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“Venti contrari”, anatomia del declino italiano

27 maggio 2026

“Venti contrari”, anatomia del declino italiano

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Amaro, eppure, come certe medicine, necessario. Su questo punto hanno concordato tutti gli ospiti — ben dieci tra economisti, tributaristi e protagonisti, a vario titolo, della vita pubblica del Paese — invitati da Rony Hamaui, docente di Economia monetaria all’Università Cattolica del Sacro Cuore, a commentare il libro Venti contrari, scritto per Il Mulino da due profondi conoscitori del mondo economico italiano: Pietro Modiano, nella sua lunga carriera ai vertici di alcune delle principali banche italiane, e Marco Onado, docente all’Università Bocconi, scomparso nel 2025.

Uscito dopo la morte del professore, ma corretto fino a quando ne ha avuto la forza, come ha ricordato l’amico e coautore, il libro rappresenta anche il suo testamento morale.

«Quando Marco si è ammalato, gli proposi di rimandare la pubblicazione. Lui non volle: sentiva che non gli rimaneva più molto tempo. Mi disse che aveva assolutamente bisogno di togliersi qualche sassolino dalle scarpe, prima di andarsene», ha ricordato Modiano aprendo l’incontro promosso in Ateneo mercoledì 20 maggio dall’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa.

Proprio levandosi quei «sassolini» dalle scarpe, Onado — che fu anche commissario della CONSOB tra il 1993 e il 1998 — ha reso anche un ultimo, prezioso servizio al Paese, indicando con precisione e chiarezza le ragioni per cui l’Italia, da oltre vent’anni, non cresce più.

Il pamphlet — così giustamente viene definito per la passione civile che attraversa tutte le sue 204 pagine — è una ricostruzione impietosa della storia economica della Repubblica italiana, dalla nascita nel dopoguerra fino a oggi.

Una sentenza senza appello

La tesi centrale del saggio è una sentenza senza appello: in tutti i momenti decisivi della storia repubblicana — ne vengono individuati sette, in analogia coi sette vizi capitali — i vertici economici e politici si sono dimostrati inadeguati, assecondando «i venti contrari» allo sviluppo, da cui il titolo: vale a dire le forze improduttive della rendita e quelle distruttive dell’eversione e della criminalità.

Accade negli anni Ottanta, quando la prospettiva del mercato unico europeo apre una stagione di speranza ma, da un lato, la politica rinuncia a controllare la spesa pubblica facendo esplodere il debito; dall’altro, l’imprenditoria preferisce usare il boom della Borsa e l’assenza di regole per alimentare guerre finanziarie e di potere che finiscono per indebitare i grandi gruppi italiani: Montedison, Fiat, Pirelli, Olivetti.

Succede di nuovo negli anni Novanta, durante la stagione delle privatizzazioni. Dopo la crisi del 1992 la politica non riesce a esercitare una regia e l’impresa non investe.

Non va meglio nel primo decennio del nuovo millennio. Nell’Europa ormai unita, l’Italia perde peso. I governi di centrodestra attribuiscono tutte le colpe all’euro, alimentano una demagogia antitasse e interrompono il risanamento finanziario. Intanto la grande impresa abdica al suo ruolo guida. Pirelli riduce l’acquisizione di Telecom a una semplice operazione immobiliare. Crollano Cirio e Parmalat. Fiat oscilla tra diversificazione e ritorno all’auto (la parentesi di Sergio Marchionne). Si investe soprattutto nei settori regolamentati e a basso rischio — come Autostrade o Italenergia — oppure in quelli graditi al governo, come Alitalia.

Nel 2011 la crisi del debito pubblico chiude la fase dei governi berlusconiani, ma ancora una volta non si apre una stagione riformatrice. La politica appare debole — è la stagione dei governi tecnici privi di una vera base parlamentare e degli esecutivi di centrosinistra logorati da correnti e cerchi magici — e anche in economia non emerge una nuova leadership. La media impresa dimostra di saper vincere la sfida dell’internazionalizzazione, ma non riesce ad assumere quel ruolo di classe dirigente a cui i grandi gruppi hanno rinunciato.

