Una sala gremita di insegnanti di scuola primaria e dell'infanzia, pedagogiste, qualche dirigente scolastica: il Centro Congressi "G. Mazzocchi" ha ospitato, presso il campus di Piacenza, un pubblico numeroso e attento per il seminario "Educare con cervello", organizzato dalla Facoltà di Scienze della Formazione e dal Dipartimento di Pedagogia dell'Università Cattolica, con il supporto del CARE-Centro Studi Contesti, Affetti e Relazioni Educative.
La scommessa? Portare le neuroscienze dello sviluppo dentro le aule, i nidi, i servizi per l'infanzia: non come cornice teorica decorativa, ma come strumento di lavoro concreto.
Ad aprire i lavori è stata la professoressa Elisabetta Musi, docente di Pedagogia generale e sociale, che ha scelto un'immagine concreta per inquadrare la riflessione: «Il corpo è il primo linguaggio con cui scopriamo il mondo e diamo forma a chi siamo. Fin dall'infanzia ogni azione è un intreccio vivo di movimento, emozione e pensiero, che contribuisce alla costruzione dell'identità e alimenta la relazione con l'altro».
La parte centrale del pomeriggio è stata affidata alla professoressa Cinzia Di Dio, docente di Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione presso la sede di Milano dell'Ateneo, autrice del volume "Psicologia del sistema motorio. Relazione, sviluppo, educazione (Vita e Pensiero)". Il suo intervento ha messo a fuoco un concetto che, pur consolidato nella ricerca, fatica ancora a fare breccia nella pratica educativa: lo sviluppo cognitivo non è separabile dall'esperienza corporea. Il cervello del bambino si costruisce nell'azione, nella percezione, nel contatto con l'ambiente e con le persone che lo abitano. I sistemi motori e i meccanismi di rispecchiamento, circuiti neurali attivi sia nell'esecuzione che nell'osservazione di un'azione, sono alla base di imitazione, empatia e apprendimento sociale, molto prima che il linguaggio entri in scena: «I sistemi motori e i meccanismi di rispecchiamento permettono fin dai primi anni di cogliere ciò che l'altro fa, di anticiparne le azioni, di entrare in risonanza con il suo stato emotivo. È su questa base che si strutturano processi fondamentali come imitazione, empatia, regolazione affettiva e apprendimento sociale».
Un punto su cui Di Dio ha insistito riguarda la qualità della relazione educativa. Non basta che l'adulto dica le cose giuste: il bambino legge il corpo dell'educatore con una precisione che il linguaggio verbale non raggiunge. Riprendendo il lavoro di Daniel Stern sulle "forme di vitalità": «Il bambino non apprende solo da ciò che l'adulto dice, ma soprattutto dal modo in cui lo dice e dal modo in cui lo comunica col corpo. Il paralinguaggio, il ritmo, la qualità del gesto, l'intonazione della voce veicolano significati profondi e influenzano direttamente la relazione». Lo stesso vale per le prime relazioni di attaccamento: quando il caregiver risponde in modo prevedibile e coerente ai segnali del bambino, non offre solo rassicurazione emotiva, ma la struttura entro cui il cervello si organizza. Nei servizi per l'infanzia questo si traduce in scelte concrete: continuità delle figure adulte, gradualità dell'inserimento, alleanza con le famiglie.
A concludere sono state Laura Sesenna, pedagogista e formatrice, ed Eleonora Negri, insegnante specializzata in attività motoria e neurodivergenze, che hanno riflettuto sulla traduzione operativa dei contenuti: percorsi di movimento, attività propriocettive, esplorazioni sensoriali, manipolazione, ritmo. Proposte che nella cultura scolastica corrente rischiano di apparire marginali, ma che la ricerca colloca invece al centro dello sviluppo. Come aveva sintetizzato Di Dio: «Prima si fa esperienza, poi si costruisce significato; prima si sente e si agisce, poi si mette in parola. Le proposte educative efficaci partono dall'esperienza concreta: attività ritmiche, giochi di imitazione, esperienze condivise in cui l'adulto osserva, rispecchia, contiene e nomina ciò che il bambino vive».