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Cosa abbiamo imparato in 25 anni di psicologia dell’emergenza

05 novembre 2026

Cosa abbiamo imparato in 25 anni di psicologia dell’emergenza

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Dopo un terremoto, un’alluvione, un bombardamento, si rimuovono le macerie, si cercano i sopravvissuti, si seppelliscono i morti e poi si comincia a ricostruire: il ponte caduto, la casa distrutta, l’argine spazzato via dalla piena. Ma fare tutto questo – e in Italia abbiamo sviluppato una capacità d’intervento nel soccorso immediato presa a modello – è sufficiente? C’è altro che bisogna fare? Se sì, quali sono le competenze necessarie? E possono diventare queste competenze un patrimonio professionale riconosciuto?

Sono queste le domande che deve essersi posto Fabio Sbattella quando, nel 2001, ha dato vita al primo nucleo di quella che sarebbe diventata l’Unità di ricerca in Psicologia dell’emergenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ufficialmente costituita nel 2006. Venticinque anni dopo, al convegno organizzato il 4 novembre per ripercorrerne la storia, le esperienze professionali di chi ha partecipato a quel progetto sono state forse la risposta migliore che si potesse dare alla platea di studentesse e studenti che, pensando al proprio futuro, probabilmente si ponevano gli stessi interrogativi.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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In questo quarto di secolo, durante il quale le crisi si sono spesso rincorse e persino sovrapposte, la figura dello psicologo dell’emergenza è stata chiamata a operare in contesti sempre più numerosi e differenti.

In Italia, per esempio, è nata una rete di associazioni di psicologi dell’emergenza, impegnata in interventi sul territorio nazionale e all’estero. Maria Teresa Fenoglio, past president  di ESPRÌ, Emergenze Sociali Psicologiche Ricerca Intervento, ha ricordato alcune esperienze: l’assistenza alla popolazione e ai soccorritori dopo il terremoto che il 26 novembre 2019 ha colpito l’Albania, dove gli psicologi italiani hanno collaborato anche con i colleghi locali, organizzando due nuclei operativi a Durazzo e Tirana; il lavoro svolto nel 2002 in Kosovo, a sostegno degli operatori incaricati di assistere persone rientrate dalle prigioni serbe; e la collaborazione con gli psicologi di Mosca, impegnati nell’assistenza alle persone traumatizzate dall’attacco terroristico al teatro Dubrovka, nell’ottobre 2002.

Come ha spiegato Maria Luisa Puglielli, intervenuta in collegamento online, gli psicologi dell’emergenza sono riusciti progressivamente a ritagliarsi un proprio ruolo anche all’interno di un’organizzazione come la Protezione civile, uno dei punti di forza del sistema italiano di risposta alle calamità, tradizionalmente caratterizzata da una cultura fortemente tecnica e operativa e dove dunque non era affatto scontato che potesse trovare posto anche il riconoscimento della dimensione emotiva e relazionale nella gestione delle emergenze.

Un esempio di questa integrazione è la Squadra Psicosociale per le Emergenze (SPE), associazione fondata nel 2008, tra i cui soci fondatori figura lo stesso Sbattella. Come ha ricordato sempre Maria Luisa Puglielli, la sua attività si sviluppa nel sistema del volontariato di Protezione civile e nella collaborazione con le istituzioni professionali degli psicologi. Durante la pandemia, questa esperienza ha contribuito anche all’attivazione di un servizio telefonico di ascolto psicologico rivolto alla popolazione.

In alcune delle emergenze più gravi degli ultimi decenni, accanto ai soccorritori e ai volontari sono intervenute proprio ex allieve del professor Sbattella. Marzia Molteni ha ripercorso la propria esperienza nelle tendopoli dell’Aquila, dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Marilena Tettamanzi ha ricordato gli interventi in Molise e in Sri Lanka, dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004.

In Sri Lanka, in particolare, gli psicologi si sono trovati a operare in un Paese già segnato dal lungo conflitto tra il governo e le Tigri Tamil. Un contesto che non poteva essere ignorato. In collaborazione con la Caritas locale, sono state organizzate nei campi degli sfollati delle attività terapeutiche di tipo comunitario, appositamente studiate e denominate Basic Therapeutic Actions (BTA). L’obiettivo non era soltanto alleviare la sofferenza immediata, ma aiutare le comunità a ritrovare le proprie risorse e a rimettersi in cammino.

È questa, ha spiegato Tettamanzi, una delle lezioni fondamentali apprese sul campo: lo psicologo dell’emergenza «non arriva come un salvatore», ma entra in un sistema complesso, ne riconosce le risorse e cerca di favorire le relazioni tra persone, comunità e istituzioni.

Più recentemente, gli psicologi dell’emergenza hanno aiutato i profughi ucraini fuggiti dal loro Paese dopo l’invasione russa del febbraio 2022 e le famiglie italiane che avevano aperto le porte delle proprie case per accoglierli. È stato questo il caso di Svetlana Loginova e Marialaura Moreni, che hanno raccontato un progetto nato dalla necessità di preparare all’incontro persone con esperienze e bisogni molto diversi. Attraverso momenti di formazione e gruppi di parola, l’intervento ha coinvolto famiglie ospitanti, persone accolte, volontari e operatori, cercando di costruire relazioni capaci di tenere conto delle ferite lasciate dalla guerra.

