Un sottile filo conduttore ha legato questi autorevoli compositori, come ci ha raccontato lo stesso de Solaun: «Il primo brano che apre la serata è l’Allegro de concierto di Granados, romantico, lirico, tenero. L’ultimo è la Fantasia Betica di De Falla che rappresenta la parte romana della Spagna, l’Andalusia. Qui il compositore ha scelto uno sguardo primitivo, cercato un passato ancestrale e atavico, e nel brano che evoca il folklore di un ballerino di flamenco il pianoforte diventa esuberante, quasi a contenere anche il suono di una chitarra. Due opposti, l’uno quasi selvaggio e orgiastico, e l’altro raffinato ed elegante».
Debussy è uno dei compositori preferiti del Maestro de Solaun, da lui scelto per la serata perchè molto amico di Granados e De Falla che avevano studiato a Parigi, e devoto alla musica spagnola. «Ho pensato che questo fosse un trio unito dall’amicizia e da una visione simile della musica. Di Debussy ho scelto tre brani: Ondine, ritratto di una sirena malefica, Feu d’artifice, caratterizzazione sonora dei fuochi d’artificio dove il pianoforte diventa una tavolozza di colori, e Minstrels che si lascia influenzare dal jazz americano. In mezzo ho voluto inserire il pianoforte romantico di F. Chopin e F. Liszt, riferimenti importanti dei due compositori spagnoli. Il Waltz Mephisto di Liszt è un ritratto della sensualità del male, una versione sonora del Faust del poeta austriaco Nicholais Lenau. Qui Mefisto entra in una taverna dove si festeggia un matrimonio e tutto si trasforma in una situazione maledetta con un clima caotico, selvaggio e oscuro. Infine, uno degli ultimi Notturni di Chopin, scritto a Parigi nel 1846, tre anni prima di morire, pieno di lirismo e sogno, un brano mesto, che comunica una tristezza stoica, interiore».
Che valore hanno l’immaginazione e la creatività nell’esecuzione di un brano? Per Jaun de Solaun suonare è come per il rapsodo recitare: «La partitura è come un testo che faccio rivivere proprio come quando mio nonno mi raccontava delle storie sempre diverse ma con un denominatore comune. Come il poeta esprime tutto l’archivio culturale orale e scritto che porta dentro di sè, così il pianista deve essere una partitura vivente perché la partitura da sola non suona».