Se si è sbagliato Socrate, potremmo sbagliarci anche noi, e magari non sarebbe neppure un male. La provocazione viene da Miguel Benasayag, l’eclettico filosofo di origine argentina autore di numerosi libri, anche per Vita e Pensiero (il più recente, firmato insieme con Teodoro Cohen, si intitola “L’epoca dell’intranquillità”). È lui, teorico e contestatore delle “passioni tristi”, a dialogare con un altro pensatore, Mark Hunyadi, durante l’incontro che nel palinsesto del Festival Soul mette a tema “La bolla diabolica dell’algoritmo”. Negli spazi del Museo Diocesano, l’ideatore della manifestazione Aurelio Mottola modera lo scambio di opinioni tra due intellettuali diversamente scettici (o forse diversamente ottimisti) sulle sorti della fiducia nella società digitale. “C’è ancora spazio per il noi?”, suona la domanda alla quale si cerca di dare risposta. La posizione più radicale è appunto quella di Hunyadi, docente all’Università Cattolica di Lovanio e anche lui presente nel catalogo di Vita e Pensiero con un saggio, “Credere nella fiducia”, che sembra pensato apposta per questa edizione di Soul. «Non possiamo più illuderci che gli sviluppi del digitale riguardino solo la rapidità e l’esattezza del calcolo – sostiene –. Si sta affermando una nuova visione del mondo, radicalmente diversa da quelle che l’umanità ha conosciuto finora. Prima dell’avvento del digitale, la fiducia era l’elemento fondamentale di ogni relazione tra le persone e, in senso ancora più ampio, era la base stessa della convivenza civile. Oggi, invece, della fiducia sembra non esserci più bisogno. Al suo posto abbiamo messo la sicurezza, con la relativa pretesa di essere al riparo da ogni rischio. Perché la fiducia comporta sempre una parte di rischio, lo sappiamo bene. Le dinamiche del digitale, improntate come sono alla logica della sicurezza, fanno piazza pulita del rischio, ma privandoci del rischio ci privano anche della possibilità di intrattenere relazioni autentiche».
Benasayag non esclude l’eventualità di una simile degenerazione, ma prova a suggerire un’alternativa rifacendosi a un momento celeberrimo nella storia della filosofia. «È il passaggio del “Fedro” in cui Platone riporta il giudizio di Socrate sull’invenzione della scrittura – spiega –. Secondo Socrate, infatti, il passaggio dall’oralità alla scrittura avrebbe comportato un drammatico impoverimento della memoria, del pensiero, della parola. A distanza di millenni, siamo autorizzati a sostenere che Socrate si sbagliava. Attraverso la scrittura gli esseri umani hanno raggiunto uno straordinario livello di consapevolezza, la pratica della lettura è diventata sinonimo di vita interiore, la nostra stessa manualità si è evoluta in maniera imprevista. L’ineffabile, che per Socrate apparteneva in via esclusiva alla cultura tradizionale, abita anche la scrittura. La scommessa, a questo punto, è che possa abitare anche l’algoritmo, in modalità che ancora non riusciamo a immaginare ma che è nostro dovere provare a costruire».