NEWS | Piacenza

Viti più forti contro il clima che cambia

20 luglio 2026

Viti più forti contro il clima che cambia

Condividi su:

Siccità estive che si allungano stagione dopo stagione, ondate di calore che compromettono la maturazione delle uve nel momento più delicato, gelate tardive che colpiscono i germogli appena sviluppati, grandinate sempre più frequenti e violente. Il clima sta cambiando le regole del gioco per la viticoltura dell'Emilia-Romagna, e con esse anche le pratiche che per decenni hanno guidato il lavoro nei vigneti. È da questa urgenza, tutt'altro che teorica, che nasce ADAPTIVE, il progetto di ricerca della Facoltà di Scienze agrarie alimentari e ambientali e coordinato dal professor Matteo Gatti del DIPROVES, dipartimento dell'Università Cattolica del Sacro Cuore dedicato alle scienze e tecnologie per una filiera agro-alimentare sostenibile, finanziato dalla Regione Emilia-Romagna attraverso il FEASR nell'ambito del Piano Strategico della PAC 2021-2027.

Al centro del progetto c'è un interrogativo che da qualche anno accompagna ogni stagione viticola in regione: come rendere i vigneti capaci di reggere l'urto dei cambiamenti climatici, senza rinunciare a qualità delle uve e redditività delle aziende? Il professor Gatti e il suo gruppo di ricerca hanno scelto di affrontare il problema non limitandosi a misurarne gli effetti, ma mettendo alla prova sul campo, e non solo in laboratorio, strumenti che i produttori possano realmente adottare, calibrandoli sulle caratteristiche della propria azienda.

«Non esiste», precisa Gatti, «una soluzione universale capace di risolvere da sola tutti i rischi legati al clima. Per questo ADAPTIVE non si concentra su un'unica tecnica, ma mette a confronto quattro strumenti già presenti sul mercato, da calibrare e validare nel contesto specifico della viticoltura regionale».

Nei vigneti aziendali coinvolti nella sperimentazione, parcelle trattate con le nuove tecniche vengono confrontate con parcelle a gestione tradizionale, attraverso misurazioni agronomiche, fisiologiche e qualitative condotte lungo l'intera stagione. Le tecniche sotto osservazione sono quattro.

  • Polimeri super-assorbenti nel suolo: sostanze che trattengono grandi quantità d'acqua e la rilasciano lentamente alle radici nei periodi di siccità, migliorando la capacità idrica del terreno.
  • Argille riflettenti a base di caolino: applicate come film bianco sulle foglie, deviano parte della radiazione solare, preservano la funzionalità fotosintetica durante le ondate di calore ed evitano le scottature su foglie e grappoli.
  • Reti schermanti multifunzione: coperture dei filari che proteggono dalla grandine, attenuano la radiazione eccessiva e regolano il microclima interno al vigneto, con effetti positivi sulla qualità delle uve.
  • Irrigazione automatizzata multifunzionale: impianti ad alta automazione capaci di tre interventi diversi: protezione dal gelo primaverile grazie a un film d'acqua che impedisce il congelamento dei germogli, raffreddamento del microclima nelle giornate più calde e apporti idrici di soccorso in caso di siccità.

La scelta di puntare su tecniche polivalenti risponde, secondo il coordinatore del progetto, «a una logica economica prima ancora che agronomica: in un contesto di margini già sotto pressione», puntualizza il professor Gatti « gli investimenti capaci di rispondere a più rischi contemporaneamente potranno essere sostenuti dalle aziende e diffondersi su larga scala. Un impianto irriguo che protegge dal gelo, raffredda la chioma e soccorre in caso di siccità offre, in termini di ritorno economico, un valore ben superiore alla somma delle sue singole funzioni».

Avviato nel 2024 e attivo fino al 2027, il progetto ha già un disegno sperimentale pienamente operativo. Per il professor Gatti, ciò che emerge con chiarezza già in questa fase iniziale è che non esiste la tecnica giusta in assoluto, ma esiste la combinazione giusta per ogni singolo vigneto, in base al tipo di suolo, all'esposizione, alla varietà coltivata e alla disponibilità d'acqua. È proprio questa la conoscenza che il progetto intende restituire ai produttori: non una ricetta unica, ma un metodo per scegliere.

A distinguere ADAPTIVE da buona parte della ricerca accademica è la scelta di lavorare fianco a fianco con produttori, consorzi e tecnici di cantina, con l'obiettivo dichiarato di tradurre rapidamente le tecniche più efficaci in protocolli applicabili, corredati da indicazioni chiare su costi, benefici e tempi di intervento.

Come ricorda lo stesso coordinatore, mancavano soprattutto protocolli verificati sul campo, capaci di indicare cosa funziona davvero e a quali condizioni. I viticoltori si trovavano spesso di fronte a un bivio scomodo: investire in soluzioni costose e specializzate su un solo rischio, oppure non intervenire affatto per mancanza di indicazioni affidabili. Colmare questo vuoto, con la dimostrabilità dei risultati come priorità assoluta, è l'obiettivo dichiarato del gruppo di ricerca.

«Le ricadute attese si muovono su più livelli. I viticoltori potranno contare su protocolli verificati direttamente in vigneto, non su indicazioni solo teoriche. I tecnici e i consulenti di cantina avranno strumenti aggiornati da proporre ai propri clienti». La Regione Emilia-Romagna potrà orientare i futuri bandi del PSR sulla base di evidenze concrete, indirizzando le risorse pubbliche dove producono maggiore impatto. I Consorzi di tutela troveranno infine, nei risultati del progetto, un supporto scientifico solido per raccontare ai mercati internazionali la sostenibilità del modello produttivo regionale.

Senza strumenti verificati e accessibili, una parte non trascurabile del tessuto viticolo dell'Emilia-Romagna rischia di trovarsi in seria difficoltà economica di fronte a un clima sempre meno prevedibile. ADAPTIVE non promette scorciatoie, ma indica un metodo: testare sul campo, misurare con rigore, restituire ai produttori strumenti calibrabili sulle esigenze della propria azienda.

L'obiettivo finale, per il professor Gatti, non si esaurisce nella pubblicazione di risultati scientifici: attraverso la rete regionale delle aziende dimostrative, quei risultati sono destinati a diventare patrimonio operativo di un'intera filiera. Solo così, sottolinea, la ricerca smette di essere un esercizio accademico e diventa uno strumento reale nelle mani di chi, ogni giorno, deve fare i conti con un clima che non è più quello di un tempo.

Un articolo di

Sabrina Cliti

Sabrina Cliti

Condividi su:

Newsletter

Scegli che cosa ti interessa
e resta aggiornato

Iscriviti