Inoltre, le competenze acquisite nel percorso di formazione degli psicologi dell’emergenza possono trovare anche applicazione in altri ambiti professionali.

Lo ha spiegato Federica Biassoni, che oggi si occupa di psicologia del traffico e sicurezza dei trasporti. Il suo lavoro consiste soprattutto nella prevenzione dei rischi legati al fattore umano. Ma proprio durante la progettazione di un corso di formazione per la polizia locale, dedicato all’educazione stradale nelle scuole, è emersa un’esigenza che andava ben oltre la prevenzione degli incidenti: preparare gli operatori ad affrontare uno dei compiti più difficili, comunicare a un padre o a una madre che il proprio figlio è morto in un incidente stradale. Da qui la necessità di integrare la formazione sulla sicurezza con le competenze della psicologia dell’emergenza, in particolare nella comunicazione delle cattive notizie.

 

Comunicare una notizia dolorosa, in questo caso una diagnosi infausta, è una delle situazioni professionali affrontate anche da Camilla Segarizzi, che nel 2022 ha partecipato a un’esperienza di formazione residenziale apparentemente molto distante dalla sua attuale attività. Per 48 ore ha vissuto con altri studenti del corso in un bunker antiatomico in Val di Blenio, in Svizzera, mettendosi nei panni di una persona sfollata. Un’esperienza che le ha permesso di sperimentare in prima persona alcune delle difficoltà e delle emozioni di chi si trova improvvisamente privato della propria quotidianità e della propria sicurezza. «Imparare a immedesimarsi in una situazione di vulnerabilità - dice nel video proiettato al termine dell’incontro -, è una competenza che oggi la aiuta a comprendere il dolore degli altri».

Resta aperta una delle domande iniziali. La psicologia dell’emergenza è riuscita a trasformare le competenze maturate in questi venticinque anni in un patrimonio professionale stabilmente riconosciuto? Su questo fronte, è stato osservato durante il convegno, rimane ancora del lavoro da fare. Ma la strada è ormai tracciata.

Un esempio arriva dal settore aeroportuale. Patrick Trancu, fondatore di TT&A Advisors, società specializzata nella gestione delle crisi, ha raccontato la collaborazione avviata con Fabio Sbattella per rendere più realistiche le esercitazioni che preparano il personale aeroportuale ad affrontare un incidente aereo. Grazie al coinvolgimento di psicologi e role player formati, le simulazioni non si limitano a verificare la conoscenza delle procedure, ma riproducono anche la complessità delle relazioni umane, le reazioni emotive e le difficoltà di comunicazione che caratterizzano una vera emergenza.

Linate, 25 anni dopo

Ma non solo. In Lombardia gli psicologi dell’emergenza collaborano con AREU, l’Agenzia Regionale Emergenza Urgenza, che coordina il sistema regionale di soccorso sanitario. Rita Enrica Fioravanzo, psicologa e psicoterapeuta dell’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management, ha ripercorso la sua esperienza durante la pandemia quando ha dovuto assistere gli operatori a intervenire in uno scenario complesso, in cui le informazioni erano sempre parziali e spesso contradditorie .

Come ha insegnato quella esperienza, la sfida, oggi, è preparare professionisti capaci di prendere decisioni anche davanti ad un quadro che cambia rapidamente e non permette di prevedere con certezza l’evoluzione degli eventi. Per questo, ha spiegato Fioravanzo, saranno sempre più importanti le simulazioni ad alta fedeltà, anche attraverso l’impiego di tecnologie immersive e dell’intelligenza artificiale.

Nell’epoca della «permacrisi», in cui un’emergenza può sovrapporsi a un’altra prima che la precedente sia terminata, le competenze della psicologia dell’emergenza saranno sempre più necessarie. Non soltanto per intervenire quando una catastrofe si è già verificata, ma per aiutare persone, organizzazioni e comunità a prepararsi ad affrontare ciò che ancora non conoscono.

E non necessariamente soltanto nelle emergenze. Lo ha ricordato Maddalena Volterrani, che oggi utilizza le competenze acquisite nella psicologia dell’emergenza anche nella supervisione delle équipe di cure palliative. Due contesti apparentemente molto distanti, accomunati dalla necessità di riconoscere la sofferenza, individuare le priorità e accompagnare le persone in situazioni di estrema vulnerabilità. «Anche quando non è possibile risolvere una situazione, ha spiegato, è possibile stare accanto alle persone che la stanno vivendo».

Ecco forse è proprio questo che resta da fare – ed è tantissimo - mentre si rimuovono le macerie, soccorrono i sopravvissuti, si riparano le cose: non essendo possibile cancellare il dolore, si può offrire una mano per attraversarlo.

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