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Virgilio Melchiorre, la filosofia per renderci esseri umani migliori

11 febbraio 2026

Virgilio Melchiorre, la filosofia per renderci esseri umani migliori

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Si è spento all’età di 95 anni da poco compiuti Virgilio Melchiorre, professore emerito di Filosofia morale, una delle colonne portanti nella tradizione degli studi filosofici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, un maestro alla cui scuola si sono formate generazioni di studenti e di allievi, che ora lo ricordano con profondo affetto e gratitudine e che nella giornata del 10 febbraio si sono stretti ancora una volta intorno a lui per un ultimo saluto.

L’impronta del filosofo e dell’uomo Melchiorre, del suo stile di pensiero, rimane profonda. Se è pur vero che la tradizione filosofica e la sua critica – ormai divenuta tradizione anch’essa – ha reso avvezzi ad associare a quella branca della filosofia che è la metafisica un certo alone semantico di “violenza” – pensiamo al “campo di battaglia” kantiano, già luogo di “infiniti conflitti”, o a tutta la tradizione di pensiero post-nietzscheana, che della metafisica ha voluto condannare proprio l’indebita forza coercitiva – il filosofare di Melchiorre, il suo stile, hanno mostrato che la metafisica può essere invece “gentile”, pur senza mai rinunciare al rigore del pensiero.

Questo perché la domanda che apre il discorso metafisico è a un tempo domanda che investe il destino stesso dell’uomo, e dall’uomo – situato, limitato, fragile – non può prescindere. Heidegger – critico per antonomasia della tradizione metafisica occidentale – evocava addirittura una Frömmigkeit del pensiero, una “pietà” del pensiero, un ossimoro forse questo, ma in realtà necessariamente umile postura del filosofo autentico, interessato alla comune ricerca e non alla sopraffazione dell’avversario. Costante apertura all’essere, dunque, eppure senza mai discostarsi dall’esperienza.

Proprio per questo Melchiorre aveva deciso fin da giovanissimo di integrare la sua formazione metafisica classica con lo studio di un autore negli anni Cinquanta ancora poco conosciuto in Italia, Søren Kierkegaard, un pensatore al quale Melchiorre dedicò sia la tesi di laurea – con Mons. Francesco Olgiati nel 1951 – sia la tesi di specializzazione con il “suo maestro” Gustavo Bontadini nel 1953: «Lo studio di Kierkegaard fu da me vissuto sin dall’inizio come una necessaria integrazione della mia formazione metafisica, volta ai temi costitutivi dell’essere: temi che, per se stessi, sarebbero privi di senso se non fossero percorsi partendo dalla carne viva dell’esistenza e solo per ritornare nel suo cuore cercando un senso e destino».

Ecco dunque quell’intima alleanza tra vita e pensiero che caratterizzava per Melchiorre l’umano nella sua natura più intima, nell’attestazione esplicita di quel carattere squisitamente antropologico, esistenziale, che per lui configurava l’inizio stesso della filosofia. Una via “patica” alla filosofia, quindi, che nella sua riflessione restava intrinsecamente legata a quella “trascendentale”, che con Kant, percorreva le condizioni di possibilità della conoscenza: «Sebbene la nostra conoscenza cominci con l’esperienza, non per questo essa deriva tutta quanta dall’esperienza», questo il dettato dell’Introduzione kantiana alla prima Critica, che rimandava per Melchiorre a un a-priori costitutivo della coscienza la quale, come tale, è sempre coscienza di qualche cosa.

Qui Melchiorre ricordava Tommaso d’Aquino, per il quale la cognizione del negativo era un privilegio dell’uomo: ma se la percezione dell’assenza è una dote comune agli “animali superiori”, nell’uomo la cognizione dell’assenza, e quindi del limite di ciò che appare, si dà anche sul piano della vis cogitativa, che Melchiorre intendeva come una tensione primaria all’essere: una condizione trascendentale, quindi, che presiederebbe allo stesso riconoscimento e alla valutazione del negativo. Per Melchiorre però la metafisica non poteva darsi come un’affermazione astratta della trascendenza, perché questa doveva essere guadagnata, o incontrarsi nella vita concreta solo dopo una ricognizione attenta e costante della propria esistenza: a livello conoscitivo, considerando la dimensione dell’errore, a livello morale, facendo esperienza del problema del male.

