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Welfare, tre patti da riscrivere per sanare le crepe

02 aprile 2026

Welfare, tre patti da riscrivere per sanare le crepe

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La casa comune è pericolante, ma è proprio guardando nelle crepe che si possono individuare i difetti di costruzione e provare a porvi rimedio.

Per dare il proprio contributo nella ricerca degli errori e delle possibili soluzioni, l’Università Cattolica del Sacro Cuore propone, tra le altre iniziative, da tre anni a questa parte, una serie di seminari che mettono a confronto studiosi di diverse discipline sullo stesso tema, offrendo così alla comunità, con un’iniziativa specifica, il patrimonio di saperi coltivati nelle sue 12 facoltà. Nel 2024 il tema è stato il lavoro, nel 2025 l’impresa, quest’anno è toccato al welfare.

L’incontro — promosso con l’Arcidiocesi di Milano dalle facoltà di Economia, Giurisprudenza, Scienze bancarie, finanziarie e assicurative e Scienze politiche e sociali — si è svolto il 31 marzo nel campus milanese, alla presenza del Rettore Elena Beccalli e dell’Arcivescovo Mario Delpini.

Economisti, giuristi e scienziati sociali hanno dialogato riprendendo l’immagine della crepa nella casa comune, utilizzata da monsignor Delpini nel Discorso alla città dello scorso 5 dicembre.

Perché lo Stato sociale, una delle conquiste del Novecento, è oggi, alle soglie del nuovo millennio, in crisi? Hanno provato a rispondere, ognuno dalla propria prospettiva di studio, i professori Claudio Lucifora (Facoltà di Economia), Renato Balduzzi (Giurisprudenza), Elena Cabiati (Scienze politiche e sociali), Michele Grillo (Scienze bancarie, finanziarie e assicurative) e don Nazario Costante, direttore della Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Milano, moderati dal professor Giovanni Marseguerra.

Il discorso è partito da una constatazione. «Il modello italiano di welfare, basato sulla logica redistributiva, è messo in discussione: serve un cambio di paradigma culturale», ha esordito la professoressa Beccalli, suggerendo che il primo passo da compiere per metterlo a punto è «far dialogare i diversi saperi, la ricerca nelle differenti discipline e le esperienze sul campo», passando «dal saper fare “per” al saper fare “con”».

Nel suo ampio intervento, l’Arcivescovo ha proposto un’altra metafora, che è anche una possibile chiave di lettura: il welfare, secondo Delpini, altro non è che un modo per «abitare il tempo».

«Abitare il tempo», ha spiegato, potrebbe sembrare un’espressione singolare. «Si abita una casa o un luogo, cioè sempre uno spazio. Si può invece abitare il tempo a una condizione: quella di affidarsi a una promessa».

Per comprendere questa espressione, occorre seguire un ragionamento.

Il tempo, a differenza dello spazio, è una dimensione impalpabile, che porta con sé sempre una quota di incertezza: non si può mai essere sicuri di quello che accadrà un attimo dopo, il futuro è sempre ignoto. «Abitare il tempo», significa rendere questa dimensione di indeterminatezza, di insicurezza, il più confortevole possibile e quindi farla diventare sostenibile e accettabile. In questa prospettiva, allora il welfare consente di «abitare il tempo» perchè è un modo per rendere sostenibili, accattabili gli imprevisti che la vita pone dinanzi a ogni uomo e donna in virtù di un patto (una promessa, appunto) fondato sulla solidarietà. E qui veniamo forse alla questione decisiva, al punto di rottura che ha allargato la crepa: qual è il patto che è stato violato e che oggi ci fa temere il collasso dell’edificio, cioè della vita sociale che abbiamo costruito?

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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Ve ne sono diversi. Uno lo ha indicato Claudio Lucifora e riguarda la solidarietà tra le generazioni.

Secondo i dati presentati da Lucifora, nel mondo entro il 2050 la popolazione anziana sarà il doppio di quella sotto i cinque anni.
L’invecchiamento è dunque un fenomeno globale, ma soprattutto inedito. «Non era mai accaduto prima che in una società vivessero così tanti anziani e così pochi giovani», ha osservato l’economista. Non essendoci precedenti, la longevità ci coglie impreparati ad affrontarne le conseguenze. E lo siamo a maggior ragione in Italia, dove questo andamento demografico è ancora più marcato.

Secondo le proiezioni illustrate da Lucifora, nell’arco dei prossimi 25 anni in Italia il numero di anziani per ogni persona in età lavorativa passerà da uno ogni 2,4 ad a uno ogni 1,3. Il che significa che 22 milioni di occupati dovranno sostenere 18 milioni di pensionati. Sarà possibile? E a quali costi?

Poiché il PIL pro capite dipende non solo dal numero di persone occupate, dalla loro produttività e dalle ore lavorate, ma anche dalla quota di coloro che non lavorano (compresi coloro che si sono ritirati dal lavoro), l’invecchiamento della popolazione inciderà negativamente sulla crescita economica, dalla quale dipende il welfare.

«Ristabilire le condizioni per garantire un rapporto equo tra le generazioni — ha avvertito Lucifora — è a lungo termine indispensabile per la sostenibilità dell’intero sistema e per evitare che aumentino le disuguaglianze», dal momento che «non si invecchia tutti allo stesso modo» e che nel frattempo saremo anche alle prese con le nuove esigenze determinate dalle altre due transizioni - la digitale e la verde - che dopo quella demografica impatteranno sulla società. 

Oltre a quello tra le generazioni, l’altro patto in crisi riguarda il rapporto tra cittadini e chi dovrebbe prendersi cura di loro quando si ammalano.

Il nostro sistema sanitario è un modello a livello internazionale — «in nessun altro Paese sono stati individuati con tale precisione gli standard ospedalieri per così tante tipologie di prestazione», ha osservato Renato Balduzzi —. Eppure, ci sono cittadini che rinunciano a curarsi perché le liste d’attesa sono troppo lunghe; abbiamo uno dei rapporti medico-paziente più elevati, e tuttavia mancano specialisti in settori chiave; ci sono molti meno infermieri di quanti ne servirebbero, nonostante i concorsi vengano banditi. «Siamo certi che dipenda da carenze del sistema o non piuttosto dagli interessi ai quali la politica ha scelto di sottostare invece che governare?», si è chiesto il giurista, già ministro durante il governo Monti.

Infine, tra i patti da ristabilire e rifondare c’è anche quello con una particolare categoria di persone: chi, per professione, si dedica agli altri.

Come ha spiegato Elena Cabiati, le ricerche mostrano che chi sceglie di lavorare come assistente sociale è spesso spinto da «autentiche motivazioni altruistiche» o da ragioni legate alla costruzione della propria identità personale (in molti casi si tratta di persone che hanno ricevuto aiuto nel corso della vita). Tuttavia, questi professionisti sono sottoposti a ritmi di lavoro stressanti, senza un adeguato riconoscimento sociale ed economico, inseriti in organizzazioni burocratizzate e talvolta esposti a minacce verbali e persino fisiche. Curarsi di chi si prende cura è allora fondamentale per non disperdere un capitale umano preziosissimo.

In fondo, i professionisti della cura — sociale e sanitaria — rappresentano anche, da questa prospettiva, la nostra migliore polizza sul futuro, e il loro ruolo incide persino sulla crescita economica. Secondo Michele Grillo, infatti, «l’assicurazione contro il rischio spinge gli individui verso operazioni più rischiose ma anche a più alto rendimento», quindi più capaci di contribuire allo Stato sociale.

Un circolo virtuoso da ripristinare prima che sia troppo tardi e la casa comune ci crolli addosso.

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