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Milano, New York, Los Angeles: il Double Degree ha aperto a Martina le porte del mondo

24 giugno 2026

Milano, New York, Los Angeles: il Double Degree ha aperto a Martina le porte del mondo

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C’è chi sceglie la strada più sicura e chi, invece, decide di spingersi oltre i propri confini, geografici e personali. Così è stato per Martina Vertemati, alumna della Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Milano, che ha costruito un percorso accademico e professionale che l’ha portata da Milano a New York, fino a Los Angeles, dove oggi vive e lavora. Un itinerario costellato da studio, impegno, passione e scelte coraggiose.

Partiamo dall’inizio Martina, perché hai scelto di partecipare al programma di Double Degree con la Fordham University di New York? «Fin dall’inizio degli studi universitari ho desiderato affiancare a una solida formazione italiana un’esperienza internazionale, così come sono sempre stata convinta che, in un settore come la finanza, fosse fondamentale confrontarsi con realtà diverse e comprendere il funzionamento dei mercati in una prospettiva globale. Quando ho scoperto la possibilità di trascorrere una parte del mio corso di laurea magistrale in Economia dei mercati e degli intermediari finanziari a New York e di conseguire un doppio titolo riconosciuto sia in Italia sia negli Stati Uniti ho capito immediatamente che si trattava di un’opportunità unica. 
New York rappresenta il cuore della finanza mondiale, la città in cui hanno sede alcune delle principali istituzioni finanziarie e dove si incontrano professionisti provenienti da ogni parte del mondo. Per me un Double Degree all’estero significava uscire dalla mia zona di comfort, confrontarmi con studenti internazionali e mettermi alla prova in un ambiente altamente competitivo.
La decisione, tuttavia, non fu priva di timori. Trasferirmi dall’Italia a New York significava lasciare la famiglia, gli amici e tutte le mie certezze. Eppure ho sempre creduto che la crescita personale e professionale passi anche attraverso il coraggio di affrontare nuove sfide. Guardandomi indietro, posso dire che quella scelta ha cambiato profondamente il mio percorso e ha aperto molte delle opportunità che ho avuto successivamente».

Qual è stata la lezione più importante appresa alla Fordham University? «Probabilmente la fiducia nelle proprie capacità. Arrivare in una grande città come New York e studiare in un contesto internazionale richiede una notevole capacità di adattamento. All’inizio tutto era nuovo: il metodo di insegnamento, la lingua, il modo di interagire con i professori e con i compagni di corso. Con il tempo ho imparato a essere più intraprendente, a esprimere le mie opinioni con maggiore sicurezza. Alla Fordham non era sufficiente studiare per superare un esame: bisognava partecipare attivamente alle lezioni, lavorare in gruppo, presentare progetti. Tutto questo mi ha aiutata a sviluppare capacità di comunicazione e leadership che considero oggi fondamentali.
Dal punto di vista accademico ho avuto la possibilità di approfondire materie legate alla finanza, alla gestione del rischio, all’analisi dei dati e ai mercati internazionali. Ma forse l’insegnamento più prezioso è stato comprendere che il valore di un’esperienza internazionale non si misura solo nelle competenze acquisite, ma anche nella capacità di diventare più aperti, curiosi e consapevoli del proprio potenziale».

 

Un articolo di

Graziana Gabbianelli

Graziana Gabbianelli

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Avendo studiato in entrambi i sistemi universitari – quello italiano e americano – quali sono per te le differenze maggiori che hai riscontrato nell’impostazione delle lezioni e dello studio? «Ciascuno presenta caratteristiche molto valide e complementari. In Italia ho ricevuto una preparazione teorica estremamente solida: l’Università Cattolica mi ha fornito basi rigorose in economia, finanza e analisi quantitativa, insegnandomi ad affrontare i problemi con metodo e profondità. Negli Stati Uniti ho trovato invece un approccio più orientato all’applicazione pratica delle conoscenze: lavori di gruppo, casi aziendali, simulazioni, presentazioni e discussioni in aula. La partecipazione è parte integrante del processo di apprendimento e spesso contribuisce alla valutazione finale.
Una differenza che mi ha colpita in modo particolare riguarda invece il rapporto tra studenti e docenti. Negli Stati Uniti il dialogo è generalmente più diretto e informale. Gli studenti sono incoraggiati a porre domande, esprimere opinioni e sviluppare un confronto continuo con i professori. Credo che la combinazione di questi due approcci abbia rappresentato per me un grande vantaggio: la profondità teorica acquisita in Italia e la capacità di applicare concretamente le conoscenze sviluppata negli Stati Uniti».