Anche l’etica per Melchiorre si fondava quindi sulla metafisica perché la trascendenza dell’essere trova espressione nella persona, che si incontra sempre all’interno di relazioni, nella dimensione simbolica, nella parola, nella prospettiva legata alla storia e alla corporeità. Sul versante dell’interesse nei confronti dell’esperienza, Melchiorre dedicò gran parte della sua riflessione anche al tema della storia – il suo primo insegnamento fu proprio quello di Filosofia della storia – riconsiderando la figura reale dell’utopia di contro all’utopismo di natura ideologica, tecnicista, alla luce della struttura coscienziale umana in direzione di un progetto storico fondato sulla libertà e la dignità della persona, il tutto in un percorso temporale che è luogo di verifica costante e trasformazione.

Il tema dell’“immaginazione simbolica” in questo contesto ha giocato un ruolo essenziale nella sua riflessione. Melchiorre ha inoltre affrontato in modo pionieristico anche il pensiero di Emmanuel Mounier, il cui personalismo ha rivisitato grazie alla fenomenologia, con lo scopo di scongiurarne il rischio di astrattezza. La persona è sempre “coscienza incarnata”, sempre situata nello spazio-tempo eppure sempre protesa oltre, in una dialettica che non contempla alcun dualismo tra anima e corpo. E proprio i suoi studi sulla dimensione corporea e sull’eros, così come sull’immaginazione simbolica e l’utopia, hanno aperto piste e prospettive sconosciute alla tradizione metafisica.

In Melchiorre vi è stata inoltre un confronto continuo con il testo sacro, che ha voluto coniugare in modo esplicito con la riflessione filosofica. La domanda sull’essere e il rapporto con il divino dovevano per lui garantire uno spazio per la trasmissione della Divina Rivelazione, non subordinata alla riflessione metafisica cespite del pensiero. Il logos biblico non è insomma estraneo al modo di procedere della filosofia, anzi si possono recuperare molti temi della Bibbia collegandoli alla speculazione filosofica.

Vale la pena infine ricordare che il cristianesimo impegnato, l’interesse nei confronti delle trasformazioni sociali legava Melchiorre all’amicizia del cardinale Carlo Maria Martini, di padre David Maria Turoldo, e del rettore Giuseppe Lazzati, il quale lo volle alla guida della Scuola di Comunicazioni Sociali dell’Università Cattolica a Milano, in virtù dei nove anni che Melchiorre – appena terminato il perfezionamento nel 1953 – aveva trascorso alla RAI con un ruolo di responsabilità nella sezione culturale, diventando direttore della “Sezione drammaturgica”, ruolo che abbandonò per dedicarsi esclusivamente alla filosofia. Melchiorre fu anche direttore del Dipartimento di Filosofia e presidente del Centro di Studi Filosofici di Gallarate, e questo lo portò a realizzare grazie a una nutrita schiera di studiosi italiani, l’impresa dell’Enciclopedia filosofica, pubblicata per Bompiani in 12 volumi nel 2006.

Studioso inesausto, un uomo mite, dalla curiosità sconfinata, ugualmente attento alle domande degli studenti più ingenui e dei colleghi più esperti, mai pago dell’“ovvio”, l’intera riflessione di Melchiorre ha fatto sì che la filosofia non restasse quella balia asciutta di kierkegaardiana memoria, che veglia sui nostri passi, ma non ci allatta, ma fosse un nutrimento per lo spirito, per renderci soprattutto esseri umani migliori.

Un articolo di

Ingrid Basso e Massimo Marassi

Ingrid Basso e Massimo Marassi

Docenti di Filosofia teoretica, Università Cattolica

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