La longevità non è qualcosa che riguarda soltanto l’età avanzata, ma una traiettoria che prende forma lungo tutto l’arco della vita, a partire dal concepimento e dall’infanzia. Gli anni in salute si costruiscono, o si perdono, molto prima della vecchiaia: attraverso la prevenzione, l’educazione, l’ambiente in cui si cresce, la qualità delle relazioni, la possibilità di adottare stili di vita sani e, più in generale, le condizioni sociali in cui ciascuno vive. Per questo la domanda non è soltanto come aggiungere anni alla vita, ma come aggiungere salute agli anni in ogni fase dell’esistenza. In questo percorso anche la fragilità assume un significato diverso.
Francesco compose il suo inno di lode al creato quando era ormai quasi cieco e malato, segnato da una patologia oculare che oggi, in molti casi, siamo in grado di prevenire e curare, mentre la ricerca arriva fino allo sviluppo di sistemi avanzati di protesi visive e retine artificiali. La sua vicenda ci ricorda però che fragilità e longevità non sono termini opposti. La vulnerabilità appartiene alla condizione umana e una medicina realmente orientata alla longevità non può limitarsi a contrastare la malattia: deve continuare a proteggere dignità, autonomia, relazioni e qualità della vita anche quando la guarigione non è possibile.
Curare significa anche accompagnare. Lo stesso sguardo porta inevitabilmente fuori dall’organismo. Non può esserci longevità in salute senza un ambiente capace di sostenerla. Alimentazione, attività fisica e qualità dei luoghi in cui viviamo sono tra i principali determinanti di un invecchiamento sano e mostrano con particolare evidenza quanto la salute individuale e quella dell’ambiente siano intrecciate. Un’alimentazione ricca di vegetali, legumi e cereali integrali, come quella mediterranea, contribuisce a prevenire molte malattie croniche e, al contempo, può ridurre l’impatto ambientale delle nostre scelte alimentari. Anche il microbiota intestinale ci ricorda, in maniera quasi sorprendente, quanto sia difficile pensare l’essere umano come un organismo isolato: ciò che mangiamo modifica la comunità di microrganismi con cui conviviamo e che partecipa a molti aspetti della nostra fisiologia. Esiste, dunque, una biodiversità da proteggere fuori di noi e una biodiversità che abita dentro di noi. Lo stesso vale per gli spazi in cui trascorriamo la nostra vita. Aria pulita, aree verdi accessibili, percorsi sicuri per camminare, quartieri che favoriscano il movimento e la socialità non sono semplicemente elementi di qualità urbana: sono veri determinanti di salute.Custodire l’ambiente significa, anche in questo senso, custodire le condizioni che rendono possibile una vita più lunga e più sana.
Resta però una domanda che non possiamo evitare: longevità per chi? Non tutti hanno le stesse possibilità di scegliere un’alimentazione sana, vivere in un ambiente salubre, praticare attività fisica o proteggersi dagli effetti della crisi climatica. Le disuguaglianze economiche, sociali e territoriali diventano inevitabilmente anche disuguaglianze di salute e di aspettativa di vita. Parlare di Planetary Health significa quindi parlare anche di equità e di giustizia.
La longevità, del resto, non riguarda soltanto gli anziani. È una questione che attraversa le generazioni. Ogni generazione riceve un patrimonio di salute, conoscenze e risorse e ha la responsabilità di non consumarlo interamente nel presente, ma di conservarlo e, possibilmente, migliorarlo per chi verrà dopo. A tutto questo si aggiunge la responsabilità della scienza stessa. Biomarcatori dell’invecchiamento, nuove strategie di prevenzione, intelligenza artificiale e conoscenze sempre più profonde dei meccanismi biologici della longevità stanno ampliando enormemente le possibilità della medicina. Proprio per questo diventa ancora più importante interrogarsi non soltanto su ciò che possiamo fare, ma anche sul modo in cui utilizziamo questa conoscenza e sugli obiettivi verso cui la orientiamo. Da questo punto di vista, la parola forse più attuale che possiamo trarre da Francesco è umiltà. Non come rinuncia alla conoscenza o al progresso, ma come consapevolezza dei limiti e delle relazioni da cui dipendiamo. Una scienza capace di riconoscerli non perde forza: acquista responsabilità e rimane realmente al servizio dell’uomo.
Otto secoli dopo, il Cantico delle creature continua così a suggerire una domanda molto contemporanea alla medicina: non soltanto quanto a lungo riusciremo a vivere, ma in quale mondo, con quale salute e dentro quali relazioni vogliamo farlo.