In questo quarto di secolo, durante il quale le crisi si sono spesso rincorse e persino sovrapposte, la figura dello psicologo dell’emergenza è stata chiamata a operare in contesti sempre più numerosi e differenti.
In Italia, per esempio, è nata una rete di associazioni di psicologi dell’emergenza, impegnata in interventi sul territorio nazionale e all’estero. Maria Teresa Fenoglio, past president di ESPRÌ, Emergenze Sociali Psicologiche Ricerca Intervento, ha ricordato alcune esperienze: l’assistenza alla popolazione e ai soccorritori dopo il terremoto che il 26 novembre 2019 ha colpito l’Albania, dove gli psicologi italiani hanno collaborato anche con i colleghi locali, organizzando due nuclei operativi a Durazzo e Tirana; il lavoro svolto nel 2002 in Kosovo, a sostegno degli operatori incaricati di assistere persone rientrate dalle prigioni serbe; e la collaborazione con gli psicologi di Mosca, impegnati nell’assistenza alle persone traumatizzate dall’attacco terroristico al teatro Dubrovka, nell’ottobre 2002.
Come ha spiegato Maria Luisa Puglielli, intervenuta in collegamento online, gli psicologi dell’emergenza sono riusciti progressivamente a ritagliarsi un proprio ruolo anche all’interno di un’organizzazione come la Protezione civile, uno dei punti di forza del sistema italiano di risposta alle calamità, tradizionalmente caratterizzata da una cultura fortemente tecnica e operativa e dove dunque non era affatto scontato che potesse trovare posto anche il riconoscimento della dimensione emotiva e relazionale nella gestione delle emergenze.
Un esempio di questa integrazione è la Squadra Psicosociale per le Emergenze (SPE), associazione fondata nel 2008, tra i cui soci fondatori figura lo stesso Sbattella. Come ha ricordato sempre Maria Luisa Puglielli, la sua attività si sviluppa nel sistema del volontariato di Protezione civile e nella collaborazione con le istituzioni professionali degli psicologi. Durante la pandemia, questa esperienza ha contribuito anche all’attivazione di un servizio telefonico di ascolto psicologico rivolto alla popolazione.
In alcune delle emergenze più gravi degli ultimi decenni, accanto ai soccorritori e ai volontari sono intervenute proprio ex allieve del professor Sbattella. Marzia Molteni ha ripercorso la propria esperienza nelle tendopoli dell’Aquila, dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Marilena Tettamanzi ha ricordato gli interventi in Molise e in Sri Lanka, dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004.
In Sri Lanka, in particolare, gli psicologi si sono trovati a operare in un Paese già segnato dal lungo conflitto tra il governo e le Tigri Tamil. Un contesto che non poteva essere ignorato. In collaborazione con la Caritas locale, sono state organizzate nei campi degli sfollati delle attività terapeutiche di tipo comunitario, appositamente studiate e denominate Basic Therapeutic Actions (BTA). L’obiettivo non era soltanto alleviare la sofferenza immediata, ma aiutare le comunità a ritrovare le proprie risorse e a rimettersi in cammino.
È questa, ha spiegato Tettamanzi, una delle lezioni fondamentali apprese sul campo: lo psicologo dell’emergenza «non arriva come un salvatore», ma entra in un sistema complesso, ne riconosce le risorse e cerca di favorire le relazioni tra persone, comunità e istituzioni.
Più recentemente, gli psicologi dell’emergenza hanno aiutato i profughi ucraini fuggiti dal loro Paese dopo l’invasione russa del febbraio 2022 e le famiglie italiane che avevano aperto le porte delle proprie case per accoglierli. È stato questo il caso di Svetlana Loginova e Marialaura Moreni, che hanno raccontato un progetto nato dalla necessità di preparare all’incontro persone con esperienze e bisogni molto diversi. Attraverso momenti di formazione e gruppi di parola, l’intervento ha coinvolto famiglie ospitanti, persone accolte, volontari e operatori, cercando di costruire relazioni capaci di tenere conto delle ferite lasciate dalla guerra.
Inoltre, le competenze acquisite nel percorso di formazione degli psicologi dell’emergenza possono trovare anche applicazione in altri ambiti professionali.
Lo ha spiegato Federica Biassoni, che oggi si occupa di psicologia del traffico e sicurezza dei trasporti. Il suo lavoro consiste soprattutto nella prevenzione dei rischi legati al fattore umano. Ma proprio durante la progettazione di un corso di formazione per la polizia locale, dedicato all’educazione stradale nelle scuole, è emersa un’esigenza che andava ben oltre la prevenzione degli incidenti: preparare gli operatori ad affrontare uno dei compiti più difficili, comunicare a un padre o a una madre che il proprio figlio è morto in un incidente stradale. Da qui la necessità di integrare la formazione sulla sicurezza con le competenze della psicologia dell’emergenza, in particolare nella comunicazione delle cattive notizie.