Il risultato è il «declino», parola richiamata già nel sottotitolo del libro.

«La curva del Pil piega verso il basso quasi quanto quella demografica», ha osservato Modiano.

Che fare allora? Su questo punto, l’altra sera, nella cripta dell’aula magna il dibattito si è acceso.

Il dibattito su giudizi e le ricette

Va detto, innanzitutto, che in realtà i giudizi sui decenni trascorsi non sono stati tutti uguali né tutti altrettanto severi.

Per esempio, Valeria Termini, economista, docente all’Università degli Studi Roma Tre ed ex commissaria dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (ARERA), pur condividendo in larga parte l’analisi del libro, ha invitato a non leggere il dopoguerra italiano esclusivamente in chiave negativa. Accanto alla continuità amministrativa con il fascismo, alle rendite e alle degenerazioni finanziarie, ci sono state anche le grandi riforme democratiche: la scuola pubblica, la mobilità sociale, lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale.

Anche sul ruolo della piccola e media impresa bisognerebbe essere più cauti, ha lasciato intendere Fabrizio Onida, professore emerito di Economia internazionale all’Università Bocconi: se è vero che l’eccessiva frammentazione produttiva rappresenta un’anomalia italiana, è altrettanto vero che quel ceto imprenditoriale costituisce una «forza incredibile» per flessibilità, creatività e capacità di adattamento.

Dal canto suo anche Roberto Artoni, professore emerito di Scienza delle finanze all’Università Bocconi, che ha assunto provocatoriamente il ruolo di «avvocato difensore», ha messo in guardia da giudizi troppo severi sulle partecipazioni statali e sulle privatizzazioni degli anni Novanta.

Negli ottant’anni della Repubblica ci sono stati certamente periodi bui. Sul piano economico, per l’intreccio tra finanza, criminalità e poteri opachi, il punto più basso è stato il crack del Banco Ambrosiano, su cui il libro si sofferma ampiamente, come ha ricordato Maria Luisa Di Battista, avvocata e docente di diritto commerciale.

Ma ce ne sono stati anche di luminosi: quelli del boom economico. Sebbene, ha osservato Salvatore Bragantini, editorialista ed ex commissario Consob, anche quella stagione andrebbe riletta senza eccessivi entusiasmi. Come per gli autori anche per lui la Costituzione sarebbe il solo vero miracolo italiano.

Tuttavia, non si possono mettere sullo stesso piano politici e imprenditori, secondo Tommaso Di Tanno, avvocato tributarista ed esperto di diritto fiscale. A suo giudizio, le responsabilità maggiori del declino ricadrebbero sulla classe politica, colpevole di aver assecondato, anziché contrastato, la concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone con una tassazione sempre meno progressiva.

Anche sulle lezioni da trarre dalla lettura del volume le opinioni sono state differenti.

Andrebbe recuperata una vera cultura liberale, capace di rimettere al centro del dibattito parole come «mercato», «concorrenza» e «innovazione», perché «si può redistribuire la ricchezza solo se prima la si produce», ha osservato Michele Calzolari, imprenditore e presidente del gruppo Granarolo.

Il sottotesto del volume sarebbe invece un invito «al coraggio della radicalità», secondo Mario Noera, economista e docente universitario.

Bisognerebbe piuttosto restituire forza alle autorità indipendenti, perché il mercato da solo non si autoregola, ha sostenuto Giuseppe Lusignani, professore di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Bologna.

Ma al di là delle differenze di giudizio, dei distinguo e delle sottolineature, resta il suggerimento finale di Pippo Ranci, già presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, che ha chiuso il dibattito: bisognerebbe far leggere questo libro ai giovani, perché vi troverebbero non tanto i colpevoli della situazione attuale, quanto alcune indicazioni per uscirne.
Insomma, la medicina potrà non piacerci, ma può aiutarci a guarire. Vale la pena tentare.  

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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