Dopo la laurea magistrale, il tuo percorso formativo non si è fermato. Perché hai scelto di proseguire con i corsi di specializzazione alla Extension di Los Angeles? «L’esperienza alla Fordham University mi aveva dato moltissimo, sia dal punto di vista accademico sia da quello professionale, e io ho voluto continuare a crescere in quel contesto. La scelta è ricaduta su UCLA Extension perché offriva corsi altamente specializzati e strettamente connessi alle esigenze del mondo del lavoro. Sostanzialmente è stata una naturale prosecuzione del mio percorso iniziato all’Università Cattolica di Milano – dove prima della magistrale avevo conseguito la laurea triennale in Economia e Gestione Aziendale – e consolidato alla Fordham University di New York». 

Oggi Martina dove vivi e di che cosa ti occupi? «Attualmente abito a Los Angeles, una città che negli ultimi anni è diventata la mia seconda casa. Ho avuto l’opportunità di maturare diverse esperienze professionali e continuo a dedicarmi a progetti di ricerca indipendente legati alla valutazione aziendale, alla leadership e alla creazione di valore nelle organizzazioni. I miei interessi si concentrano su come le decisioni manageriali influenzino la crescita delle imprese nel lungo periodo, desidero costruire una carriera professionale nel settore finanziario e degli investimenti, contribuendo attraverso l’analisi strategica alla comprensione dei fattori che determinano il successo di un’organizzazione».

Recentemente hai co-pubblicato il libro intitolato: Extraordinary Synergy: Founder Built It, CEO Cashed It – Valuing Legacy vs. Leadership. Mi racconti questa esperienza? «È nata da un percorso di collaborazione e ricerca sviluppato nel tempo insieme alla professoressa Hairong Gui. L’idea centrale del progetto era analizzare un tema che considero estremamente interessante: in che modo la leadership influenza il valore di un’impresa? Spesso quando si valuta un’azienda l’attenzione si focalizza sui risultati economici e finanziari, ma dietro quei numeri ci sono persone, decisioni strategiche e visioni imprenditoriali che possono avere un impatto enorme sulla creazione di valore. All’interno del progetto io mi sono occupata degli aspetti legati alla finanza aziendale, alla valutazione d’impresa e all’analisi strategica. È stato un lavoro che ha richiesto ricerca, raccolta di dati e studio di casi aziendali. Confesso che, vedere il libro pubblicato, è stata per me una grande soddisfazione».

Da dove nasce il tuo interesse per la finanza e come sei arrivata a dedicarti, in particolare, all’ambito della valutazione aziendale? «L’interesse è nato durante gli anni universitari, mi affascinava il fatto che dietro ogni azienda, investimento o decisione economica esistesse una storia fatta di strategie, persone e visioni di lungo termine. Nel tempo, e con lo studio, ho scoperto un interesse specifico per la valutazione aziendale, in quanto rappresenta un punto di incontro tra numeri e strategia. Valutare un’impresa non significa semplicemente analizzare bilanci o indicatori finanziari, ma comprendere quali fattori generano valore e quali decisioni possano influenzarne la crescita futura. Questa prospettiva mi ha portata a interessarmi sempre di più ai temi della leadership, della governance e dell’innovazione».

Come ricordi i tuoi anni di studio in Università Cattolica? Sei soddisfatta della formazione ricevuta? «Ricordo quegli anni con grande gratitudine, sono stati anni importanti non solo dal punto di vista accademico, ma anche personale. L’Università Cattolica mi ha fornito una preparazione solida e rigorosa, ho incontrato docenti preparati e compagni di corso motivati, in un ambiente che mi ha sempre incoraggiata a guardare oltre i confini nazionali. Se oggi ho potuto studiare e lavorare negli Stati Uniti, molto del merito va alle competenze acquisite e alle basi costruite durante quegli anni in Cattolica».

Quindi per te, Martina, qual è stato il “valore aggiunto” dell’aver studiato in Cattolica? «Il più grande valore aggiunto è stato probabilmente l’apertura internazionale. Attraverso il Double Degree, e le numerose opportunità offerte dalla Cattolica, ho avuto la possibilità di costruire un percorso che mi ha portata prima a New York e poi a Los Angeles. Ma l’Università Cattolica non mi ha trasmesso soltanto nozioni e competenze: mi ha dato un metodo di lavoro, una mentalità aperta e la fiducia necessaria per affrontare contesti internazionali complessi. Mi ha insegnato che l’ambizione deve sempre essere accompagnata dalla preparazione e che le opportunità più importanti arrivano quando si è disposti a mettersi in gioco».

Un insegnamento che l’alumna Martina ha fatto proprio e messo in pratica con coerenza, e che l’ha portata lontano, davanti a strade e opportunità che non avrebbe forse mai pensato di percorrere e poter cogliere.

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