscono a definire il nemico e a mobilitare le masse.
Con l’evoluzione tecnologica del secondo Novecento, il rapporto tra immagini e guerra cambia ulteriormente: la distanza tra rappresentazione e operatività si riduce fino quasi a scomparire.
Le due lezioni successive sono dedicate alla contemporaneità, laddove, se il cinema classico mediava il conflitto attraverso la narrazione, i nuovi media tendono a operare in tempo reale.
La lezione del professor Giancarlo Grossi, ricercatore e docente di Semiotica dell’audiovisivo, ha indagato i nessi tra la realtà virtuale e i traumi del presente che ci impongono uno stato di immersione costante nel conflitto.
Lo schermo non è più soltanto uno spazio di rappresentazione, ma un vero e proprio ambiente operativo. Le immagini non raccontano la guerra: la guidano, la simulano, la anticipano.
Al contempo, nel nuovo panorama mediale si aprono prospettive inedite e forse insperate: la professoressa Alice Cati, docente associato di Linguaggi dell’audiovisivo, ha proposto una riflessione sullo statuto dell’immagine documentaria e sui nuovi formati di testimonianza, generati da chi, attraverso i propri dispositivi mediali, intende raccogliere prove delle violenze subite durante guerre e conflitti civili.
«Oggi - ha spiegato la professoressa Cati - anche la figura del citizen witness ridefinisce il rapporto tra immagine, verità e partecipazione» contribuendo al racconto del conflitto.
Un articolo di
Docente di Storia del cinema e coordinatore didattico - Università Cattolica